Giù le mani dalle nostre preziose schede cartacee

di Gabriele Nicoli su ILBLive (Università di Padova)

Web e società democratica. Un matrimonio difficile è un recente volume a cura di Ermanno Vitale e Fabrizio Cattaneo, edito da Accademia University Press (pp. 180). Raccoglie le rielaborazioni degli atti del seminario «Web e società democratica», parte di un progetto di ricerca sul tema del rapporto fra democrazia e Information and Communication Technology (ICT) realizzato presso l’università della Valle d’Aosta nel biennio 2016-2017. 

Il motivo conduttore del volume riguarda il rapporto tra web e democrazia, analizzato attraverso una prospettiva interdisciplinare che porta a riflettere su alcune questioni nevralgiche, quali voto elettronico, polarizzazione ideologica, fake news enuovi luoghi (virtuali e reali) della politica, trasformati dalla rete e dai social media. Le criticità si palesano innanzitutto nell’applicazione dello strumento principe della democrazia, il voto, in particolare nella sua dimensione di voto elettronico. A questo si sommano le difficoltà di governare l’informazione online, rendendola fruibile e assimilabile criticamente, e la difficoltà di creare un’opinione pubblica realmente capace di dialogo nella dimensione del web.

Il volume muove proprio dal contributo di Roberto Casati e Fabrizio Tonello su Voto elettronico e partecipazione democratica. Il saggio mette in rilievo i problemi legati all’applicazione del voto elettronico nelle elezioni. L’“ipotesi centrale”, a detta degli autori, riguarda l’“opacità teorica e pratica” del suffragio universale, che “tende a resistere e ad aumentare con l’introduzione di strumenti elettronici per il voto”. 

Casati e Tonello si chiedono se il voto elettronico possa costituire una soluzione ai problemi individuati nei sistemi elettorali: la loro analisi porta ad una risposta negativa, sia in termini di fattibilità tecnica, sia in termini di teoria della democrazia. Circa il limite tecnico, due sono gli aspetti legati alla questione: uno, di ordine matematico, che “riguarda gli algoritmi che determinano il risultato elettorale”; il secondo, invece, di natura fisico-tecnologica, che “riguarda la natura e la complessità dei dispositivi – oggetti e processi – che assicurano il diritto di voto”. Per quanto concerne la teoria, gli autori sottolineano che un sistema elettorale non si esaurisce nel determinare i collegi e la metodologia di assegnazione dei seggi: all’elettore va spiegato anche il meccanismo su cui si basa. Si pensi, ad esempio, alle modalità di funzionamento del sistema uninominale, ai confini delle circoscrizioni elettorali, ai premi di maggioranza, al doppio turno, eccetera: tutti ambiti per i quali “richieste precise riguardanti le condizioni di svolgimento dell’atto di votare” sono state storicamente subordinate alla “rivendicazione di un allargamento del suffragio”. Senza alcuna volontà di sminuire il percorso storico che ha portato alla conquista del suffragio universale, gli autori sottolineano le distorsioni che alcuni sistemi elettorali tradizionali possono produrre nel tentativo di essere rappresentativi del volere degli elettori. In altre parole, abbiamo conquistato il diritto di votare senza (voler) capire davvero come il nostro voto incida sul sistema democratico.  

Per Casati e Tonello, il voto elettronico sottrae all’elettore la possibilità di comprendere e verificare il processo elettorale. Nei sistemi di voto tradizionali, chiunque può capire cosa è necessario per mantenerne l’accuratezza e la segretezza: ognuno sa che il suo voto conterà perché ne conosce il meccanismo. Esiste la possibilità di brogli, ma il sistema consente controlli e riconteggi. Inoltre, è improbabile che avvengano in maniera massiccia. Col sistema elettronico, invece, bisogna essere esperti informatici per saper comprendere e analizzare tutti i passaggi “compiuti” dal voto elettronico. L’elettore comune non avrebbe possibilità di conoscere cosa succede dopo la sua espressione di voto a mezzo elettronico. Per quanto si possa dichiarare sicura una macchina, permane una fondamentale mancanza di trasparenza cognitiva del processo, aggravata dall’impossibilità di verifica tangibile. Per capirci, non si potrebbe consegnare all’elettore un certificato che gli confermi che il suo voto è stato recepito, altrimenti potrebbe mostrarlo a qualcuno, farne commercio, contravvenendo così ad uno dei principi cardine delle votazioni democratiche: la segretezza.

Rispetto al tema per cui il voto online potrebbe agevolare la partecipazione popolare al voto in un momento storico in cui le percentuali di astensionismo sono elevate, Casati e Tonello obiettano che l’assenza di una cabina in cui essere di fronte alle proprie scelte significhi la scomparsa della democrazia come la conosciamo oggi: “Votare dallo smartphone equivale a spostare la cabina elettorale in ogni casa e in ogni tasca”. Non tarderanno, tuttavia, a manifestarsi sacche di micropotere: “il marito torcerà il braccio alla moglie, il padre al figlio, il fidanzato alla fidanzata, il nipote alla nonna”, fino ad arrivare a riti collettivi in cui si rischia di votare per il bene dell’azienda o della famiglia (mafiosa?). 

Il voto elettronico non preserverebbe alcuno dei principi democratici fondanti il suffragio: l’universalità, ossia “la garanzia che tutti i cittadini aventi diritto possano effettivamente prendere parte alle elezioni senza sforzo”, la segretezza, ovvero “la possibilità di esprimere il proprio voto senza che alcuno possa chiederne conto” e l’integrità, cioè “che in primo luogo tutti i voti siano contati, in secondo luogo che i totali possono essere verificati e infine che il sistema sia immune da manipolazione esterne”. 

Sul tema della polarizzazione delle posizioni politiche all’interno dei social network e sulle conseguenze che si possono osservare sul governo democratico si concentra, invece, il contributo di Javier Martín Reyes. Dopo aver dimostrato che negli Stati Uniti, paese preso come caso di studio, si viva da qualche tempo un periodo di chiara polarizzazione delle posizioni politiche, Martín Reyes si chiede se questo fenomeno possa dipendere dall’uso dei social network e quale sia, dunque, la relazione tra essi e la polarizzazione politica. Contrariamente all’idea per cui i social permetterebbero di favorire il dialogo democratico e di ridurre la polarizzazione attraverso la creazione di una sfera pubblica alla quale tutti possano potenzialmente partecipare, Martín Reyes evidenzia come essi non si possano considerare di certo “un’agorà virtuale”. I social network, oltre ad accentuare la polarizzazione, la fomentano oltremodo in quanto mettono in relazione persone con posizioni ideologiche radicali, generando dunque una sorta di “cassa di risonanza” di tali idee, le quali, non essendo sottoposte ad un reale confronto, rimangono acritiche. La soluzione che prospetta Martín Reyes passa da un’opera d’informazione critica e di promozione della cultura del dialogo che può essere compiuta, ad esempio, a partire dalle Università: “I social network sono lontani dall’essere lo spazio in cui le norme di civiltà sono più frequentemente rispettate. Ma sarebbe un bene se in classe i docenti sottolineassero l’importanza di avere una discussione il più ordinata e plurale possibile”.

L’ultimo contributo che chiude il volume è un saggio a cavallo fra riflessione e testimonianza professionale. Laura Agostino, giornalista e direttrice della webtv “bobine.tv”, attraverso la testimonianza della sua vita professionale traccia una sintesi dello sviluppo delle modalità di informazione e spiega come siano cambiate con l’avvento del webAgostino sottolinea che a cambiare sono i tempi, gli spazi e i modi di diffusione, ma non la ricerca delle fonti e l’elaborazione dei contenuti. La nuova realtà comporta non pochi problemi per l’affidabilità e la qualità dell’informazione. La velocità con cui vengono veicolato le notizie, sconosciuta fino a qualche anno fa, comporta la difficoltà nella verifica dell’attendibilità delle fonti, ma anche la mediazione critica, sempre più problematica, della figura del giornalista. L’onere del controllo delle fonti e delle analisi delle notizie si sposta perlopiù in capo al fruitore del web, che può non possedere gli strumenti, anche concettuali, per adempiere a tale compito. Ecco dunque che si allarga il fenomeno della diffusione delle fake news, o nella migliore delle ipotesi di un’informazione continua ma completamente priva di approfondimento critico: “Il conseguente livello di sicurezza nella fruizione […] dipende dalla capacità di filtrare e distinguere l’informazione buona e attendibile da quella dubbiosa”. La soluzione, ancora prospettica, proposta dall’autrice è “un’alfabetizzazione informatica diffusa e la valorizzazione del ruolo del giornalista svincolata da una logica di marketing di sé e del proprio lavoro, tipica della realtà giornalistica attuale, soprattutto laddove l’informazione è veicolato attraverso i social media”.

Il web ha senz’altro influenza sulla società e sulla democrazia: agisce, al contempo, almeno su due aspetti della politica, la sfera del dibattito e quella della decisione. Oggi vige l’idea che internet sia la nuova “agorà”, dove i cittadini discutono liberamente ed esprimono il loro massimo potere democratico. Il web, tuttavia, veicola flussi spropositati di informazioni e, al contempo, alimenta la convinzione di possedere ogni verità a portata di mano, senza considerare la difficoltà di discernere informazioni attendibili da quelle volutamente false. Il webconsente sì uno scambio di opinioni, con immediatezza che somiglia a quella del dialogo, pur però non essendo un dialogo: distanza, anonimato, appiattimento delle opinioni, assenza di contraddittorio sono tipici aspetti delle discussioni da social

Sembra proprio che il limite oltre il quale il web degeneri da veicolo di conoscenza, libertà e promozione democratica a strumento di diffusione e amplificazione dell’anti-democrazia sia molto sottile.

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