E-voting e il caso Estonia

UNA RISPOSTA

Buongiorno,
ho letto la sua analisi sul voto elettronico in Estonia ( in https://www.studiocataldi.it/articoli/33508-e-voting-e-il-caso-estonia.asp ) che si conclude affermando che «Il voto elettronico è quindi in grado di fornire risposte conformi alle esigenze costituzionali». Ciò perché il voto elettronico, come quello Estone, garantirebbe i «seguenti principi costituzionali»

  • suffragio universale
  • libertà di voto
  • segretezza.

È bello quando qualcuno esprime incrollabili certezze ed sempre un po’  brutto dover infrangere quelle altrui ma purtroppo è mio compito, come segretario del Comitato sui Requisit del Voto in Democrazia richiamarla ad alcune, piccole, questioni che non ha evidentemente considerato in questo suo motivato giudizio costituzionale.
La Corte Costituzionale italiana non è stata mai chiamata a deliberare in materia di voto elettronico, è speranza appunto del nostro comitato che lo sia. Affermare che il voto elettronico fornisca risposte alle esigenze costituzionali in Italia poiché adottato in una repubblica ex-sovietica forse è una tesi azzardata.

La Corte Costituzionale tedesca invece ha affrontato il problema del voto elettronico e pur non escludendolo in teoria ne ha chiaramente decretato la fine in Germania quando ha determinato che il voto elettronico risulta essere incompatibile con la Costituzione, con le fondamenta dello stato di diritto, della Repubblica e della democrazia stessa in quanto l’utilizzo di macchine per il voto, che registrano elettronicamente le scelte degli elettori e gestiscono l’aggregazione e la comunicazione del risultato elettorale, soddisferebbe i requisiti costituzionali solo se i passaggi essenziali del voto e della constatazione del risultato potessero essere esaminati in modo affidabile e senza alcuna conoscenza specialistica della materia da parte di qualsiasi cittadino.  Abbiamo integralmente tradotto la sentenza della Corte e pubblicata online qui:

https://crvd.org/sentenza-incostituzionalita-voto-elettronico/

Il sistema elettorale estone sarebbe assolutamente anticostituzionale in Germania.
Ma scendendo nel dettaglio dei principi elettorali che sarebbero garantiti, secondo lei, dal voto estone andrebbe detto che:

  • suffragio universale: il voto estone è stato criticato proprio perché ha distorto in maniera significativa il suffragio sottorappresentando le minoranze di etnia russa in quanto la sua adozione ha permesso alle elite estoni, spesso neppure presenti sul territorio nazionale, o comunque non personalmente identificabili di partecipare al voto online, dove l’identità personale era garantita solo dalla presenza di una carta di indentità elettronica e non da un riconoscimento d’autorità, come invece avviene nella stragrande maggioranza dei paesi di democrazia avanzata;
  • libertà di voto: ricerche indipendenti hanno verificato, attraverso la valutazione dei tempi di acquisizione dei voti, che le preferenze espresse online godevano di bassisima variabilità, confermando l’ipotesi di ricerca che i voti fossero coordinati a livello di nucleo familiare sotto il controllo di una singola decisione, difficile parlare di «libertà di voto» in questo caso;
  • segretezza il gruppo di esperti indipendenti invitati a supervisionare il voto estone ha trovato notevoli possibilità di manipolare il voto, che avveniva su terminali non controllati nelle case dei votanti, attraverso l’iniezione di virus e malware nella piattaforma che permettevano, nella migliore delle ipotesi la divulgazione del voto, nella peggiore l’effettiva manipolazione.

Può avere una prima idea delle questioni in quest’articolo del Guardian, ma sarò felice se vuole girarle la vasta letteratura che ho raccolto sull’argomento.

https://www.theguardian.com/technology/2014/may/12/estonian-e-voting-security-warning-european-elections-research

Lo stato ‘smart’ estone è un esempio di estrema invasione nella privacy del cittadino discendente dalla precedente situazione di controllo sociale sovietico che molto mal si accorda con la sensibilità verso la privacy individuale delle moderne democrazie occidentali. All’interno di questo modello, il voto elettronico non è che uno dei tasselli più critici.

Nella speranza di aver fatto cosa utile la invito a considerare la lettura del nostro blog e delle risorse sul sito dove stiamo tentando di fare chiarezza sulla questione del voto elettronico.

Grazie dell’attenzione,

Emmanuele Somma
segretario del Comitato dei Requisiti del Voto in Democrazia

La scheda online è sicura?

Voto elettronico – Il progetto di introdurre la partecipazione alle tornate elettorali via web si scontra con la preoccupazione di intrusioni esterne e di manipolazione dei risultati

/ 11.02.2019 
di Marzio Rigonalli su
https://www.azione.ch/attualita/dettaglio/articolo/la-scheda-online-e-sicura.html

Avremo presto la possibilità di votare tramite smartphone, tablet o computer? Il voto elettronico diventerà presto la terza possibilità di dichiarare la nostra volontà in caso di votazioni ed elezioni, accanto al voto che possiamo già esprimere per corrispondenza, o recandoci alle urne?

La questione è diventata d’attualità in seguito a due recenti fatti. Il primo risale a dicembre, quando il Consiglio federale ha mandato in consultazione un progetto di modifica della legge federale sui diritti politici. La modifica prevede l’introduzione dell’e-voting e la consultazione durerà fino alla fine del prossimo aprile. Il secondo fatto risale a gennaio ed è stato l’annuncio di un’iniziativa popolare che vuole contrastare il progetto e che chiede di proibire l’e-voting finché non sarà sicuro e protetto da possibili manipolazioni. L’iniziativa è denominata «Per una democrazia sicura ed affidabile» e prevede una moratoria di almeno cinque anni. La raccolta delle firme dovrebbe iniziare già questo mese. Il comitato promotore dell’iniziativa è presieduto dal consigliere nazionale lucernese Franz Grütter (UDC) e comprende politici di altri partiti, nonché professionisti attivi nel settore informatico.

Che cosa si è fatto finora per favorire il voto elettronico? Gli esperimenti sono iniziati nel 2004 ed hanno coinvolto una quindicina di cantoni, per più di trecento votazioni ed elezioni. Oggi dieci cantoni propongono l’e-voting ad una parte del loro elettorato. In cinque (FR, BS, SG, NE, GE) sono ammessi alle prove sia gli svizzeri all’estero che gli aventi diritto di voto domiciliati in Svizzera; in cinque cantoni (BE, LU, AG, TG, VD) possono votare per via elettronica soltanto i residenti all’estero. Alcuni cantoni hanno rinunciato a queste sperimentazioni, Uri e Soletta per esempio. L’ultimo in ordine di data è il canton Giura, il cui parlamento, pochi giorni prima di Natale, ha rifiutato d’introdurre questo nuovo strumento nella legge sui diritti politici.

La coordinazione di tutte le sperimentazioni è assunta dalla Cancelleria federale. Il cancelliere Walter Thurnherr ha investito molte energie nel progetto ed è determinato a portarlo a buon fine. Per questo vien chiamato anche «Mister e-voting». I cantoni, però, rimangono autonomi. Spetta a loro decidere se e quando vogliono testare l’e-voting e attraverso quale sistema intendono proporlo. Sono due quelli che vengono utilizzati dai cantoni: quello del canton Ginevra e quello della Posta svizzera, ma in realtà presto uno solo rimarrà attivo. Lo scorso novembre, per ragioni apparentemente soltanto finanziarie, Ginevra ha deciso di non sviluppare più il suo sistema e di rinunciare, a partire da febbraio del 2020, a gestire un sistema proprio. I costi per lo sviluppo e la gestione sono elevati ed i cantoni che avevano adottato il sistema di Ginevra non hanno accettato di parteciparvi finanziariamente. La rinuncia di Ginevra ha costretto alcuni cantoni ad orientarsi verso il sistema della Posta svizzera ed ha sicuramente inferto un duro colpo a tutto il progetto dell’e-voting.

Sulla base delle esperienze degli ultimi quindici anni, il Consiglio federale ha ritenuto che il voto elettronico abbia ormai raggiunto un livello di sicurezza tale da poter essere introdotto come terza possibilità di espressione della volontà popolare nelle votazioni e nelle elezioni, accanto al voto di persona ed al voto per corrispondenza. E come è ormai tradizione, ha messo il suo progetto in consultazione. Agendo così, il governo federale ha risposto ad un’esigenza legata allo sviluppo ed al divenire delle nuove tecnologie, nonché ad una storica rivendicazione degli svizzeri all’estero. Sono anni che la Quinta Svizzera, per ovviare ai non pochi ostacoli di distanza e di tempo legati al voto tradizionale, chiede di poter votare elettronicamente. È una rivendicazione legittima, anche se, in realtà, tocca poco più di alcune decine di migliaia di persone. Le statistiche indicano che su 750 mila svizzeri all’estero soltanto il 5 per cento partecipa regolarmente alle votazioni ed alle elezioni.

Le intenzioni del Consiglio federale si scontrano con un diffuso scetticismo nei confronti del voto elettronico. Partendo dalle notizie di attacchi informatici e di dati piratati, diffuse quasi quotidianamente, molti cittadini si chiedono se l’e-voting sia sufficientemente sicuro, ossia se l’espressione della volontà popolare venga protetta e garantita nello stesso modo come avviene con il voto tradizionale. Sono ancora ben presenti gli attacchi informatici subiti dal Dipartimento federale degli esteri e dalla Ruag, la società controllata dalla Confederazione e specializzata nell’industria delle armi. Tra i scettici, gli uni vorrebbero poter verificare le fasi principali del voto senza dover disporre di particolari competenze informatiche, e non sono certi di poterlo fare; gli altri sostengono che a contare i voti non saranno più i semplici cittadini come avviene ora, bensì un ristretto gruppo di esperti addetti alla conta, di cui ci dobbiamo fidare. I più pessimisti pensano che troppi sono i rischi che gravano sul voto elettronico, soprattutto per quanto riguarda l’affidabilità del risultato finale, e che pochi sono i vantaggi che ne deriverebbero. Ne approfitterebbe soltanto una minoranza di cittadini, soprattutto gli svizzeri residenti all’estero e le persone con disabilità. Infine, alla lista degli scettici conviene aggiungere anche chi sostiene che l’e-voting non aumenterebbe la partecipazione al voto e chi invita a guardare oltre le frontiere nazionali ed a ispirarsi a quei paesi, come per esempio la Francia e la Norvegia, che hanno sospeso i loro progetti o addirittura rinunciato al voto elettronico.

La certezza che i nostri clic non verranno hackerati è fondamentale prima di poter introdurre il voto elettronico. È in gioco l’attendibilità dei risultati delle votazioni e delle elezioni e, in fin dei conti, la credibilità della democrazia attraverso il voto popolare. Manipolazioni accertate, o soltanto sospettate, minerebbero la legittimità di una decisione popolare e porterebbero un grande pregiudizio all’esercizio democratico. Il lancio dell’iniziativa «per una democrazia sicura ed affidabile» è opportuno e potrebbe rivelarsi molto utile per la formazione della volontà popolare. Se verranno raccolte le firme necessarie, fautori e scettici dell’e-voting avranno la possibilità di dibattere, di affrontare i numerosi problemi insiti in questa tematica e di rispondere alle tante domande che oggi vengono poste. Le nuove tecnologie non vanno rifiutate a priori; presentano agevolazioni e vantaggi accertati ed indiscussi. Devono però tener conto delle esigenze del convivere democratico e vanno adeguate ai valori su cui si fonda questo convivere.

Allarme hacker sulle elezioni europee: il pericolo non è solo informatico

CYBER SECURITY

di Giancarlo Calzetta 27 gennaio 2019 Il Sole 24 Ore

In un mondo in cui siamo sempre connessi, sembra naturale pensare che prima o poi arriveremo a votare elettronicamente, ma il passo da compiere per lasciare le romantiche schede di carte e la matita permanente alle teche dei musei potrebbe essere molto più grande e complesso di quanto non si pensi.

GUARDA IL VIDEO / L’hacker olandese: buttate i computer per salvare la democrazia


Dopo quanto abbiamo visto accadere nel 2016, con i tentativi degli hacker informatici di influenzare le elezioni presidenziali statunitensi tramite furto di dati e spionaggio ai danni del candidato democratico, ogni trasformazione digitale applicata alla vita politica deve essere soppesata con un occhio diverso rispetto al passato.

L’antidoto olandese agli hacker russi: alle prossime elezioni solo conteggi manuali

«Le problematiche relative al voto elettronico – dice Stefano Zanero, professore associato del Politecnico di Milano da tempo attento ai temi del voto elettronico – sono molte e non tutte connesse con la parte più ‘tecnologica’ delle operazioni. Anzi, le più complesse sono proprio quelle di carattere diverso».
«Finora – continua Zanero – si sono trovate moltissime falle nei sistemi di voto elettronico, sia open source sia proprietari, ma non si è mai avuta notizia del fatto che siano state sfruttate per falsare una votazione». Questo significa che nessuno ha mai davvero provato ad arrivare fino “all’ultimo miglio” della compromissione delle elezioni, forse anche grazie al fatto che in Europa è rimasta solo l’Estonia a usare un sistema di voto elettronico esteso, ma se un giorno qualcuno dovesse decidere di farlo avrebbe grandi possibilità di trovare delle falle da sfruttare.

GUARDA IL VIDEO / I politici tedeschi sotto attacco hacker, anche Merkel

Non è solo una questione tecnologica
Come se il pericolo “diretto” non bastasse, ci sono anche problemi che non dipendono direttamente dalla tecnologia. «Un altro grave problema del voto elettronico – continua Zanero – è che si pensa di usarlo per rendere possibile il voto ‘a distanza’. In questo caso, la semplice autenticazione con username e password non permetterebbe alcun controllo sulla vera identità di chi sta inserendo la preferenza, rendendo molto più semplici ampie operazioni di voto di scambio o di vero e proprio hacking delle votazioni se qualcuno riuscisse a mettere le mani sul database degli utenti».
Inoltre, c’è il problema degli archivi che andrebbero a raccogliere i voti connessi a Internet. «Le macchine su cui si vota – dice Zanero – non andrebbero mai collegate in rete, per evitare compromissioni di massa. Se qualcosa è connesso, diventa vulnerabile».

Non c’è quindi un modo per rendere sicure le macchine per il voto? «Dei sistemi tecnici ci sono, ma sono complessi. Per esempio, si dovrebbe fare in modo che le macchine che registrano i voti producano anche una prova fisica di quello che viene registrato nel loro database, in modo da poter fare delle verifiche a campione o in caso di dubbio. Ma ricordiamo che il problema più grande all’adozione del voto elettronico sta altrove».
Infatti, c’è un tema che non ha nulla a che fare con la soluzione tecnologica che si va a usare, ma resta nel campo del principio alla base della democrazia: la possibilità del controllo. «Quando ci sono delle votazioni – continua Zanero – chiunque può andare in un seggio e controllare che tutto si svolga secondo le norme, osservando i lavori dall’apertura dei seggi fino alla fine dello spoglio. Informatizzando tutto, questo non sarebbe più possibile. Solo i tecnici altamente specializzati potrebbero controllare e seguire tutto, tagliando fuori la stragrande maggioranza della popolazione e questo è incostituzionale in molti Paesi».

Del resto, questo è proprio il motivo per cui la Germania e l’Olanda hanno deciso di non procedere all’impianto di un sistema di voto elettronico.
Possiamo quindi star tranquilli e contare su elezioni al sicuro dagli hacker? 
Purtroppo, no. All’opera, infatti, ci sono stuoli di ‘hacker social’ che miscelano competenze informatiche e sociologiche per influenzare gli elettori, come si sospetta sia accaduto nelle presidenziali USA del 2016 e durante la campagna per il referendum sulla Brexit.Molti di questi hacker sembrano lavorare nell’azienda russa Sputnik, sono ormai all’opera da anni sul Vecchio Continente e hanno sviluppato tecniche estremamente sofisticate ed efficaci per indirizzare l’opinione pubblica verso ben determinati schieramenti politici.
Secondo un articolo apparso su Politico.eu, disegni ben precisi per influenzare l’opinione pubblica tramite l’utilizzo dei social network sono stati riscontrati durante i dibattiti che riguardavano l’indipendenza catalana, per suscitare in Olanda sentimenti negativi nei confronti dell’Ucraina, per aizzare il fermento dei gilet gialli francesi e gettare benzina sul fuoco delle vicende italiane riguardanti l’immigrazione clandestina e i flussi migratori.
Secondo un’analisi apparsa in un articolo di El Pais, sui social network del nostro Paese appariva chiaro come nelle argomentazioni portate da chi si diceva a favore di una politica di accoglienza si trovassero una moltitudine di fonti che spaziavano da Open Immigration a Famiglia Cristiana, passando per The Guardian e VICE. Per quello che riguardava le comunità antimmigrazione, invece, il numero di fonti si riduceva drasticamente, con Sputnik Italia che figurava al secondo posto tra le fonti più citate e con il 90.4% dei contenuti distribuiti da Sputnik Italia e Russia Today che circolavano proprio nelle comunità antimmigrazione.

Ma perché la Russia vuole influenzare le elezioni?
Innanzitutto, bisogna mettere in chiaro che il governo russo ha sempre smentito ogni suo coinvolgimento in queste operazioni. Ciononostante, i sospetti che ci sia un piano del Cremlino sono estremamente diffusi in moltissime agenzie di intelligence e l’obiettivo finale sarebbe quello di sgretolare la cultura di collaborazione e unificazione che stava facendo crescere molto rapidamente l’area NATO attorno ai confini russi. Ma forse non è tutto lì. Sputnik e Russia Today, infatti, operano praticamente sotto il Sole e il motivo è forse anche da ricercarsi nel fatto che alcune forze politiche sono ben contente di ricevere un aiuto, senza valutare o volutamente sottovalutando le conseguenze sul medio/lungo periodo.

Vo­to elet­tro­ni­co sot­to at­tac­co

Po­li­ti­ci e in­for­ma­ti­ci in­ten­do­no lan­cia­re un’ini­zia­ti­va al fi­ne di bloc­ca­re per al­me­no 5 an­ni l’e-vo­ting Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co il vo­to on­li­ne non è an­co­ra ab­ba­stan­za si­cu­ro e met­te­reb­be in pe­ri­co­lo la de­mo­cra­zia el­ve­ti­ca

laRegione / 26 Jan. 2019 / Ats/Ba­re

Bal­tha­sar Glät­tli (a de­stra) e Clau­dio Luck del Chaos Com­pu­ter Club

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Voto elettronico in Italia, tutte le fake news che distorcono il dibattito politico

Il dibattito sul voto elettronico in Italia, ora sostenuto anche dal M5S (con blockchain), è inquinato dalle fake news e distorto anche dallo spettro della speculazione finanziaria sulle criptovalute. Proviamo a separare i fatti dal rumore e fare chiarezza su quello che non può essere considerato un problema “tecnologico”

di Emmanuele Somma (Comitato dei Requisiti del Voto in Democrazia)
Pubblicato in Agenda Digitale il 21/01/2019

Quello del voto elettronico non è solo un problema tecnologico che si può pensare di risolvere a colpi di algoritmi. Ma ne va della democrazia stessa. Bisogna tenere in mente questi assunti, che si affermano a livello europeo, in questi giorni in cui il M5S spinge per provare il voto elettronico già alle prossime presidenziali.

Quando si parla di voto elettronico e blockchain, soprattutto, occorre saper separare la realtà dal rumore e sarebbe importante avere una forte competenza di procedure elettorali o di diritto costituzionale.

Eppure, i vertici e alcuni esponenti del M5s ignorano questo dato di fatto e sembrano determinati a portare a casa il risultato anche a costo di inquinare il dibattito propagando fake news. Smontiamo, dati alla mano, quelle più frequenti.

Voto elettronico: Lega e M5s su fronti divergenti

Partiamo da un’evidenza: l’entusiasmo del M5S sul tema del voto elettronico non è corrisposto dall’impegno dell’alleato di governo. Del resto, si tratta di un argomento che non trova spazio nel contratto di Governo. Eppure viene spesso evocato dai vertici del M5S. È recentissima una dichiarazione in tal senso del Vicepremier Luigi Di Maio.

Una recente interrogazione presentata dall’On. Mancina del M5S che chiede al Ministro dell’Interno di «adottare iniziative, anche normative, finalizzate all’introduzione, graduale e progressiva del sistema di voto elettronico, considerando in primis, a tale scopo, la tecnologia cosiddetta blockchain» ha ricevuto una risposta ai limiti della censura: dopo aver ricordato le tante sperimentazioni fatte fin dal 2001, e l’esperienza dello scrutinio elettronico del voto nel 2006 (il cui fallimento segnò una battuta d’arresto globale dell’introduzione dei computer nei seggi elettorali), il Ministro aggiunge: «L’esperienza maturata nel nostro Paese e i risultati non sempre positivi registrati in altri contesti europei, ci confermano nell’idea che una riforma di siffatta portata richieda una particolare riflessione, non solo sulle ricadute di ordine finanziario bensì, principalmente, sulla sicurezza dei sistemi hardware e software e delle reti di connettività, ciò per garantire al massimo livello il principio della segretezza del voto. A tal riguardo, potrebbe risultare utile ed opportuno, al fine di un eventuale intervento legislativo, approfondire tutti i vari aspetti del procedimento elettorale».

Dopodiché il ministro propone la costituzione di un ennesimo gruppo tecnico sull’argomento che finisca per «delineare un modello che contemperi le esigenze di modernizzazione e snellimento delle procedure elettorali con le garanzie costituzionali.» Se non è una porta sbattuta in faccia al M5S, manca poco.

Voto elettronico e informatizzazione della PA

Ad ascoltare le dichiarazioni, sembra che il M5S consideri l’assenza di un processo elettorale non informatizzato quasi come un vistoso foruncolo in un panorama idilliaco della Pubblica Amministrazione, come se questa fosse tutta già completamente informatizzata.

In realtà l’informatizzazione dei servizi pubblici affonda in un insieme di misure contraddittorie, inefficaci, spesso mal progettate e peggio realizzate, non raramente modellate per mantenere inalterate le aggregazioni di potere dei vari czar dei ministeri o delle società pubbliche. Invece di procedere a disboscare questa selva di mostruosità digitali e non solo, come aveva provato a fare il Commissario straordinario Diego Piacentini, e come si appresta a fare il suo neonominato successore Luca Attias si vuol metter mano ad altro, ballando su un terreno sdrucciolevole e controverso come quello del voto elettronico. Ci sarebbe ampio spazio di miglioramento nella PA, senza andare a scomodare il voto elettronico.

Non si tratta quindi di essere contrari all’uso delle nuove tecnologie per migliorare l’esperienza del cittadino nel campo delle procedure democratiche. Ben vengano, anzi. Ma bisogna farlo, come dice il Ministro dell’Interno, non rinunciando ad «una particolare riflessione, non solo sulle ricadute di ordine finanziario bensì, principalmente, sulla sicurezza dei sistemi».

Soprattutto innalzando, e non riducendo, le garanzie democratiche dei cittadini.

Voto elettronico: dibattito inquinato dalle fake news

Gli esponenti del M5S sono invece determinati a raggiungere i risultati della propria agenda a discapito di un corretto confronto, non raramente inquinando il dibattito con la propagazione di fake news. In una recente intervista di Lettera43 a Davide Casaleggio[1] il presidente sia della Casaleggio Associati che dell’Associazione Rousseau, che propone un proprio sistema di voto basato su blockchain, fa riferimento alla notizia che il Sierra Leone avrebbe usato questo sistema per le proprie elezioni. È la stessa notizia che il blog di Beppe Grillo aveva riportato a marzo[2] e da lì velocemente propagato sui media allineati al movimento[3] e altri organi di stampa meno attenti alla verifica delle fonti.[4]> Fin dalla metà di marzo, cioè solo qualche giorno dopo la sua prima apparizione, la notizia era stata nettamente smentita dalla Commissione elettorale nazionale del Sierra Leone e ridimensionata per quello che è veramente stato: una società privata aveva fatto, in autonomia e senza nessun collegamento con il sistema elettorale, una sorta di simulazione della votazione senza alcun valore. Quindi mai nessuna blockchain era stata usata nelle elezioni in Sierra Leone: perché continuare a propagandare, mesi dopo la smentita, questa notizia come vera per forzare un dibattito inquinato?[5] Perché, richiesta rettifica più volte, i gestori del blog di Beppe Grillo mantengono quella notizia falsa online?

Casaleggio e altri del suo partito, come l’onorevole Brescia in un’altra recente intervista a Motherboard, fanno riferimento ad altri casi di uso della blockchain nelle elezioni: nella città svizzera di Zugo, di quella giapponese di Tsukuba e del West Virginia.

Il caso di Zugo

Anche in questo caso i riferimenti sono inquinati, pur non essendo completamente fasulli come quelli del Sierra Leone. Il comune di Zugo in Svizzera (30.000 abitanti[6]), secondo CoinTelegraph «è diventato famoso meno per le sue vedute sulle montagne e la pittoresca architettura svizzera, più per la sua associazione con basse aliquote fiscali e criptovaluta. Il recente afflusso di gruppi di cripto che hanno stabilito basi nel cantone centrale ha portato alla sua soprannominazione di “CryptoValley”. Desiderosa di affermarsi come una capitale della blockchain, il comune consente il pagamento in Bitcoin per i servizi e ha recentemente completato un processo di successo del voto blockchain. Il voto su piccola scala ha coinvolto solo 72 dei 240 cittadini con accesso al sistema di voto online, che hanno partecipato al voto del processo non vincolante tra il 25 giugno e il primo luglio.»[7]/p>

Possibile che Davide Casaleggio pensi veramente che una votazione con 72 votanti sia un precedente significativo per introdurre le elezioni con voto elettronico basate su blockchain nelle elezioni politiche degli oltre 50 milioni di italiani? Possibile che non si sappia o non si voglia comprendere che molte news che circolano sono gonfiate ad arte solo per sostenere l’ampia speculazione finanziaria che è in atto sulle criptovalute?

Tsukuba e West Virginia

A Tsukuba[8] in Giappone, citata a più riprese dal M5S, il voto con blockchain si è svolto non per eleggere qualcuno ma per selezionare un vincitore in un concorso tra progetti finanziati della città. Si è trattato, in questo caso, di un voto palese in cui i votanti erano identificati da un proprio numero univoco. Anche Tsukuba può essere considerata una sorta di Crypto Valley giapponese. Possibile, anche qui, che Casaleggio creda che un voto palese possa essere un precedente adeguato a imporre al Governo la blockchain nel processo elettorale?

E infine cita le elezioni in West Virginia in cui 144 (centoquarantaquattro) militari oltremare hanno votato usando “senza problemi”, a dire del Segretario di Stato, una piattaforma privata non ispezionabile chiamata Voatz[9] (ma se la piattaforma avesse avuto problemi come possiamo essere sicuri che il Segretario di Stato l’avrebbe saputo?). Voatz viene considerato una “terribile, orribile, sbagliata, molto cattiva idea”[10]. Possono essere questi i riferimenti (gli unici peraltro) che guidano il governo italiano ad adottare la blockchain nel processo elettorale?

Insomma, oltre ad essere dimensionalmente irrilevanti, questi esempi dimostrerebbero proprio come non deve essere neppure immaginato un sistema elettorale pubblico per le elezioni nazionali.

Il gruppo di esperti sulla blockchain

Di recente nomina c’è anche un gruppo di esperti sulla blockchain allestito dal vicepremier Di Maio, per l’adozione di questa tecnologia nei processi della PA, in cui peraltro la presenza di esperti provenienti dal campo della finanza è non casualmente alta. Viste le dichiarazioni di Di Maio, Casaleggio e gli altri del M5S sul voto elettronico e blockchain è chiaro che su di loro cadrà l’incombenza di dare un giudizio su questo tema. Si dimostreranno in grado di separare la realtà dei fatti dal tanto interessato rumore sull’argomento? Li vedremo fare dichiarazioni secondo “scienza e coscienza” o come Grillo, Casaleggio, Di Maio, Brescia, Tofalo e gli altri propagare queste e altre fake news? Li aspettiamo al varco, come è giusto che sia.

Dal mio punto di vista posso solo notare che nessuno tra i membri del gruppo dichiara nelle proprie note curriculari alcun expertise in campo democratico, di procedure elettorali o di diritto costituzionale.[11]

Spero che sappiano confrontarsi con il difficile tema del voto elettronico evitando l’errore di considerarlo solo un problema tecnologico da risolvere a colpi di algoritmi.[12]

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  1. “Davide Casaleggio sulle potenzialità della Blockchain – Lettera43.” 21 nov. 2018, https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/11/21/davide-casaleggio-blockchain/226628/. Ultimo accesso: 29 nov. 2018.
  2. “In Sierra Leone la prima votazione al mondo con sistema Blockchain ….” 20 mar. 2018, http://www.beppegrillo.it/in-sierra-leone-la-prima-votazione-al-mondo-con-sistema-blockchain/. La notizia, senza alcuna smentita, appare ancora sul blog alla data del 29 nov. 2018.
  3. “Così la blockchain può cambiare il modo in cui votiamo – Lettera43.” 3 apr. 2018, https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/04/03/blockchain-elezioni-bitcoin/219101/. Ultimo accesso: 29 nov. 2018. Anche qui nessuna smentita.
  4. “Parla Davide Casaleggio: «Il cambiamento travolgerà il mondo dei ….” https://www.laverita.info/il-cambiamento-travolgera-il-mondo-dei-burocrati-e-i-baroni-dellintellighenzia-davide-casaleggio-lintervista-2588987694.html. Ultimo accesso: 29 nov. 2018. Idem.
  5. Grazie alla nostra lettera al Direttore, Lettera43 smentisce la questione de “La bufala della votazione con la Blockchain in Sierra Leone – Lettera43.” 3 dic. 2018, https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/12/03/blockchain-casaleggio-beppe-grillo-sierra-leone/226995/. Ultimo accesso: 3 dic. 2018.
  6. Molto interessante questa analisi su perché Zugo è Zugo (e perché votano con la blockchain anche) “ZUGO: IL “PARADISO FISCALE” DELLA SVIZZERA, DOVE IL ….” https://www.miglioverde.eu/zugo-il-paradiso-fiscale-piazzato-al-centro-della-svizzera/. Accessed 28 Nov. 2018.
  7. “Blockchain and Elections: The Japanese, Swiss and American ….” 6 set. 2018, https://cointelegraph.com/news/blockchain-and-elections-the-japanese-swiss-and-american-experience. Ultimo accesso: 30 nov. 2018.
  8. “Tsukuba, Ibaraki – Wikipedia.” https://en.wikipedia.org/wiki/Tsukuba,_Ibaraki. Accessed 28 Nov. 2018.
  9. “West Virginia Secretary of State Reports Successful Blockchain Voting ….” 17 Nov. 2018, https://cointelegraph.com/news/west-virginia-secretary-of-state-reports-successful-blockchain-voting-in-2018-midterm-elections. Accessed 28 Nov. 2018.
  10. “Voatz: a tale of a terrible, horrible, no-good, very bad idea | TechCrunch.” 12 ago. 2018, https://techcrunch.com/2018/08/11/voatz-a-tale-of-a-terrible-horrible-no-good-very-bad-idea/. Ultimo accesso: 30 nov. 2018.
  11. “Blockchain – Membri del Gruppo di esperti.” https://www.mise.gov.it/index.php/it/10-istituzionale/ministero/2039024-blockchain-membri-del-gruppo-di-esperti. Ultimo accesso: 20 gen. 2019.
  12. “Voto elettronico, l’errore è farne un problema tecnologico | Agenda ….” 9 ago. 2018, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/voto-elettronico-lerrore-e-farne-un-prblema-tecnologico/. Ultimo accesso: 20 gen. 2019.

Blockchain e Elezioni: l’esperienza giapponese, svizzera e americana

Henry Linver su CoinTelegraph

Blockchain and Elections: l'esperienza giapponese, svizzera e americana

ANALISI

Le elezioni libere ed eque sono uno dei pilastri di democrazie in salute. Dagli Stati Uniti alla Sierra Leone, i sostenitori della blockchain credono che la tecnologia possa portare un nuovo livello di trasparenza, equità ed efficienza al processo elettorale. Nonostante l’entusiasmo della comunità blockchain – e il tentativo di supporto da parte di organismi politici – i tentativi di implementare la tecnologia hanno avuto un successo misto e hanno ricevuto critiche drastiche.

Blockchain del trial scientifico giapponese

Alla fine di agosto , la città giapponese di Tsukuba ha sperimentato l’uso della tecnologia blockchain nel suo sistema di voto. Tsukuba è una città già strettamente associata alla ricerca scientifica, e il recente uso della blockchain è l’ultima mossa della città per esplorare nuovi modi di innovare.

Gli elettori hanno potuto partecipare utilizzando il proprio My Number Card, un numero identificativo di 12 cifre rilasciato a tutti i cittadini del Giappone, introdotto nel 2015.

Una pubblicazione distribuita sul sito ufficiale della città ha dichiarato che gli elettori sono stati in grado di esprimere voti per l’attuazione di diversi programmi sociali. I partecipanti sono stati in grado di scegliere quali delle 13 iniziative ritenute più meritevoli di supporto finanziario, a partire dallo sviluppo di attrezzature per migliorare la diagnosi del cancro, fino a un programma di navigazione sonora nelle città e nuove attrezzature per attività all’aperto.

Come citato da Cointelegraph , il voto è stato condotto per stabilire se le proprietà democratiche e trasparenti della blockchain si prestassero bene alla minimizzazione del gioco scorretto nel processo di voto.

Sebbene inizialmente scettico sul potenziale della blockchain, il sindaco di Tsukuba, Tatsuo Ugarashi, ha detto :

“Avevo pensato che [blockchain] avrebbe comportato procedure più complicate, ma ho scoperto che è minimo e facile.”

Sebbene il recente voto giapponese con blockchain sia andato liscio, non tutti gli sforzi del governo per sfruttare le potenzialità della tecnologia hanno goduto della stessa accoglienza.

Sierra Leone: l’elezione blockchain che non lo era

Il 7 marzo 2018 è stato riferito che la Sierra Leone era diventata la prima nazione ad implementare la tecnologia blockchain nel processo elettorale.

Agora Technologies , una società svizzera, ha pubblicato una serie di tweet affermando di aver supervisionato la prima elezione con blockchain della Sierra Leone:

Proprio così, @AgoraBlockchain è stato presentato in @TechCrunch oggi. Leggi di più sulla nostra elezione #blockchain in Sierra Leone! https://t.co/e2fh1kzSzj

15 marzo 2018

La realtà si è rivelata un po ‘diversa. In realtà, Agora aveva effettivamente osservato il processo di votazione e condotto un processo di blockchain completamente separato insieme alle elezioni per illustrare come le future elezioni potrebbero essere svolte utilizzando la tecnologia.

La Commissione elettorale nazionale della Sierra Leone (NEC) è entrata in azione e ha pubblicato la propria dichiarazione via twitter, negando che durante le elezioni vi sia stato un qualche uso della tecnologia blockchain:


pic.twitter.com/8cLMVvQPkQ

, 19 marzo 2018

Il CEO di Agora, Leo Gammar, è stato costretto a rettificare le affermazioni apparentemente fuorvianti di Agora . Il fatto che il gruppo fosse accreditato per processare il proprio sistema di blockchain insieme alle elezioni indica che, nonostante la frenesia dei media, gli organismi governativi stanno aprendo la porta a nuovi modi per rendere più efficiente il processo elettorale – e blockchain è uno di questi .

Nonostante le apparentemente rosee relazioni con il NEC della Sierra Leone, l’accoglienza del coinvolgimento della compagnia nelle elezioni è stata mista. Morris Marah, fondatore del Sensi Tech Hub di Freetown , ha espresso le sue preoccupazioni a RFI :

“Quello che questi ragazzi [Agora] stanno dicendo è grandioso. Ma in realtà non l’hanno testato perché in pratica hanno preso una scheda cartacea dei risultati e l’hanno messa sul loro sistema. Questo è quello che fanno tutti gli altri, non è nuovo. “

La “Crypto Valley” della Svizzera prova il blockchain votante

Negli ultimi anni, la città svizzera di Zugo è diventata famosa meno per le sue vedute sulle montagne e la pittoresca architettura svizzera, ma più per la sua associazione con basse aliquote fiscali e la criptovaluta. Il recente afflusso di gruppi di cripto che hanno stabilito basi nel cantone centrale ha portato alla sua soprannominazione “CryptoValley”.

Desideroso di affermarsi come un capitale blockchain, il comune consente il pagamento in Bitcoin per i servizi e recentemente completato un processo di successo del voto blockchain.

Il voto su piccola scala ha coinvolto solo 72 dei 240 cittadini con accesso al sistema di voto online, che hanno partecipato al voto del processo non vincolante tra il 25 giugno e il 1 luglio. Il questionario del test ha chiesto ai cittadini di votare su entrambe le questioni municipali minori come anche se pensano che un sistema di identificazione elettronica basato su blockchain debba essere utilizzato per i referendum in futuro. L’agenzia di stampa svizzera scrive che tre persone hanno dichiarato che non è stato facile votare in digitale, 22 hanno risposto che avrebbero usato blockchain per dichiarazioni fiscali o sondaggi, 19 hanno risposto che avrebbero pagato le tasse di parcheggio con il loro ID digitale e tre hanno affermato che lo avrebbero usato per prendere in prestito libri della biblioteca. Il capo della comunicazione di Zug, Dieter Miller, ha definito il voto un successo.

West Virginia prova il blockchain di voto, ma le nuvole minacciano le fantasticherie

Il West Virginia consentirà ai cittadini che prestano servizio nelle forze armate – insieme ad altri cittadini che vivono all’estero – di votare via smartphone con un’app chiamata Voatz nel novembre 2018. Questa sarà la prima istanza di voto su uno smartphone in un’elezione federale.

Funzionari del West Virginia hanno pubblicato un PDF che illustra il processo:

“Tutto ciò che è necessario per esprimere il proprio voto è un dispositivo mobile Apple o Android compatibile e un ID statale o federale approvato e convalidato”.

L’idea per l’app è emersa per la prima volta in occasione di un vertice di hacking organizzato dal South by Southwest Technology Festival in Texas.

Il segretario di stato della West Virginia, Mac Warner, è rimasto colpito dal sistema di autenticazione biometrica dell’app e dagli elementi di sicurezza basati su blockchain. Sia Warner che la startup di Boston che ha creato Voatz affermano che il sistema è sicuro.

Lo stato ha portato a termine con successo un progetto pilota a maggio.

La recente fanfara sulla tecnologia blockchain nelle procedure di voto si gioca sullo sfondo di uno scandalo in una storia elettorale relativamente recente. Nel 2000 sono state riportate segnalazioni di un conteggio anomalo e, nel 2016, diverse persone sono state accusate di aver espresso voti in più di uno stato.

Un rapporto dell’istituto Brookings ha affermato che la Conferenza nazionale dei legislatori statali ha presentato una serie di considerazioni che devono essere affrontate per un’implementazione su larga scala del voto elettronico – come la sicurezza, la coercizione degli elettori, l’autenticazione e l’inconveniente per i funzionari locali. Sebbene sia positivo sul potenziale per la tecnologia blockchain di trasformare il processo di voto, il rapporto ha concluso che la blockchain deve essere testata in modo completo per tenere conto dei costi e delle dimensioni di un’implementazione più ampia.

Matt Blaze, un ricercatore di crittografia e sicurezza presso l’Università della Pennsylvania, ha espresso critiche alla relazione, affermando che la blockchain introduce punti deboli nel sistema. Blaze ha anche affermato che proteggere il sistema di voto “è più facile, semplice e sicuro fatto con altri approcci”.

Marian K. Schneider, presidente di Verified Voting , ha anche preso di mira l’app Voatz, affermando che si non è tanto un’app basata su blockchain quanto un’app mobile standard con una blockchain collegata. La preoccupazione principale è che, sebbene l’app crittografa i dati dell’elettore, il sistema attuale non può garantire che il telefono dell’abbonato e la rete di assistenza siano privi di vulnerabilità. Per quanto riguarda la protezione delle informazioni sensibili mentre viaggia su Internet dall’app, Schneider ha  dichiarato :

“Penso che abbiano fatto molte affermazioni che in realtà non giustificano alcuna maggiore fiducia in ciò che stanno facendo rispetto a qualsiasi altro sistema di voto su Internet”.

Voatz sostiene che le critiche contro di esso sono “falsa propaganda” e che “la maggior parte dei commenti nel thread sono errate o travisate”.

Tuttavia, le critiche alle capacità dell’app non sono del tutto infondate. Una sperimentazione in Utah ha portato la startup a non essere in grado di supportare un’alta concentrazione di download poco prima dell’apertura dei sondaggi. Voatz, tuttavia, è rimasto ottimista e ha descritto l’incidente come una “preziosa esperienza di apprendimento”.

Implementazione blockchain alle elezioni

I critici rimangono indifferenti

Mentre la maggior parte delle critiche per il voto online e mobile è stata mirata a difetti specifici nei programmi, ci sono molti critici di spicco che non concordano completamente con la nozione.

Bruce Schneier, un crittografo, informatico e autore di numerosi libri sulla crittografia e la sicurezza informatica, ha pubblicato un blog in opposizione all’uso delle blockchain nelle elezioni.

“L’unico modo per proteggere in modo affidabile le elezioni sia dalla malizia che dall’incidente è usare qualcosa che non sia hackerabile o inaffidabile su larga scala; il modo migliore per farlo è quello di eseguire il backup di tutto il sistema possibile con la carta. “

Schneier ritiene che gli sforzi passati per automatizzare il sistema di voto portino un messaggio sui potenziali pericoli di tale trasformazione. Nel 2007, gli stati della California e dell’Ohio hanno effettuato audit completi delle loro macchine per il voto elettronico. Il risultato era tutt’altro che positivo. La revisione ha rilevato che le vulnerabilità erano endemiche in quasi tutte le componenti:

“I ricercatori sono stati in grado di modificare in modo non corretto i voti dei voti, cancellare i registri di controllo e caricare malware nei sistemi. Alcuni dei loro attacchi potrebbero essere implementati da un singolo individuo senza un accesso maggiore di un normale operatore di sondaggio; altri potrebbero essere fatti da remoto. “

Questo non è l’unico caso in cui le macchine per il voto elettronico sono state compromesse. Nel 2017, la conferenza degli hacker di Defcon ha raccolto 25 pezzi di attrezzature e ha sfidato i partecipanti a comprometterli. Alla fine del weekend, i partecipanti avevano caricato software dannoso su dispositivi, conteggi di voti compromessi in modo anonimo e causato l’arresto anomalo dei dispositivi. “Questi erano hacker annoiati”, scrive Schneier, “senza esperienza con le macchine per il voto, che giocano tra una festa e l’altra un fine settimana”.

Per quanto riguarda la migliore soluzione, Schneier ha scritto:

“I ricercatori della sicurezza concordano sul fatto che il gold standard è un voto cartaceo verificato dagli elettori . Il modo più semplice (e meno costoso) per raggiungere questo obiettivo è il voto a scansione ottica. Gli elettori contrassegnano a mano le schede cartacee; vengono inseriti in una macchina e contati automaticamente. Quel ballottaggio cartaceo viene salvato e funge da record vero e proprio in un riconteggio in caso di problemi. Le macchine touch-screen che stampano un voto cartaceo da inserire in un’urna possono anche funzionare per gli elettori disabili, purché il voto sia facilmente leggibile e verificato dal voto. “

La critica più feroce per il concetto viene dal Centro per la democrazia e la tecnologia, Joseph Lorenzo Hall , che definisce l’intera cosa una “idea orribile”:

“È il voto in internet sui dispositivi orribilmente sicuri delle persone, sulle nostre orribili reti, sui server che sono molto difficili da proteggere senza una registrazione fisica dei voti”.

Tuttavia, questa raffica di critiche non sembra aver scoraggiato i governi dal cercare di implementare la tecnologia nel prossimo futuro. Ormai, possiamo parlare solo degli esperimenti municipali, non nazionali, ma dato che sono stati tenuti negli Stati Uniti, in Giappone e in Svizzera, non sarebbe esagerato riconoscere un certo interesse per la DLT dalle principali democrazie del mondo.

L’autore:  Henry Linver

Henry Linver è un giornalista freelance. È interessato a come la blockchain abbia il potenziale per cambiare radicalmente il mondo in cui viviamo e il potere di trasformazione della crittografia.


Al direttore di Lettera43 in merito dichiarazioni di Casaleggio sul voto elettronico

Gentile Direttore,
questa nostra lettera solo per sottolineare che la sua. testata si sta facendo promotore della propagazione di ormai screditate fake news in merito all’uso della blockchain nell’ambito del voto elettronico. Il dibattito sull’introduzione del voto elettronico in Italia è ampiamente inquinato da parte di questa propaganda basata su notizie false o ampiamente travisate, di cui sembra, forse involontariamente, vi state facendo parte attiva.

Nell’intervista a Davide Casaleggio dello scorso 21 novembre il giornalista Eugenio Spagnolo riporta, come se questo rispondesse a verità, la notizia, ormai screditata da oltre sei mesi dell’utilizzo della blockchain nelle elezioni in Sierra Leone, probabilmente citando un post del blog di Beppe Grillo sull’argomento. Casaleggio poi risponde di conseguenza.

Purtroppo questo è falso. «Mohamed Conteh, presidente della National Electoral Commission (NEC) della Sierra Leone, l’organizzazione con mandato costituzionale che supervisiona la registrazione degli elettori e tutte le elezioni pubbliche nel paese, è uscita per rendere chiaro al pubblico che, nonostante i numerosi resoconti dei media al contrario , nessuna tecnologia di libro mastro distribuito è stata utilizzata durante le elezioni nazionali del 7 marzo. Ha affermato che “il NEC non ha usato e non sta usando la tecnologia blockchain in nessuna parte del processo elettorale”.» (<https://news.bitcoin.com/reports-of-blockchain-elections-in-sierra-leone-are-all-fake-news/). Può cercare su Internet ampia documentazione in merito, come forse avrebbe dovuto fare il suo giornalista per preparare correttamente la sua intervista.

Sarebbe opportuno se pubblicase, come doveroso, una rettifica.
Grazie,Emmanuele SommaSegretario del Comitato sui Requisiti del Voto in Democraziahttps://crvd.org
Per informazioni:
FAQ sul voto elettronico (e sull’applicazione della blockchain)http://blog.crvd.org/index.php/2018/11/28/faq-sul-voto-elettronico-e-sullapplicazione-della-blockchain/

«Guida Hermes al Voto Digitale» di Winston Smith  https://crvd.org/la-guida-hermes-al-voto-digitale/.

Diritto alla conoscenza nell’incostituzionalità del voto elettronico in Germania  https://crvd.org/diritto-alla-conoscenza-nella-non-costituzionalita-del-voto-elettronico-in-germania/

A seguito della nostra comunicazione Lettera43 ha pubblicato questo articolo

La bufala della votazione con la Blockchain in Sierra Leone

Nonostante il Paese abbia ufficialmente smentito l’uso del sistema in occasione delle elezioni di marzo 2018, la fake news continua a circolare. 

Il 7 marzo 2018 in Sierra Leone si sono tenute le elezioni nazionali. Tantissime testate hanno riportato la notizia che si fosse votato usando il sistema Blockchain. Ammetto che non essendo un informatico non so abbastanza del sistema per potermi esprimere in merito. Mi è stato spiegato più volte, non mi ha convinto, ma può essere che non mi abbia convinto proprio in quanto non sono un esperto informatico. Ma allora perché ne parliamo oggi? Il problema è che la storia che si sia usata la Blockchain in Sierra Leone è data come assodata, da tanti, colpa il fatto che a marzo tutti avevano riportato la cosa per certa, merito di una campagna marketing azzeccata. Ma le cose non stanno affatto come raccontato nei primissimi giorni dopo le elezioni. Tanto che la commissione elettorale della Sierra Leone il 19 marzo è stata costretta a emettere un annuncio specifico in merito.

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Il comunicato ufficiale della Sierra Leone in cui viene smentito l’utilizzo della Blockchain.

Il testo è semplice:

La commissione elettorale nazionale utilizza un database interno per il controllo dei risultati elettorali. Questo database è stato originariamente sviluppato per le elezioni del 2012. È stato poi ampliato e aggiornato, prima delle elezioni del 2018. Il database è stato sviluppato in C ++ e funziona su MS SQL, nessuno dei quali è open source. E non usa Blockchain in alcun modo.

Ma allora come mai siti come il Blog di Beppe Grillo riportano ancora questa storia?

blockchain-casaleggio-beppe-grillo-sierra-leone
Lo screenshot del Blog di Grillo sull’uso della Blockchain nelle elezioni di marzo 2018.

Anzi, la domanda da farsi è come mai ne parlino il 20 marzo, quando la commissione elettorale aveva smentito la cosa il 19 marzo? La verifica dei fatti questa sconosciuta.

LA VERSIONE DI DAVIDE CASALEGGIO

Quello che dispiace è che come diceva un famoso detto: «Ripetete una bugia cento, mille un milione di volte diventerà una verità…» (e no, non si può attribuire a Goebbelsnon esistendo una fonte verificabile). Basti vedere come una domanda di un’intervista a Davide Casaleggio, apparsa proprio qui su Lettera43.it qualche giorno fa, contribuisca ad alimentare l’informazione errata.

Nell’intervista si parlava appunto di Blockchain, l’intervistatore (sbagliando) chiede:

Ma è stata adoperata anche nelle elezioni: in Sierra Leone hanno sperimentato il voto elettronico, usando una tecnologia basata sulla Blockchain. Potrebbe essere un passo verso la democrazia elettronica?

Al che Casaleggio, senza assolutamente smentire l’informazione errata, risponde:

Oltre che sulle certificazioni di filiera, il registro condiviso può essere applicato in molti contesti, anche nei sistemi di voto. La Sierra Leone è solo uno degli esempi. Ma ce ne sono diversi. Per esempio nel Comune di Zugo in Svizzera recentemente hanno sperimentato il sistema di voto basato sulla Blockchain. E anche in Olanda e Australia ci sono utilizzi per quanto riguarda il voto.

La Sierra Leone però, come abbiamo visto, non ha usato un sistema basato sulla Blockchain. Ma allora è tutta una bufala? Fino a un certo punto sì, ma c’è una spiegazione: Agora (l’azienda svizzera che ha sviluppato il sistema) ha agito comeosservatore internazionale nei territori occidentali della Sierra Leone. Nell’espletare il suo compito di osservatore ha testato la Blockchain come sistema di controllo indipendente. Non è stata usata per le votazioni in Sierra Leone, ma solo testata (dagli stessi sviluppatori) in una determinata zona. Sia chiaro, è vero ci sono Paesi che stanno testando eventuali potenzialità del sistema. E ripeto, ammetto la mia ignoranza, non sono in grado di darvi un parere spassionato sull’argomento. Ma quello che conta è fare chiarezza: in Sierra Leone non è stata usata la Blockchain per votare. In Italia esiste un Comitato per i requisiti del voto in democrazia. Una delle poche voci che muove critiche esplicite in maniera sufficientemente chiara. Per il resto sembra che tutti ne siano entusiasti, senza però averne chiaro il funzionamento.

Blockchain, perché l’Italia deve (e può) fare di più. Parla Luciano Floridi

di  Simona Sotgiu su formiche.net – 28/09/2018

Un primo passo nella direzione dello sviluppo di una strategia nazionale digitale, anche se forse un po’ tardivo, ma certamente apprezzabile. Luciano Floridi, filosofo, docente a Oxford e esperto di Intelligenza artificiale e sviluppo del digitale commenta con moderazione la firma messa ieri a Bruxelles dal vicepremier e titolare del Mise Luigi Di Maio alla Blockchain Declaration, con cui la Commissione europea intende essere uno strumento per “lo scambio di esperienze e competenze in campo tecnico e normativo tra gli Stati membri” e vuole preparare “il lancio di applicazioni Blockchain a livello Ue. Secondo il professore, l’Italia deve investire di più, puntare a una strategia nazionale ben definita così da poter dialogare con gli attori europei, ma non solo. Intanto questa mattina il Mise ha pubblicato sul sito del ministero la call per la formazione di un gruppo di esperti di alto livello per l’elaborazione della strategia nazionale sulla blockchain, sulla falsa riga di quanto fatto a metà settembre sull’Intelligenza Artificiale. E sulla democrazia digitale…

Oggi Di Maio ha firmato la Blackchain Declaration, definita da Mariya Gabriel la chiave per una “Human-centric internet”. Cosa rappresenta per l’Italia?

È una banalità. Abbiamo semplicemente raggiunto un gruppo che era partito ad aprile, certo meglio tardi che mai, ma erano già presenti 25 Paesi in questa European blockchain partnership, l’Italia è forse una delle ultime ad aggiungersi. È un gruppo di lavoro che, come molte iniziative dell’Unione europea, cerca di fare un quadro generale su dove siamo in Europa sulla Blockchain in questo momento e allo stesso tempo di unificare e far sì che si faccia un po’ di progresso a livello europeo tutti insieme così che non ci siano 26 Paesi che si muovono separatamente. Ci sono anche dei fondi, stanziati dall’Ue, che dovranno essere utilizzati per finanziare questa iniziativa. Mi ha sorpreso un po’ questo annuncio come se fosse una firma significativa, l’evento del futuro, è un passo importante sicuramente e bisognava farlo – anche se forse un po’ tardi, ma non penso ci fosse un governo in Italia in grado di compierlo prima – però l’eccitazione attorno a questo annuncio mi sembra eccessiva. È una delle tante cose che un buon governo dovrebbe fare e l’Italia l’ha fatto. È forse un po’ peculiare che non ci fossimo accorti prima di questa possibilità. Ma resta un’ottima idea, fatta nei tempi che gli hanno permesso di mettere questa firma. Spero non venga utilizzata come propaganda.

Si parla, tra le altre cose, anche di un Fondo nazionale per l’innovazione digitale, come appena fatto per l’intelligenza artificiale. Su cosa dovrebbe puntare l’Italia?

Secondo me sta facendo bene il nuovo governo a puntare su Intelligenza Artificiale e Blockchain. Dovrebbe cominciare a pensare a una strategia nazionale su che cosa si vuole fare con l’Intelligenza Artificiale in Italia. L’Italia non ha un ministro del digitale, questo è sicuramente un limite, lo hanno tutti i Paesi più importanti con cui l’Italia ha a che fare, quindi potrebbe essere un buono strumento – nei limiti in cui il nostro sistema lo permetta – pensare a una figura di riferimento che incarni queste tematiche al quale dare anche la libertà e l’autonomia di fare, volta per volta, ciò che è necessario per spingere ancora di più, ad esempio, sui pagamenti online e le transazioni digitali, combattere ad esempio l’evasione fiscale. Dobbiamo capire dove vogliamo porci, e l’Europa è già partita. Io mi occupo di Intelligenza Artificiale e ho visto che anche l’Italia ha voluto fare, a metà settembre, una call di esperti per l’Istituzione di un Gruppo di alto livello per l’elaborazione della Strategia nazionale sulla IA (di oggi è invece la call per istituire un gruppo anche sulla Blockchainndr), ma la partecipazione al gruppo di lavoro è volontaria, il che a mio avviso mostra che non è un progetto serio.

Cosa intende?

Vuol dire che la partecipazione a questo gruppo sarà soltanto legata a chi se lo può permettere, ed è un peccato che ad esempio, siano solo le grandi aziende e non le Startup a poterselo permettere. Queste sono le piccole cose che fanno una grande differenza. So che il governo ha attualmente tantissime cose a cui pensare, quindi forse l’Intelligenza Artificiale, i pagamenti online, la Blockchain e in general il benessere digitale della nazione non arrivano proprio come primi punti, però appunto per l’Italia è una grande opportunità: noi siamo un Paese che vive di grandi esportazioni e di economia dell’esperienza (si pensi al turismo), e in questo il digitale è fondamentale. L’esportazione del Made in Italy ovviamente oggi senza digitale non ha una reale strategia per il futuro: puntare su questi due aspetti penso sia fondamentale. Sono contento che il governo abbia iniziato a fare qualche passo in questa direzione, che è quella giusta, ma ne vorrei di più frequenti e di più lunghi.

Il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo Economico e vicepremier, punta molto sulla trasposizione dei processi democratici online, democrazia digitale, infatti M5S si avvale di una piattaforma in rete, Rousseau, per consultare gli iscritti. Si è parlato molto di Blockchain per migliorarne la sicurezza, che cosa ne pensa?

Blockchain con la democrazia digitale ha davvero poco a che fare. È un peccato, nel senso che sono in buona compagnia l’una con l’altra ma non è che la Blockchain serve a migliorare la democrazia digitale. La Blockchain è una certificazione di un prodotto, di un servizio, che cosa c’entri con la democrazia digitale lo sanno solo i retori che se ne sono appropriati, lascia perplessi. La Blockchain serve altrettanto bene a promuovere la democrazia rappresentativa. Credo che ci sia una volontà di unire cose che non c’entrano, si può fare in modo un po’ superficiale. Come avrebbe detto Hegel, “Nella notte tutte le vacche sono nere”, basta appiccicare “digitale” e allora tutto si confonde: blockchain è digitale, la democrazia è digitale, la piattaforma è digitale, quindi sono tutti nello stesso brodo. La Blockchain ha una funzione tecnica, tanto è vero che uno degli sponsor principali sono le banche internazionali, può immaginare quale sia il rapporto tra le grandi banche internazionali con la democrazia digitale dal basso che prevede il voto su molteplici temi. La connessione, se vogliamo, è che viviamo in un contesto sempre più digitale, dalla sfera politica a quella finanziaria, da quella della certificazione a quella del mondo del lavoro, tutti quanti stanno avanzando in questo nuovo spazio che ho chiamato l’infosfera. Se tutti si muovono nell’infosfera è chiaro che tante cose diventano ormai digitali: dalla certificazione di chi costruisce l’automobile fino ad arrivare ad operazioni come il voto elettronico. Ma mettere tutto sulla stessa linea, dire che la Blockchain è una cosa che fa bene alla democrazia digitale, è una forzatura. C’è un punto fondamentale, però, che ho sentito anche in un video pubblicato da Luigi Di Maio proprio sulla Blockchain.

Quale?

La disintermediazione. Questo è importante e va capito meglio. Se Blockchain toglie alcuni intermediari, ne inserisce altri. Come per il caso di Bitcoin una valuta che non ha bisogno delle banche nazionali, ma poi sei nelle mani di un piccolo gruppo internazionale e di operatori che fanno il bello e il cattivo tempo, infatti sappiamo quanto è volatile il Bitcoin rispetto a una normale valuta. Noi allora ci fidiamo di questi gruppi più tecnocratici piuttosto che fidarci della banca nazionale italiana o europea, quindi c’è un passaggio di affidamento. Blockchain vuol dire semplicemente spostare la quantità e la qualità della certificazione da strumenti che sono di tipo analogico, e in questo caso Di Maio ha ragione a fare un paragone con il vecchio notaio, a strumenti di tipo digitale e automatizzato di controllo, perché non c’è bisogno dell’essere umano che passi a controllare ogni riga. In questo contesto, ha ragione l’Associazione europea dei notai ad essere preoccupata. Però questa disintermediazione, è un po’ sciocco e forse semplicistico porla come un potere al popolo. Non è così, è una rintermediazione con altri mezzi. Se io tolgo la mediazione del notaio è perché qualcuno ha introdotto Blockchain, come per esempio questo gruppo europeo, che sarà poi il responsabile per il suo funzionamento e i suoi protocolli. Gli intermediari ci sono, ma viene cambiata molto la loro figura. Se, guardando molto avanti, l’euro diventerà una valuta digitale: chi garantirà questo euro? Io non voglio essere un guastafeste, perché vedo del buono, ma mi dispiace quando questo buono viene venduto come eccezionale e rivoluzionario spostandosi dalla sua effettiva bontà.

Se c’è solo un cambiamento di intermediario, come ha detto lei, quali sono i rischi dell’uso della Blockchain nei processi di voto online, che ci si riferisca alla piattaforma del Movimento 5 Stele, ma non solo?

Non è molto chiaro, non lo è in generale capire dove stiamo andando. Se la Blockchain, o simili, servono a disintermediare nel senso vecchio, antico, novecentesco, e creano una certificazione distribuita per cui è difficile, se non impossibile (almeno praticamente) modificare qualcosa senza che questo non risulti identificabile, se si documenta e garantisce come è stato fatto ogni passo e ogni passo è certificato, allora se c’è stato un errore è facilmente identificabile. Questa catena che si crea tra l’oggetto e il servizio fruito dal cittadino e dalla cittadina e a fonte che lo ha erogato o prodotto, questa catena è una novità ed è importante, perché non l’abbiamo mai avuta prima, o meglio, è come se si tornasse ai tempi in cui io sapevo da dove veniva l’insalata perché me l’avevi venduta tu e l’avevi coltivata nel tuo orto. Quando questo divario tra la provenienza e l’utilizzo di qualcosa è molto ampio serve ricucire il rapporto tra la fonte e l’utilizzo e Blockchain fa questo. Blockchain introduce questo concatenamento del servizio o dell’oggetto alla sua fonte, questa è una bellissima e straordinaria rivoluzione che noi stiamo attraversando e lo stanno facendo un po’ tutti soprattutto chi si occupa di servizi che possono essere a rischio.

Lei ha scritto, in un pamphlet pubblicato con la Rivista Formiche intitolato “Il verde e il blu – Idee ingenue per migliorare la politica in una società matura dell’informazione”, che del “nuovo continente digitale” in cui ci muoviamo conosciamo poco, e che per non lasciarlo alla logica del profitto abbiamo bisogno di buona politica. In cosa può consistere questa buona politica?

Il governo ha fatto un primo passo, seppure tardivo, ma si può fare di più e meglio. Se noi in Italia avessimo un approccio un po’ meno antiscientifico sarebbe una cosa buona, avremmo bisogno di una percezione non solo dei rischi connessi con il digitale, che come tutte le tecnologie un po’ dirompenti rivoluzionano le cose creando anche qualche grattacapo, ma soprattutto dei vantaggi, che non sono soltanto economici. Il digitale non è soltanto un modo per creare aziende che generano profitto, ma serve anche a far sì che si innalzi la qualità della vita, che la distribuzione dei benefici che le nuove tecnologie stanno portando sia più equa e che in questo si possa fare poi i conti non soltanto con i benefici per l’essere umano ma anche il benessere più generale. Dal punto di vista capitalista il digitale è uno dei grandi meccanismi che abbiamo oggi per creare ricchezza, non funziona bene, al momento, per distribuirla e crearla in maniera equa. Ecco, questi due elementi sono indispensabili. Produciamo ricchezza con il digitale, poi usiamo anche il digitale per distribuirla meglio, ad esempio lotta all’evasione, per incentivare l’economia verde, per una migliore informazione. Questo è il contesto in cui il digitale può fare la differenza, però bisogna investire. Per questo ci vorrebbe una strategia nazionale in coordinamento poi col resto dell’Europa: perché fa da interfaccia con gli altri Paesi, è come avere una lingua comune, una sorta di koinè con la quale tu parli con gli altri Stati. Senza questa lingua comune non puoi andare a discutere.

Fusacchia (+Europa) a ItaliaChiamaItalia: “Insisto, per gli italiani all’estero ci vuole il voto elettronico”

Deputato eletto nella ripartizione estera Europa: “Ho proposto il voto elettronico. Non è una cosa facile da realizzare, bisogna capire come realizzarlo ma sicuramente aumenterebbe le percentuali di partecipazione. E soprattutto non è accettabile il sistema attuale”

di Davide La Cara – giovedì 27 settembre 2018

Alessandro Fusacchia, 40enne reatino, è deputato eletto nella circoscrizione Europa per la lista +Europa. È stato consigliere di Emma Bonino al Ministero degli Esteri e capo di gabinetto di Stefania Giannini al Ministero dell’Istruzione. È segretario di MOVIMENTA, un nuovo soggetto politico europeista e liberale-progressista. Fusacchia fa parte della commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera.

Onorevole Fusacchia, lei ha avuto esperienze politiche e lavorative in diversi Paesi europei. Cosa porta agli italiani all’estero e quali sono le sue impressioni in questi primi mesi di legislatura?

Ho fatto una campagna elettorale molto improntata sul concetto di mobilità. Parto dall’idea che gli emigrati delle nuove generazioni non sono come quelli di cinquanta o cento anni fa. Sono persone che magari vanno due anni a Londra, tre a Parigi, e così via. E non vale solo per i giovani ricercatori ma per tutti, perché sono decine di migliaia quelli che ogni anno lasciano l’Italia. E noi dobbiamo costruire uno spazio unico dove questa mobilità favorisca la ricerca e l’incontro con le opportunità, per questo serve una Europa unita che offra formazione e lavoro.

Nel frattempo ci siamo ritrovati con un Governo che vuole riportare l’Italia al medioevo, altro che avere una visione moderna di Europa. Il primo anti-italiano è Salvini, che fa il gioco di Putin e Trump, che puntano a spaccare l’Europa e quindi a dominare tutti gli staterelli di cui si compone. Noi italiani dovremmo capirlo meglio degli altri, visto la nostra storia prima dell’Unità d’Italia. Solo un’Europa unita può davvero difendere gli interessi dei suoi cittadini, e quindi anche degli italiani.

Come considera il lavoro del Sottosegretario Merlo e ci sono proposte di cui vorrebbe discutere insieme?

Ho una visione politica molto distante da quella del Sottosegretario e del Governo. Sui servizi ai nostri concittadini dobbiamo lavorare insieme – ad esempio penso che una massiccia digitalizzazione aiuterebbe i consolati. Dobbiamo anche ragionare su come valorizzare gli italiani all’estero, e anche su questo credo che abbiamo posizioni diverse, perché penso che le comunità di italiani all’estero siano molto diverse tra di loro: le comunità in Argentina migrate cento anni fa non sono simili a quelle della periferia di Bruxelles o da chi fa l’università a Parigi oggi. La scommessa è fare sentire a tutti che sono parte di una rete diffusa e che devono vivere e viversi come cittadini del mondo.

Cosa è MOVIMENTA e quali sono i suoi obbiettivi?

È un gruppo di persone nato un anno fa che arriva da esperienze non politiche ma professionali e associative di vari ambiti. Siamo partiti da tre considerazioni. La prima è quella di affrontare le grandi problematiche nazionali legate alla società e al lavoro, smettendo di fare politica “con lo specchietto retrovisore”. La seconda è di non fare politica sui social: Facebook deve essere uno strumento per raccontare cosa succede nel mondo reale, è quindi necessario trovare una riscoperta della fisicità della politica, cioè la capacità di incontrare le persone, di creare un dialogo e instaurare fiducia e trasmettere sentimenti positivi, contrariamente a quello che succede oggi. Infine la dimensione europea: siamo molto europeisti, riteniamo che ci siano molti limiti nella UE ma le grandi sfide possono essere affrontate solo con un continente unito, con soli 60 milioni di abitanti non andremo da nessuna parte.

Il tema del lavoro poi è l’argomento principale: diritti e tutele. Oggi il lavoro è cambiato e la forte precarizzazione va affrontata. E poi aiutare le piccole imprese a crescere nell’affrontare le problematiche, la ricerca e l’internazionalizzazione così da costruire nuovi posti di lavoro. Dietro questo c’è la questione del capitale umano e della sua formazione, la necessità di una burocrazia agile che abiliti le imprese a lavorare. La “macchina” deve essere messa in condizione di lavorare in modo efficace.

Altro aspetto importante per MOVIMENTA è la formazione politica, i partiti non esistono più e non viene fatta da nessuno. Questo crea un problema enorme perché in molti stanno prendendo consapevolezza, un aspetto che porta i cittadini a partecipare attivamente, ma poi le persone si chiedono “come si fa politica oggi?”. Lì dobbiamo intervenire dando strumenti e contenuti. Quello che abbiamo fatto è ragionare su tutto questo, mettendo insieme persone appassionate e solide, ed evitando vecchi schemi in stile anni ’90.

Ci sono altri movimenti che stanno lavorando su questo. Avete aperto un discorso anche con loro?

Stiamo dialogando con realtà come DiEM25 o il movimento dei sindaci di Pascucci e Pizzarotti, quasi quotidianamente. Ma guardo con molta simpatia anche ai ragazzi di Volt. Dobbiamo capire come proporre agli elettori qualcosa di nuovo, che sia di forte contrasto ai nazionalisti ma anche all’establishment e che rappresenti una ribellione contro lo stallo attuale e lo status quo.

Voto all’estero. Lei ha denunciato problematiche e pericolo di brogli. Qual è la sua proposta per migliorare le modalità e la partecipazione del voto all’estero?

Ho proposto il voto elettronico. Non è una cosa facile da realizzare, bisogna capire come realizzarlo ma sicuramente aumenterebbe le percentuali di partecipazione. E soprattutto non è accettabile il sistema attuale, che non garantisce segretezza e è debolissimo contro i brogli, e quindi poco dignitoso per un Paese democratico e civile. Il dibattito sul voto elettronico è chiaramente legato alla sicurezza e alla segretezza del voto. Ma siccome io credo nel progresso della scienza e nella tecnica, sono sicuro che si potranno sviluppare in tempi brevi sistemi efficienti. Non sono un informatico ma gli esperti mi hanno dato pareri diversi. Parto dall’idea che arriveremo a un livello tecnico che ci permetterà questo sviluppo. Se non è sicuro oggi, lo sarà domani: lavoriamo in quella direzione.

Quanto è sicuro il voto degli italiani all’estero oggi? Siamo sicuri che il rischio informatico sia più alto del rischio attuale legato ad un sistema di buste di carta che viaggiano senza controlli in giro per il mondo? Buste che non arrivano o che arrivano a indirizzi vecchi, che vengono perse o sottratte e vendute. C’è un mercato nero del voto degli italiani all’estero che facciamo finta di non vedere. Meglio fare una sperimentazione che tenti di superare tutto questo.

Che giudizio dà sulle manovre economiche attuate e su quelle annunciate come il reddito di cittadinanza o lo sforamento del deficit?

Credo che il Paese abbia bisogno di sviluppo economico e non è certo il reddito di cittadinanza quello che può rimettere in moto il Paese e creare lavoro. E poi, sanno solo ragionare in termini di spesa corrente e mai di investimenti. C’è una enorme differenza e non si può usare l’Europa come capro espiatorio perché non si sa reperire i fondi o perché le promesse sono state troppe, come se si potesse governare con la bacchetta magica invece che con umiltà e competenza.

Sam Biddle su The Intercept: «Stiamo rendendo le elezioni meno sicure solo per risparmiare tempo?»

Sam Biddle su The Intercept, 4 settembre 2018, 13:00

QUALCOSA DI STRANO ACCADE durante la notte delle elezioni. Con la chiusura dei sondaggi, i sostenitori americani di entrambe le parti velocemente si allineano ad un’unica posizione: Vogliamo tutti sapere chi vincerà, e non vogliamo aspettare un minuto oltre. Il vorace appetito nazionale per un immediato vincitore, gonfiato dalla frenetica copertura delle notizie via cavo e ora da Twitter, significa fornire risultati e proiezioni iper-aggiornati prima che sia disponibile qualsiasi conteggio ufficiale. Ma le tecnologie che aiutano a traghettare i risultati fulminei fuori dai seggi elettorali alla CNN sono anche tra le più rischiose, dicono gli esperti.

Elezione insicurezza

Sono passati quasi due anni da quando gli hacker militari russi hanno tentato di dirottare i computer usati dai funzionari elettorali locali e dalla VR Systems, una società di voto elettronico che aiuta a rendere possibile l’Election Day in diversi stati chiave in bilico. Da allora, i rapporti descrivono che la potente coppia di  rischio tecnico intrinseco  e di  estrema negligenza ha reso la sicurezza delle elezioni un tema nazionale. A novembre, milioni di americani voteranno di nuovo – ma nonostante il fatto che centinaia di milioni di dollari in aiuti federali si sono riversati sulla sicurezza dei vostri seggi elettorali locali, le tensioni tra esperti, aziende e lo status quo su ciò che è sicuro significa anche lasciare le domande basilari senza risposta: ogni singolo voto dovrebbe essere registrato su carta, quindi c’è un percorso fisico da seguire? Tutte le elezioni dovrebbero essere controllate dopo il fatto, sia come deterrente che come controllo contro le frodi? E, in un’epoca in cui praticamente tutto il resto è online, le apparecchiature elettorali dovrebbero essere autorizzate a connettersi a Internet?

La risposta del buon senso a quest’ultima domanda – che sembra un’idea terribile – smentisce la sua complessità. Da un lato, il pubblico riceve regolarmente avvisi uniformi dalla comunità di intelligence, dal Congresso e da altre entità che condividono dati sensibili: i cattivi attori all’estero hanno e continueranno a cercare di usare il computer per penetrare o interrompere il nostro voto che è sempre più computerizzato. Proprio lo scorso marzo, il Comitato di Intelligence del Senato ha raccomandato che “[a]l minimo, qualsiasi macchina acquistata di qui in poi dovrebbe avere una traccia cartacea verificata dagli elettori e nessuna funzionalità WiFi.” Poiché un hacker dall’altra parte del pianeta avrà problemi di connessione ad un box in Virginia che non è collegato a nulla, è ovvio che tagliare fuori questi sistemi sensibili dal resto del mondo li renderà più sicuri.

Tammy Patrick, ex funzionario delle elezioni in Arizona e attuale consulente senior presso il Fondo per la democrazia, che, come The Intercept, è finanziato dal fondatore di eBay Pierre Omidyar, ha detto che sebbene non sia a conoscenza di una giurisdizione che “connette le loro apparecchiature di voto usando Wi -Fi,” altre tecnologie wireless sono a volte integrate. Inoltre, i computer che sono solo ad un passo dalle urne digitali spesso si connettono a Internet, ha spiegato Patrick. “Ciò che accade più frequentemente è che l’unità di archiviazione del voto può essere rimossa [dalla macchina per il voto] e utilizzata per consegnare i risultati”. Alcuni addetti alle elezioni inviano i voti dei votanti dai tablet utilizzando il Wi-Fi, mentre in altre giurisdizioni i lavoratori degli exit-poll vanno in luoghi centralizzati che dispongono di accesso a Internet cablato o wireless. È lo stesso concetto base che gli hacker statunitensi e israeliani usavano per attaccare i computer delle centrifughe iraniane che erano tecnicamente tagliate fuori dalla rete.

Nonostante tutti questi avvertimenti, gli esperti temono che le funzionalità wireless, che potrebbero risparmiare ad un hacker o un altro intruso, la difficoltà di dover avvicinarsi fisicamente ai sistemi in questione, vengano sostenute per ragioni che semplicemente non sono abbastanza buone, ad un tempo in cui molti altri problemi di sicurezza rimangono irrisolti. “A livello locale, è una seria lotta per ottenere le basi giuste”, ha detto a Intercept il ricercatore e crittografo della sicurezza Kenneth White. “Quando aggiungiamo, ad esempio, la connettività cellulare o Wi-Fi all’attuale sistema di votazione, la sicurezza diventa molto più difficile e il rischio di compromessi è molto maggiore.”

Secondo un ex funzionario delle elezioni federali che ha parlato a The Intercept a condizione di anonimato perché non gli è stato permesso di parlare alla stampa, molti stati già utilizzano connessioni wireless in una forma o nell’altra e sono riluttanti a rinunciarvi ora, anche avendo il vantaggio di rendere il voto più difficile da hackerare. “I funzionari elettorali capiscono che si tratta di un problema di sicurezza”, ha detto questa persona a The Intercept, “ma questa capacità è già integrata nel loro processo elettorale e fanno affidamento su di essa. Trasformare quel tipo di cambiamento logistico nel loro processo – durante un anno elettorale – è arduo. Questo è particolarmente vero per la trasmissione dei risultati nella notte delle elezioni. “

Alcune macchine per il voto consentono di trasmettere i risultati preliminari a un ufficio della contea utilizzando lo stesso tipo di modem presente negli smartphone, piuttosto che essere trasportati fisicamente da ogni seggio elettorale. Ciò significa che i primi risultati possono essere condivisi istantaneamente, ma significa anche che i dati sono sicuri solo quanto la società cellulare che li trasporta. Tali connessioni, che non solo trasmettono dati ma anche li ricevono, forniscono un ulteriore potenziale punto debole che gli hacker potrebbero utilizzare per fare leva su una macchina e comprometterla. Gli scettici del Wi-Fi come il professore di informatica di George Washington University Poorvi Vora hanno affermato che tali vulnerabilità devono essere eliminate. “Dobbiamo ridurre tutte le opportunità di interferenza. I nostri sistemi sono sicuri quanto i loro collegamenti più deboli “, Vora ha scritto all’inizio di quest’anno su un elenco di e-mail di sicurezza elettorale gestito dal NIST, il National Institute for Standards and Technology.

Moderni sistemi di votazione – le attrezzature utilizzate per organizzare un ballottaggio, esprimere voti, classificare quei voti, riportarli e controllare l’intero processo – sono essenzialmente solo computer estremamente specializzati che, come il laptop di casa, eseguono software, memorizzano input e inviano output. Come con qualsiasi computer, è possibile che una persona intelligente possa ingannare la macchina per fare qualcosa che non dovrebbe, per un divertimento personale o per un obiettivo più sinistro.

La maggior parte dei metodi per rafforzare la sicurezza di un computer sono accompagnati da piccoli inconvenienti: inserire una password sul telefono significa doverla sbloccare; il software anti-virus sul tuo computer ne mangerà parte della memoria; e la crittografia della tua email con PGP richiede un piccolo seminario sui fondamenti della crittografia. Assicurare il voto è un compromesso come qualsiasi altro, e il dibattito senza fili espone una tensione perenne: più è facile che si tenga un’elezione, più facilmente riusciremo a intrometterci in quelle elezioni.

Inoltre, gran parte del processo di votazione, dalla registrazione degli elettori al conteggio delle schede elettorali, avviene ora in modo digitale e attraverso un mosaico di computer che rende tutti questi computer incapaci di parlare tra loro sembra, sempre più, poco pratico. È anche vero che molte persone coinvolte nella produzione del settore privato e nell’amministrazione pubblica delle elezioni vogliono connettività wireless per gli stessi motivi per cui la si desidera sul proprio iPhone e laptop: rende la vita molto più semplice. Immagina di affidarti alle connessioni wireless per amministrare un voto importante, in cui ritardi e intoppi del giorno delle elezioni potrebbero rendere il tuo distretto oggetto di umilianti titoli e disprezzo locale.

“Non abbiamo bisogno di guardare lontano per vedere esempi di ciò che accade quando una giurisdizione non segnala rapidamente”, ha avvertito Tammy Patrick. “Quando ci sono ritardi nei rapporti, può mettere a repentaglio la reputazione del funzionario elettorale, il loro ufficio, e mettere in discussione la legittimità delle elezioni stesse – anche quando i ritardi sono chiaramente documentati e compresi.” L’ex funzionario delle elezioni federali concordò, dicendo che la spinta a fornire per i primi risultati è potenzialmente pericolosa:

“A mio parere, la nostra nazione è eccessivamente preoccupata di ottenere i risultati nella notte delle elezioni. Gli amministratori delle elezioni si sono già impegnati in straordinari eccessivi per arrivare a elezioni generali più ampie. E ora devono rimanere e continuare a lavorare dopo 12-15 ore al giorno per presentare i risultati. Queste condizioni possono creare un ambiente in cui gli angoli sono talvolta tagliati e gli errori commessi – sebbene gli amministratori lavorino sodo per evitare che ciò accada “

I DISACCORDI SULLE APPARECCHIATURE elettorali SENZA FILI possono diventare brutti. Nell’oscura lista di e-mail gestita dal NIST, dove una folla eterogenea di accademici, dirigenti del settore privato e funzionari votanti stanno cercando di attuare linee guida sulla sicurezza delle elezioni volontarie, la questione wireless è in un vicolo cieco.

Nello scambio con Vora all’inizio di quest’anno, un dirigente di Votem, una società che vende software di voto per smartphone, si è fatto beffa della richiesta di un divieto generalizzato di wireless relativo alle elezioni come “pigro”, con particolare attenzione all’idea che qualcuno di noi in questa discussione possiamo forse sapere abbastanza sul futuro per dire con certezza che la tecnologia X dovrebbe essere vietata o meno. “(In un post sul blog Votem  pubblicato un mese prima , l’esecutivo, David Wallick, scrisse che la” più grande sfida “dell’azienda era “spingere la busta” per quanto riguarda le tecnologie che rendono il pubblico scomodo).

Attaccando, Bernie Hirsch, un dirigente della società di e-voting MicroVote, ha suggerito che proprio come il Wi-Fi, le tracce di carta per il voto elettronico potrebbero essere “hackerate” da qualche postino malvagio – quindi perché uno dovrebbe essere proibito mentre l’altro no? Duncan Buell, un professore di informatica presso l’Università della Carolina del Sud, non si è divertito affatto, definendo la risposta di Hirsch “al minimo estremamente faceta e nel peggiore dei casi da vero troll”.

“La corruzione elettorale di un sistema cartaceo implica la complicità degli attori umani sul posto che si occupano di oggetti fisici”, ha osservato Buell. “Come è noto a tutti noi, la corruzione / interruzione dei sistemi elettronici (ballottaggio o altro) può essere eseguita senza essere rilevata da quasi nessuno da quasi ovunque sul pianeta.”

Non sono solo i venditori, preoccupati che si vieti una funzionalità oggi che potrebbero essere in grado di commercializzare domani, che stanno spingendo per il wireless nonostante gli avvertimenti contrari. Gestire un’elezione è un’impresa enorme e ingrata e riuscire a trasmettere i dati attraverso l’aria significa compiere meno passaggi di persona. In una recente chiamata in conferenza tra membri dell’elenco e-mail NIST, un amministratore elettorale in Texas ha affermato che consentire connessioni wireless alle proprie macchine significava poterli accendere in remoto in viaggio verso il magazzino in cui sono archiviati, risparmiando a tutti il ​​tempo speso in giro e in attesa che i computer si avviino, in base ai partecipanti alla chiamata.

Sebbene sia possibile “rendere più solida” una connessione wireless contro un utente malintenzionato per applicazioni come questa, farlo “non è un gioco da ragazzi ed è il tipo di cosa che può essere facilmente configurato in modo errato”, ammoniva Joseph Lorenzo Hall, capo tecnico del Center for Democracy & Tecnologia e studioso di insicurezza elettorale. Come con qualsiasi tipo di sicurezza informatica, ci sono molte, molte opportunità per qualcuno di mettere a tacere. “Esistono protocolli wireless più potenti che potrebbero essere utilizzati”, ha aggiunto il crittografo Kenneth White, “ma sono molto più difficili da amministrare e mantenere.” Anche le migliori precauzioni di sicurezza sulla carta possono essere annullate istantaneamente da un singolo errore, ciò che White si riferisce a come “il problema del volontario nel seminterrato della chiesa”.

Il desiderio di trasmettere senza sforzo risultati elettorali non ufficiali “è sicuramente una vera pressione” nel dibattito sul wireless, concorda Hall. “Sia gli elettori che la stampa pensano che ci dovrebbe essere una risposta quasi immediata, quando in realtà la vera risposta richiede da 15 a 30 giorni in molti luoghi.” Patrick concorda, aggiungendo che “la pressione arriva da tutte le parti: media, candidati, partiti , gli elettori “e questo” nessuno è immune dal voler gratificazione istantanea e forse catarsi “.

Per White e molti dei suoi colleghi, c’è un semplice da punto da portare a casa: sbarazzarsi del maggior numero di opportunità farlocche. “Vogliamo assicurare l’integrità dei nostri voti o no? Se lo facciamo, e lo vogliamo su larga scala, allora i sistemi di votazione elettronica verificabili su carta [sono] la nostra migliore via da seguire “, ha affermato White. “Quanto meno complessi e connessi possiamo rendere questi sistemi, tanto maggiore è la fiducia che possiamo avere che l’espressione dei voti di ogni cittadino è ben registrata”.

Sam Biddle

Sam Biddle

Sam Biddle è un reporter con sede a Brooklyn, che si concentra sul malaffare e sull’uso improprio della tecnologia. Mentre lavorava a Gizmodo e Gawker, ha coperto storie che vanno da vaste violazioni dei dati aziendali e hacker famosi a modelli di webcam trafficati e privacy di Facebook. Come editore di Valleywag, ha fornito una visione critica e contraddittoria dell’economia di avvio e della cultura della Silicon Valley. Il suo lavoro è apparso anche in GQ, Vice e The Awl.