Giù le mani dalle nostre preziose schede cartacee

di Gabriele Nicoli su ILBLive (Università di Padova)

Web e società democratica. Un matrimonio difficile è un recente volume a cura di Ermanno Vitale e Fabrizio Cattaneo, edito da Accademia University Press (pp. 180). Raccoglie le rielaborazioni degli atti del seminario «Web e società democratica», parte di un progetto di ricerca sul tema del rapporto fra democrazia e Information and Communication Technology (ICT) realizzato presso l’università della Valle d’Aosta nel biennio 2016-2017. 

Il motivo conduttore del volume riguarda il rapporto tra web e democrazia, analizzato attraverso una prospettiva interdisciplinare che porta a riflettere su alcune questioni nevralgiche, quali voto elettronico, polarizzazione ideologica, fake news enuovi luoghi (virtuali e reali) della politica, trasformati dalla rete e dai social media. Le criticità si palesano innanzitutto nell’applicazione dello strumento principe della democrazia, il voto, in particolare nella sua dimensione di voto elettronico. A questo si sommano le difficoltà di governare l’informazione online, rendendola fruibile e assimilabile criticamente, e la difficoltà di creare un’opinione pubblica realmente capace di dialogo nella dimensione del web.

Il volume muove proprio dal contributo di Roberto Casati e Fabrizio Tonello su Voto elettronico e partecipazione democratica. Il saggio mette in rilievo i problemi legati all’applicazione del voto elettronico nelle elezioni. L’“ipotesi centrale”, a detta degli autori, riguarda l’“opacità teorica e pratica” del suffragio universale, che “tende a resistere e ad aumentare con l’introduzione di strumenti elettronici per il voto”. 

Casati e Tonello si chiedono se il voto elettronico possa costituire una soluzione ai problemi individuati nei sistemi elettorali: la loro analisi porta ad una risposta negativa, sia in termini di fattibilità tecnica, sia in termini di teoria della democrazia. Circa il limite tecnico, due sono gli aspetti legati alla questione: uno, di ordine matematico, che “riguarda gli algoritmi che determinano il risultato elettorale”; il secondo, invece, di natura fisico-tecnologica, che “riguarda la natura e la complessità dei dispositivi – oggetti e processi – che assicurano il diritto di voto”. Per quanto concerne la teoria, gli autori sottolineano che un sistema elettorale non si esaurisce nel determinare i collegi e la metodologia di assegnazione dei seggi: all’elettore va spiegato anche il meccanismo su cui si basa. Si pensi, ad esempio, alle modalità di funzionamento del sistema uninominale, ai confini delle circoscrizioni elettorali, ai premi di maggioranza, al doppio turno, eccetera: tutti ambiti per i quali “richieste precise riguardanti le condizioni di svolgimento dell’atto di votare” sono state storicamente subordinate alla “rivendicazione di un allargamento del suffragio”. Senza alcuna volontà di sminuire il percorso storico che ha portato alla conquista del suffragio universale, gli autori sottolineano le distorsioni che alcuni sistemi elettorali tradizionali possono produrre nel tentativo di essere rappresentativi del volere degli elettori. In altre parole, abbiamo conquistato il diritto di votare senza (voler) capire davvero come il nostro voto incida sul sistema democratico.  

Per Casati e Tonello, il voto elettronico sottrae all’elettore la possibilità di comprendere e verificare il processo elettorale. Nei sistemi di voto tradizionali, chiunque può capire cosa è necessario per mantenerne l’accuratezza e la segretezza: ognuno sa che il suo voto conterà perché ne conosce il meccanismo. Esiste la possibilità di brogli, ma il sistema consente controlli e riconteggi. Inoltre, è improbabile che avvengano in maniera massiccia. Col sistema elettronico, invece, bisogna essere esperti informatici per saper comprendere e analizzare tutti i passaggi “compiuti” dal voto elettronico. L’elettore comune non avrebbe possibilità di conoscere cosa succede dopo la sua espressione di voto a mezzo elettronico. Per quanto si possa dichiarare sicura una macchina, permane una fondamentale mancanza di trasparenza cognitiva del processo, aggravata dall’impossibilità di verifica tangibile. Per capirci, non si potrebbe consegnare all’elettore un certificato che gli confermi che il suo voto è stato recepito, altrimenti potrebbe mostrarlo a qualcuno, farne commercio, contravvenendo così ad uno dei principi cardine delle votazioni democratiche: la segretezza.

Rispetto al tema per cui il voto online potrebbe agevolare la partecipazione popolare al voto in un momento storico in cui le percentuali di astensionismo sono elevate, Casati e Tonello obiettano che l’assenza di una cabina in cui essere di fronte alle proprie scelte significhi la scomparsa della democrazia come la conosciamo oggi: “Votare dallo smartphone equivale a spostare la cabina elettorale in ogni casa e in ogni tasca”. Non tarderanno, tuttavia, a manifestarsi sacche di micropotere: “il marito torcerà il braccio alla moglie, il padre al figlio, il fidanzato alla fidanzata, il nipote alla nonna”, fino ad arrivare a riti collettivi in cui si rischia di votare per il bene dell’azienda o della famiglia (mafiosa?). 

Il voto elettronico non preserverebbe alcuno dei principi democratici fondanti il suffragio: l’universalità, ossia “la garanzia che tutti i cittadini aventi diritto possano effettivamente prendere parte alle elezioni senza sforzo”, la segretezza, ovvero “la possibilità di esprimere il proprio voto senza che alcuno possa chiederne conto” e l’integrità, cioè “che in primo luogo tutti i voti siano contati, in secondo luogo che i totali possono essere verificati e infine che il sistema sia immune da manipolazione esterne”. 

Sul tema della polarizzazione delle posizioni politiche all’interno dei social network e sulle conseguenze che si possono osservare sul governo democratico si concentra, invece, il contributo di Javier Martín Reyes. Dopo aver dimostrato che negli Stati Uniti, paese preso come caso di studio, si viva da qualche tempo un periodo di chiara polarizzazione delle posizioni politiche, Martín Reyes si chiede se questo fenomeno possa dipendere dall’uso dei social network e quale sia, dunque, la relazione tra essi e la polarizzazione politica. Contrariamente all’idea per cui i social permetterebbero di favorire il dialogo democratico e di ridurre la polarizzazione attraverso la creazione di una sfera pubblica alla quale tutti possano potenzialmente partecipare, Martín Reyes evidenzia come essi non si possano considerare di certo “un’agorà virtuale”. I social network, oltre ad accentuare la polarizzazione, la fomentano oltremodo in quanto mettono in relazione persone con posizioni ideologiche radicali, generando dunque una sorta di “cassa di risonanza” di tali idee, le quali, non essendo sottoposte ad un reale confronto, rimangono acritiche. La soluzione che prospetta Martín Reyes passa da un’opera d’informazione critica e di promozione della cultura del dialogo che può essere compiuta, ad esempio, a partire dalle Università: “I social network sono lontani dall’essere lo spazio in cui le norme di civiltà sono più frequentemente rispettate. Ma sarebbe un bene se in classe i docenti sottolineassero l’importanza di avere una discussione il più ordinata e plurale possibile”.

L’ultimo contributo che chiude il volume è un saggio a cavallo fra riflessione e testimonianza professionale. Laura Agostino, giornalista e direttrice della webtv “bobine.tv”, attraverso la testimonianza della sua vita professionale traccia una sintesi dello sviluppo delle modalità di informazione e spiega come siano cambiate con l’avvento del webAgostino sottolinea che a cambiare sono i tempi, gli spazi e i modi di diffusione, ma non la ricerca delle fonti e l’elaborazione dei contenuti. La nuova realtà comporta non pochi problemi per l’affidabilità e la qualità dell’informazione. La velocità con cui vengono veicolato le notizie, sconosciuta fino a qualche anno fa, comporta la difficoltà nella verifica dell’attendibilità delle fonti, ma anche la mediazione critica, sempre più problematica, della figura del giornalista. L’onere del controllo delle fonti e delle analisi delle notizie si sposta perlopiù in capo al fruitore del web, che può non possedere gli strumenti, anche concettuali, per adempiere a tale compito. Ecco dunque che si allarga il fenomeno della diffusione delle fake news, o nella migliore delle ipotesi di un’informazione continua ma completamente priva di approfondimento critico: “Il conseguente livello di sicurezza nella fruizione […] dipende dalla capacità di filtrare e distinguere l’informazione buona e attendibile da quella dubbiosa”. La soluzione, ancora prospettica, proposta dall’autrice è “un’alfabetizzazione informatica diffusa e la valorizzazione del ruolo del giornalista svincolata da una logica di marketing di sé e del proprio lavoro, tipica della realtà giornalistica attuale, soprattutto laddove l’informazione è veicolato attraverso i social media”.

Il web ha senz’altro influenza sulla società e sulla democrazia: agisce, al contempo, almeno su due aspetti della politica, la sfera del dibattito e quella della decisione. Oggi vige l’idea che internet sia la nuova “agorà”, dove i cittadini discutono liberamente ed esprimono il loro massimo potere democratico. Il web, tuttavia, veicola flussi spropositati di informazioni e, al contempo, alimenta la convinzione di possedere ogni verità a portata di mano, senza considerare la difficoltà di discernere informazioni attendibili da quelle volutamente false. Il webconsente sì uno scambio di opinioni, con immediatezza che somiglia a quella del dialogo, pur però non essendo un dialogo: distanza, anonimato, appiattimento delle opinioni, assenza di contraddittorio sono tipici aspetti delle discussioni da social

Sembra proprio che il limite oltre il quale il web degeneri da veicolo di conoscenza, libertà e promozione democratica a strumento di diffusione e amplificazione dell’anti-democrazia sia molto sottile.

Richiesta di rettifica al blog di Beppe Grillo per la bufala della votazione in blockchain in Sierra Leone

In relazione all’articolo

In Sierra Leone la prima votazione al mondo con sistema Blockchain

pubblicato il 20 marzo us, vi chiedo la pubblicazione di una rettifica in quanto il contenuto non risponde a verità ed era stato già smentito quando voi l’avete pubblicato

Probabilmente la presenza di quest’articolo contenente una nota fake news ampiamente smentita dalle autorità del Sierra Leone ha indotto in errore il giornalista e ancor di più Davide Casaleggio nella recente intervista pubblicata su Lettera43.

https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/11/21/davide-casaleggio-blockchain/226628/

La testata in esame ha dovuto verificare e pubblicare di conseguenza una smentita, anche grazie alla nostra segnalazione.


http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/12/03/blockchain-casaleggio-beppe-grillo-sierra-leone/226995/

Vista la diffusione del vostro sito sarebbe opportuno che anche voi facciate una rettifica, come appunto vi sto chiedendo.

Il voto elettronico della discordia in India e Stati Uniti

di E.Somma (crvd.org) – 12/09/2018

India e Stati Uniti: due paesi molto diversi ora uniti da un comune avversario. Nella prossima tornata elettorale (a Novembre 2018 in USA e ad Aprile o Maggio 2019 in India) i riflettori si sono accesi così tanto sul processo elettorale da essere diventato un tema caldo di scontro politico. Ragioni molto differenti portano gli indiani e gli statunitensi ad occuparsi dei propri seggi elettorali, un argomento che raramente entra nello scontro  tra partiti.

Oggetto della contesa: il voto elettronico considerato inadeguato, poco efficace e pericoloso per la democrazia.

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Negli Stati Uniti è stato accertato che nella scorsa tornata elettorale gli hacker militari russi sono penetrati nei sistemi del funzionari elettorali e nei produttori di macchine elettroniche di voto.

Dopo quasi vent’anni dall’introduzione In India di un sistema di voto elettronico imposto da governo la contestazione non è più limitata a piccoli gruppi di tecnologi ma ha contagiato le agende politiche di tutti i partiti dell’opposizione che sono adesso uniti a chiedere la revisione del processo elettorale elettronico.

I sistemi elettorali basati su computer di India e Stati Uniti sono accusati di essere un colabrodo tecnico, un incubo democratico e, quel che è peggio, killer impossibili da inchiodare alle proprie responsabilità, perché non lasciano tracce del crimine.

Sotto accusa sono le macchine di voto tecnicamente chiamate DRE (a registrazione diretta elettronica), ovvero che trasferiscono la scelta dell’utente direttamente nella memoria dei computer e non producono un oggetto fisico tangibile nel processo.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti la situazione del sistema elettorale è quantomai variegata perché, per tutte le elezioni non solo quelle locali, i sistemi elettorali dipendono dai singoli stati che hanno l’assoluta autonomia di scegliere il modello e il procedimento, all’interno di regole federali abbastanza lasche.

Di conseguenza in ogni stato, e sono cinquanta, può esistere un sistema e un procedimento elettorale differente dagli altri. Gli stati sono, comprensibilmente, molto gelosi di questo privilegio e impediscono attivamente al governo federale di entrare in questo tema, che non è appannaggio del governo centrale.

Fallimenti molto evidenti hanno permesso quel po’ di uniformità esistente e, recentemente, è stata la debacle elettorale del 2006 a imporre all’attenzione dei media lo stato pietoso di alcuni processi elettorali. Questa disattenzione sul processo di voto aveva potuto determinare risultati inattesi (e talvolta impredicibili) in quegli stati in cui il risultato era in bilico per pochi voti.

Il governo federale attivò quindi un programma (ad adesione volontaria) denominato Help America Vote, per rinnovare gli obsoleti sistemi di voto in uso in molti stati. Storicamente questo programma arrivò in una fase molto primordiale della ricerca sul voto elettronico, e probabilmente contribuì a generare un’adesione entusiastica e poco meditata all’uso dei computer nelle operazioni di voto, Le condizioni del processo elettorale negli Stati Uniti sono sempre state molto orientative, se confrontate con quelle delle democrazie europee.

In molti stati americani si può votare via posta senza alcun controllo dell’identità del votante, e le truffe elettorali sono all’ordine del giorno e anche se sono punite molto duramente si fa poco per prevenirle.

A dispetto della bassa qualità e della poca protezione dalle truffe. il sistema funziona (o almeno si dice che funzioni) per la semplificazione dovuta alla legge elettorale (che si mantiene inalterata da qualche centinaio di anni) e per il senso civico dei votanti  che, d’altro canto, non affollano le liste elettorali.

Nel 2000 quindi gli americani mandarono in soffitta i vecchi sistemi elettromeccanici che furono sostituiti da computer di voto (electronic voting machine, EVM). Non si decisero standard uniformi ed ogni stato percorse la strada dell’acquisto in autonomia.

La storia del voto elettronico negli Stati Uniti è costellata da storie d’orrore tenute assieme dalla costante cifra distintiva dei governi che adottano il voto elettronico: la negazione dell’evidenza del fallimento e la chiusura ad ogni sano confronto con la realtà dei fatti.

La recente storia degli hacker russi penetrati nei computer dei funzionari delle commissioni elettorali e dei fornitori delle macchine di voto ha però scoperchiato il coperchio e aumentato la pressione dei media e del Congresso. Una nuova Help America Vote Act è stata promulgata per adeguare il sistema di voto con l’obiettivo di rendere quantomeno i sistemi elettorali dei singoli stati quantomeno verificabili. Questo si concretizza con la pretesa di avere quantomeno la produzione di ricevute cartacee per la verifica dei voti (in gergo denominate VVPAT, voter-verifiable paper audit-trail).

Su questa richiesta, iniziale ma inderogabile, si sono allineate gran parte delle organizzazioni americane per la tutela dei diritti civili e digitali (tra cui ACLU e Electronic Frontier Foundation).

L’obiettivo non espresso di molte organizzazioni contrarie tout-court al voto elettronico è quello di sostenere che con l’introduzione dei VVPAT il costo del sistema elettorale basato su macchine elettroniche diventa di gran lunga superiore a quello del voto cartaceo, senza fornire inoltre le stesse garanzie. 

India

In India la situazione è diametralmente opposta agli Stati Uniti. È il governo centrale ad aver imposto fin dagli anni 2000 le macchine di voto con caratteristiche predefinite e molto stringenti. sviluppate internamente al governo. Realizzate a bassa tecnologia, si basano su due unità: un corpo centrale che contiene l’unità di registrazione e comunicazione che è connesso ad una piastra esterna dove un sistema di pulsanti e luci permette di raccogliere il voto dell’utente e dargli conferma della registrazione. Protetto da ogni manipolazione, il software è realizzato in modo da essere registrato su un chip OTP (One Time Programmable) impossibile da alterare, non connesse in alcun modo alla rete né attraverso cavi né wireless che rendono (secondo gli sviluppatori) impossibile ogni corruzione dei dati. Il software è realizzato in-house dal governo attraverso un gruppo selezionato di ingegneri del Ministero della Difesa e del Ministero dell’Energia Atomica, senza alcuna forma di outsourcing o contratti esterni.

Il codice sorgente del programma è mantenuto segreto e non condiviso al di fuori del gruppo di sviluppo. L’hardware è invece prodotto dalla Bharat Electronics e dalla Electronics Corporation of India, industrie belliche, attraverso un pantagruelico contratto  di oltre 40 milioni di dollari affidato (con qualche ombra) dalla Commissione Elettorale Nazionale (il costo di ciascuna macchina è stimato in 150$ e il numero totale di macchine acquisite è quindi 300.000). Sono stati prodotti test funzionali e piani di qualità della produzione e test di performance. In più di un’occasione le macchine sono state messe a disposizione, in ambienti controllati, dei partiti per l’analisi e la verifica e nessuno è mai stato in grado di riscontrare difetti, sebbene alcuni attivisti abbiano mostrato in TV una macchina (dichiaratamente rubata allo stock della Commissione Elettorale) opportunamente riprogrammata per registrare voti differenti da quelli mostrati all’elettore.  Il sistema indiano non prevede la stampa delle schede cartacee se non per una frazione di circa il 5% delle schede votate, che però non sono comunque prese in considerazione in forme di verifica a posteriori.

Nonostante questa situazione completamente controllata centralmente e con una relativa semplicità dovuta ai contratti governativi con fornitori privati legati a commesse pubbliche di natura militare, fin dalla loro introduzione, le macchine di voto indiane hanno sollevato, oltre che vespai di polemiche tra i vari partiti, una notevole conflittualità giudiziaria tra i partiti di opposizione e la commissione elettorale nazionale indiana. 

Nel 1984, la Corte Suprema dell’India ha dichiarato che l’uso di macchine per il voto elettronico nelle elezioni era “illegale”, in quanto la Legge sulla Rappresentanza del Popolo non consentiva l’uso di macchine per il voto nelle elezioni. Nel 1989, la legge R.P. fu modificata incorporando la sezione 61A. Tuttavia, questo emendamento afferma che le macchine per il voto “possono essere adottate in tali circoscrizioni o nelle circoscrizioni che la Commissione elettorale può determinare tenendo conto delle circostanze di ciascun caso”. Violando quindi le disposizioni della Legge sul RP, la Commissione elettorale ha condotto nel 2004 e nel 2009 elezioni generali a livello nazionale con l’uso esclusivo delle macchine per il voto elettronico. Molti esperti legali affermano che, seguendo la sentenza della Corte Suprema del 1984, le elezioni parlamentari del 2004 e 2009 potrebbero essere ritenute illegali.

Si può certamente affermare che l’imposizione delle macchine di voto, a quasi vent’anni dalla loro prima introduzione, non è riuscita a convincere l’elettorato indiano, al punto che quest’anno il tema della manipolazione delle macchine da parte del governo in carica è rientrato potentemente come tema elettorale sottoscritto, questa volta, da tutti i partiti dell’opposizione che stanno chiedendo a gran voce quantomeno l’introduzione della stampa obbligatoria di tutte le schede votate per un successivo controllo.

La Commissione Elettorale Nazionale è contraria all’introduzione delle schede di controllo (VVPAT) in modo generalizzate, ben sapendo che questa misura avrebbe un costo intollerabile in un sistema elettorale come quello indiano. Intanto l’accettazione del voto elettronico cala sempre di più 

Conclusioni

Indiani e statunitensi chiedono l’introduzione delle schede di controllo per la verifica cartacea post-voto, ma è ben chiaro che questa contestata contromisura è solo un passaggio tattico per far prendere coscienza al più vasto pubblico che gli attuali sistemi di voto non siano solo insicuri ma siano soprattutto antieconomici se solo si evitasse di trascurare requisiti fondamentali nella loro costruzione. 

È il motivo per cui in Germania dopo la sentenza della Corte Costituzionale che imedisce l’adozioni di sistemi di voto elettronico che non abbiano le stesse caratteristiche di verificabilità “ad occhio nudo” ed ispezionabilità da parte dei cittadini “senza nessuna conoscenza tecnica”, di fatto il voto elettronico è sparito.

Ed è anche il motivo per cui in Brasile, per contrastare i critici del voto elettronico messo in campo dal governo, il Brasile sospende l’uso di tutte le schede cartacee di verifica del voto DRE e il tribunale superiore del paese equipara i critici di e-voting con i teorici della cospirazione.

Riferimenti

  • New York Times:  Gli sforzi di hacking delle elezioni russe, più ampi di quelli precedentemente noti, ottengono poca attenzione
    https://www.nytimes.com/2017/09/01/us/politics/russia-election-hacking.html

  • New York Times: il mito di una macchina di voto a prova di hacker
    https://www.nytimes.com/2018/02/21/magazine/the-myth-of-the-hacker-proof-voting-machine.html

  • I nuovi modelli di macchine di voto indiano:
    https://www.hindustantimes.com/india-news/new-tamper-proof-electronic-voting-machine-launched-by-election-commission/story-sOqFe2oywodT8lZKzwRM9O.html
    https://www.thehindu.com/news/national/a-look-inside-the-electronic-voting-machine/article23036380.ece

  • Come possono essere manipolate le macchine di voto indiano:
    https://www.ifp.co.in/page/items/4903/4903-how-can-electronic-voting-machines-evm-be-manipulated/

  • Contratti indiani per l’acquisto di macchine di voto
    http://www.rediff.com/news/report/election-commission-awards-evm-contracts-to-ecil-bel/20140306.htm
    https://indianexpress.com/article/business/companies/electronics-corp-bharat-electronics-get-evm-contracts/

  • Gli scienziati di un’università americana dicono di aver sviluppato una tecnica per hackerare le macchine per il voto elettronico indiano.
    https://indiaevm.org/
  • Per contrastare i critici di voto elettronico, il Brasile sospende l’uso di tutte le schede cartacee e il tribunale superiore del paese equipara i critici di e-voting con i teorici della cospirazione.
    https://arstechnica.com/tech-policy/2018/06/in-a-blow-to-e-voting-critics-brazil-suspends-use-of-all-paper-ballots/



Dopo la manomissione delle elezioni gli esperti richiedono “Solo schede cartacee entro il 2020!”

La National Academy of Sciences afferma che il sistema elettorale statunitense usa una tecnologia insicura e sta combattendo i tentativi di destabilizzarlo.

10 SEP 2018 – di Lisa Vaas per Naked Security

Dopo la manomissione delle elezioni gli esperti richiedono “Solo schede cartacee entro il 2020!”

Un gruppo di esperti presso la National Academy of Sciences ha chiesto riforme elettorali radicali, tra cui una raccomandazione specifica che non dovrebbe sorprendere: utilizzare la carta.

Dal di Giovedi l’annuncio circa la del rapporto di rilascio:

Tutte le elezioni locali, statali e federali dovrebbero essere condotte utilizzando schede elettorali leggibili dagli esseri umani entro le elezioni presidenziali del 2020.

E per quanto riguarda le elezione di medio termine, proprio dietro l’angolo a novembre? Sì, proviamo a ottenere le schede cartacee anche per quella, ha detto il gruppo di esperti. Facciamo del nostro meglio per stare lontani da tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione ora, perché sono piene di buchi:

Le schede votate dagli elettori non devono essere comunicate attraverso Internet o su qualsiasi rete ad essa collegata, poiché nessuna tecnologia attuale può garantirne la segretezza, la sicurezza e la verificabilità.

Michael McRobbie, presidente dell’Indiana University e co-presidente del comitato che ha condotto lo studio di due anni e ha scritto il rapporto, ha definito le elezioni del 2016 un momento “spartiacque”:

Le elezioni presidenziali del 2016 sono state un momento spartiacque nella storia delle elezioni, una che ha esposto nuove sfide e vulnerabilità che richiedono l’immediata attenzione dei governi statali e locali, del governo federale, dei ricercatori e del pubblico americano.

Lee Bollinger, presidente della Columbia University e co-presidente del panel, ha definito la minaccia degli attori stranieri “straordinaria”, secondo l’AP :

La straordinaria minaccia degli attori stranieri ha profonde implicazioni per il futuro del voto e ci obbliga a esaminare, riesaminare seriamente sia la condotta delle elezioni negli Stati Uniti sia il ruolo dei governi federale e statale nel garantire le nostre elezioni.

Secondo il rapporto, la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti ha scoperto che “gli attori sponsorizzati dal governo russo” hanno ottenuto e mantenuto l’accesso a elementi di più sistemi statali o locali statunitensi. Queste intrusioni hanno chiarito che l’infrastruttura elettorale del paese è nella migliore delle ipotesi antiquata, anche nelle giurisdizioni con più risorse. Per le piccole giurisdizioni senza un sacco di soldi da investire, le situazione è ancora peggiore.

Lawrence Norden, vicedirettore del Brennan Center for Justice della New York University, ha fornito dettagli specifici su tale manomissione in un’analisi del legale speciale di Robert Mueller per l’incriminazione di 12 funzionari dell’intelligence russa a luglio.

L’accusa di Mueller sosteneva che gli ufficiali dei servizi segreti russi si inserissero nel sito web di un consiglio di stato non ancora identificato. Tra le altre nuove informazioni c’era l’accusa che la Russia usasse quel trucco per rubare informazioni relative a 500.000 elettori.

Norden dice che la cifra è sorprendente, dato che prima dell’accusa, avevamo solo sentito parlare di una violazione dell’Illinois che ha colpito circa 100.000 elettori. Gli intrusi hanno preso di mira i sistemi elettorali in 21 stati e presumibilmente si sono infiltrati nei computer di un fornitore privato di sistemi per le elezioni degli Stati Uniti che l’accusa non ha fatto il nome.

Dato che l’accusa menziona cinque volte il numero di elettori colpiti di quanti ne avessimo sentito parlare nella violazione dell’Illinois, sembra che la manomissione del 2016 “sia andata più in profondità di quanto avessimo capito“, ha detto Norden. Come ha sottolineato Kim Zetter di Wired , le accuse suggeriscono che gli attacchi del 2016 potrebbero essere stati un ripensamento, dato che gli attacchi  al fornitore e al consiglio di stato sono arrivati solo a metà delle elezioni, da giugno a ottobre 2016, cioè mesi dopo gli attacchi alla Commissione Nazionale dei Democratici e la campagna di Hillary Clinton .

Norden:

Sarebbe saggio presumere che gli attacchi futuri comporteranno una pianificazione più avanzata. Combinate questo con il fatto che i russi hanno indubbiamente imparato le informazioni dai loro sforzi per il 2016, e c’è motivo di credere che i futuri attacchi alle nostre infrastrutture elettorali potrebbero essere molto più dannosi.

A partire dal marzo 2018, 13 stati stavano ancora utilizzando almeno alcune macchine per il voto elettronico a registrazione diretta, che non producono una traccia cartacea, come le loro attrezzature principali per i seggi elettorali, “rendendo impossibili le verifiche in questi stati”, riferisce Norden.

Queste macchine dovrebbero essere sostituite il prima possibile. A novembre, è anche fondamentale per qualsiasi stato che utilizza qualsiasi tipo di macchine per il voto elettronico disporre di schede di emergenza che possono essere distribuite immediatamente in caso di guasto delle macchine, indipendentemente dal fatto che tale guasto sia causato da un guasto o un danno del sistema.

Le schede elettorali leggibili dall’uomo non sono solo controllabili, ma assicurano anche agli elettori che il loro voto è stato registrato con precisione. In passato, le macchine per il voto elettronico difettose hanno registrato erroneamente le scelte degli elettori. Le schede cartacee, che possono essere contate a mano o con una macchina, danno agli elettori l’opportunità di rivedere e confermare la loro selezione prima di depositare il loro voto per la tabulazione – qualcosa che è impossibile per i sistemi che registrano i voti elettronicamente. Secondo l’AP, un americano su cinque ha dato il proprio voto solo su macchine elettroniche nel 2016.

Oltre alle schede cartacee, la relazione dell’Accademia contiene altre raccomandazioni specifiche, tra cui gli Stati dovrebbero imporre un tipo specifico di audit noto come “limitazione il rischio” prima della certificazione dei risultati elettorali.

Gli audit condotti per limitare il rischio offrono un’alta probabilità che qualsiasi risultato errato possa essere rilevato e lo fanno con efficienza statistica. Un audit di limitazione del rischio eseguito su un’elezione con decine di milioni di voti può richiedere l’esame a mano di un minimo di diverse centinaia di schede di selezione selezionate a caso.

Per quanto riguarda il voto via internet, è necessario dimenticarlo, ha detto il gruppo di esperti. Non è abbastanza segreto, non è abbastanza sicuro, e non è abbastanza verificabile – e non dovremmo fare affidamento su di esso per le elezioni finché non avremo “garanzie solide”.

Lisa Vaas

Lisa Vaas

Lisa ha scritto di tecnologia, carriere, scienza e salute dal 1995. È arrivata ad esser Executive Editor per eWEEK, da cui è uscita con la crisi del 2008 e è diventata freelance. Insieme a Naked Security Lisa ha scritto per CIO Mag, ComputerWorld, PC Mag, IT Expert Voice, Software Quality Connection, Time e le edizioni statunitensi e britanniche di Input / Output di HP.

La lunga marcia del voto elettronico…che prosegue

Intervista ad Andrea Gratteri, docente di Giurisprudenza dell’Università di Pavia
DI STEFANIA MASSARI   (11 OTTOBRE 2017)

da L’Indro
http://www.lindro.it/la-lunga-marcia-del-voto-elettronico-che-prosegue/

In Italia si è cominciato a parlare di voto elettronico solo agli inizi degli anni ’80. Tuttavia, bisogna evidenziare che il dibattito non è stato estremamente esteso e l’iniziativa legislativa è stata piuttosto limitata.

Gli aspetti da tenere in considerazione sono probabilmente due”, ci dice Andrea Gratteri, docente di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, “Uno è un aspetto più tecnico che riguarda le questioni relative alla sicurezza, ai vantaggi e agli eventuali problemi causati dal voto elettronico; l’altro riguarda la concezione stessa della democrazia perché, spesso, nelle intenzioni di alcuni c’è l’illusione di nuove forme di consultazione per consentire la valutazione delle opinioni dell’elettorato attraverso il voto elettronico. Si tratta di un’illusione, innanzitutto perché il voto elettronico, così come viene sperimentato ora, rimane legato necessariamente alla sua forma presidiata, e poi perché l’introduzione di una democrazia permanente, dove i cittadini sono costantemente consultati su tante questioni, è solo astrattamente possibile nella realtà e ciò porterebbe più svantaggi che vantaggi”, prosegue Gratteri.

Nonostante l’iniziativa legislativa è stata piuttosto limitata, sono state avanzate al Parlamento italiano delle proposte di legge per garantire l’utilizzo del voto elettronico durante le elezioni.

Una ricostruzione delle proposte di legge, che va dagli anni ’80 ad oggi, ci viene fornita nella tesi di laurea presentata all’Università degli Studi di Padova da Paolo Carlotto e intitolata ‘Problemi delle democrazie contemporanee: il voto elettronico‘.

I primi disegni di legge vennero presentati nel 1984, 1985 e 1988.  Alcuni dei progetti proponevano l’introduzione di procedure automatizzate per le operazioni di spoglio e conteggio dei voti, altri ipotizzavano una completa automazione delle procedure elettorali.

Precisiamo subito, che secondo la definizione del Consiglio d’Europa, per voto elettronico deve intendersi un’elezione o un referendum che coinvolga l’uso di mezzi elettronici nelle espressioni di voto, e non solamente nello spoglio o nel conteggio, come correttamente precisa il documento dell’Università di Padova.

La maggior parte di tali proposte prevedeva che l’elettore esprimesse il proprio voto tracciando un segno sulla scheda cartacea a fianco della lista e dei candidati prescelti e, successivamente, all’atto dello scrutinio la scheda venisse letta da un lettore ottico. Un’altra proposta di legge richiedeva che l’elettore avrebbe dovuto inserire una scheda cartacea all’interno di una macchina e poi, premendo con un dito sul simbolo del partito e del candidato, avrebbe espresso il proprio voto. La macchina avrebbe, quindi, restituito all’elettore la scheda votata che andava poi deposta in un’urna e scrutinata elettronicamente da un apposito lettore ottico.

Nessuno di questi progetti di legge, però, è diventato una legge vera e propria e, quindi, non si è mai giunti all’automazione del procedimento elettorale.

In Italia non è mai stato introdotto il voto elettronico a livello nazionale e sono stati fatti solamente alcuni piccoli esperimenti. Gli entusiasmi originari, spesso, si sono spenti a causa di problemi significativi legati alle potenzialità del mezzo. Se da un lato lo strumento può essere utile, dall’altro presenta problemi di difficile soluzione rispetto alla piena sicurezza e all’affidabilità del sistema. Per questo motivo in Italia non è mai stato introdotto o regolamentato e non si è mai andati oltre alla mera proposta di questo strumento”, continua Gratteri.

Dopo gli anni ’80, però, altri disegni di legge sono stati proposti a livello regionale.

Nel 1993 un disegno di legge di iniziativa governativa venne approvato al Senato, ma si arrestò alla Camera dei Deputati. Il disegno di legge prevedeva che, in tutti i seggi istituiti nel comune di Amelia, in provincia di Terni, le operazioni di voto e di scrutinio per i referendum abrogativi del 18 e 19 aprile 1993 si sarebbero dovuti svolgere tramite apparecchiature elettroniche touch screen. Al termine delle votazioni, il sistema elettronico avrebbe automaticamente calcolato e stampato i risultati delle votazioni.

Nel 1997 il Ministero dell’Interno ha promosso, durante le elezioni amministrative dei Comuni valdostani di Arnad, Courmayeur, Issime, La Salle e Valsavaranche, l’utilizzo di dispositivi informatici in sostituzione a strumenti tradizionali, quali schede e certificati elettorali cartacei. Il voto elettronico fu espresso in cabine dotate di videoterminali capaci di registrare il voto e di effettuare in forma informatizzata anche lo scrutinio.

Un nuovo test di voto elettronico si è tenuto nel Comune di San Benedetto del Tronto, in occasione delle elezioni regionali del 16 aprile 2000. Gli elettori di una singola sezione elettorale, circa 900, sono stati invitati a ripetere il loro voto, ovviamente senza alcun valore legale, utilizzando un computer touch screen, con un sistema che prevedeva anche una conferma finale al termine dell’operazione di voto. L’altro esperimento ha coinvolto quattro comuni sardi in provincia di Cagliari (Ortacesus, Guamaggiore, Escolca e Serri) dove gli elettori hanno ripetuto il loro voto sia su schede cartacee sia su supporto digitale.

Nel 2005, invece, è stato attuato un nuovo progetto denominato ProVotE. La prima applicazione di tale progetto è avvenuta in occasione delle elezioni amministrative del marzo di quell’anno in cinque Comuni (Trento, Coredo, Fondo, Baselga di Pinè e Lomaso) e ha coinvolto circa 7.300 elettori. La sperimentazione, senza valore legale, si basava sulla ripetizione dell’espressione del voto per mezzo di una macchina ‘eVoting’ che provvedeva anche a stampare una copia della scheda elettorale votata che rimaneva all’interno della macchina. In questo modo, l’elettore poteva controllare la correttezza del voto espresso. La stessa sperimentazione è, poi, proseguita nel novembre 2005, nel Comune di Daiano e nel 2006 nei Comuni di Peio e Cavedine.

Il 27 luglio 2007, fu approvata, in Valle D’Aosta, in Trentino Alto-Adige e in Friuli Venezia-Giulia, una Legge regionale sullo svolgimento dei referendum consultivi in materia di circoscrizioni comunali, voto e scrutinio elettronico, che ha disposto che nei referendum sull’unione di differenti Comuni potevano essere utilizzati sistemi di voto elettronico, fermo restando il rispetto dei principi costituzionali della personalità, della uguaglianza, della libertà e  della segretezza del voto “dopodiché questi tentativi regionali non hanno prodotto risultati. Si è arrivati ora in Lombardia all’approvazione di questa legge che prevede il voto elettronico solo in caso di referendum relativi o alla fusione di Comuni (in genere referendum che non hanno un’intensità politica particolarmente marcata pur avendo un effetto vincolante) o referendum di carattere consultivo. Questo perché in Italia sono state svolte delle consultazioni di carattere sperimentale su piccola scala, quindi non particolarmente significativi”, prosegue Gratteri.

La caratteristica comune delle sperimentazioni fin qui citate è quella di avere una dimensione locale nella quale si è sempre coinvolto un numero limitato di elettori e ciò non ha permesso di sperimentare il voto elettronico anche al di fuori dei confini nazionali.

Successivamente, le sperimentazioni avvenute in Italia hanno coinvolto un bacino più ampio di elettori. Il progetto E-Poll, ad esempio, proposto dall’Unione Europea ha visto il coinvolgimento di alcuni Comuni italiani (Avellino, Campobasso, Cremona, Ladispoli e Specchia). Il progetto consisteva nella realizzazione di una cabina elettorale elettronica, nella creazione di un database centralizzato e di un sistema elettronico di conteggio dei risultati al termine della votazione. In questo modo, oltre a velocizzare le procedure di raccolta e conteggio dei voti, si è raggiunto un importantissimo risultato: quello di consentire ad ogni singolo cittadino di votare da un qualsiasi seggio elettronico situato sul territorio nazionale senza spostarsi fisicamente dal luogo di origine.

Nel 2004, 2005 e 2006 vennero approvate tre leggi che permettevano la sperimentazione di una procedura di rilevazione informatizzata dei risultati elettorali in occasione delle elezioni per il Parlamento europeo, delle elezioni amministrative e di quelle politiche. Il Governo italiano ha cominciato a sperimentare una diversa forma di automazione della procedura elettorale. Il voto è stato espresso attraverso schede cartacee, ma la sperimentazione ha riguardato le operazioni di scrutinio e la trasmissione dei dati, attraverso una procedura di rilevazione informatizzata e di invio telematico dei risultati direttamente dai seggi elettorali ad un Centro servizi nazionale.

Nel 2010 venne presentato, invece, un disegno di legge che prevedeva la possibilità per i cittadini italiani residenti all’estero di votare presso ambasciate e consolati italiani mediante sistemi elettronici.

Nel 2015 è stata presentata al Senato una proposta di legge denominata ‘Disposizioni per l’introduzione del voto elettronico per i cittadini italiani residenti all’estero‘, da parte del Senatore Antonio Razzi, che prevedeva l’introduzione del voto mediante procedimento elettronico per consentire agli italiani residenti all’estero di votare personalmente, presso l’ambasciata o il consolato italiano. 

Nel 2016 il Senatore Giovanni Mauro ha presentato al Senato un disegno di legge dal titolo Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, in materia di esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero mediante procedimento elettronico‘ per garantire l’introduzione del voto elettronico (già in uso in Estonia e Lettonia) e per consentire agli italiani residenti all’estero di esercitare il proprio diritto al voto recandosi nelle sedi opportune.

Quest’anno, invece, giace in Parlamento una proposta di legge dal titolo ‘Disposizioni per favorire il diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero mediante l’introduzione del voto elettronico ‘ presentata dal Senatore Fausto Guilherme Longo, che è ancora in fase di assegnazione e che, secondo fonti parlamentari, verrà discussa prossimamente.

Dunque, i tentativi sull’introduzione del voto elettronico proseguono, ma il dibattito resterà ancora aperto, anche perché permangono delle resistenze da parte dei diversi Paesi europei.

Secondo questi Paesi il voto elettronico ha dei pregi, però presenta anche degli inconvenienti. I pregi sono: l’eliminazione di un’intermediazione da parte del personale del seggio e quindi l’eliminazione di rischi e di eventuali errori o di brogli elettorali da parte del personale del seggio. Si elimina, inoltre, l’errore inconsapevole da parte dell’elettore e non ci sarà più bisogno di interpretare la sua volontà. Lo svantaggio è legato al carattere elettronico, perché l’elettronica non sempre dà garanzie di precisione e trasparenza del procedimento elettorale sufficienti. Questo è il motivo per cui molti Paesi, che in questi anni hanno investito sul voto elettronico, hanno fatto marcia indietro. Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia, Germania, Finlandia, per citare alcuni Paesi europei, sono tornati indietro. Altri, invece, continuano ad investire, come l’Estonia, ma comunque si tratta della minoranza di Paesi europei”, ci dice il docente.

Allora perché si insiste così tanto sull’introduzione del voto elettronico? “In generale l’obiettivo che il voto elettronico si promette di raggiungere può essere quello di una semplificazione del sistema di voto e il tentativo di rendere più sicuro il procedimento elettorale come qualsiasi altra forma di automazione del voto. Anche il voto elettronico mira ad eliminare quella mediazione del personale del seggio che può essere la causa di errori o di brogli al momento dello scrutinio“, ci dice Gratteri.

In termini operativi, però, bisogna capire se c’è differenza fra il voto elettronico e il voto tradizionale, anche perché l’introduzione di apparecchiature elettroniche può presentare una difficoltà notevole nell’utilizzo, a partire dalle persone anziane che, solitamente, non hanno dimestichezza con questo tipo di tecnologia.

In termini operativi non c’è molta differenza. L’elettore si trova a votare davanti ad uno schermo, su un tablet, che riproduce più o meno fedelmente quella che è normalmente la scheda elettorale. L’unica differenza sta nel fatto che, a parte l’immaterialità della scheda, l’elettore deve avere un minimo di dimestichezza con un tablet touch screen. Un’altra differenza può essere riscontrata nella semplificazione del voto, ovvero l’automazione consente di escludere le schede nulle per cui l’elettore, nel momento in cui vota, deve necessariamente aderire alle opzioni di voto possibili e plausibili. Gli è consentita l’espressione di una scheda bianca, ma non ha la possibilità né di sbagliare né di annullare nei modi più fantasiosi la scheda“, continua Gratteri.

Come si può ben capire, il tema è alquanto controverso e molti Paesi europei dopo aver provato inizialmente questo tipo di votazione, hanno deciso di abbandonare il sistema elettronico e di ritornare al sistema tradizionale.

Sull’abbandono del voto elettronico da parte dei Paesi europei hanno inciso valutazioni legate alla sicurezza del procedimento. Quando sono stati riscontrati problemi, anche piccoli, si è preferito essere molto prudenti perché il voto elettronico deve essere sicuro al 100%. Conta molto la percezione degli elettori nei confronti dello strumento. Nel momento in cui gli elettori percepiscono il voto elettronico come uno strumento non valido, allora è bene abbandonare quella strada con il conseguente indebolimento della democrazia. Inoltre, ha giocato un ruolo pesante una decisione presa dal Tribunale tedesco nel 2009, nella quale si è detto che l’elettore deve essere sempre messo in grado di controllare, in piena trasparenza, il procedimento elettorale e in Germania ciò non è accaduto. E’ fondamentale affiancare al voto elettronico la stampa cartacea del voto affinché l’elettore si renda conto della regolarità del procedimento. Che fare se il voto elettronico mostra un risultato e la prova cartacea ne mostra un altro? E’ un problema di difficile soluzione“, prosegue Gratteri.

Dunque, nonostante le controversie emerse, la Lombardia e il Veneto hanno scelto di utilizzare il voto elettronico. Perché a questo punto? “La valutazione che possiamo fare oggi è legata all’iniziativa spot che sta promuovendo la Regione Lombardia. Questa è un’iniziativa una tantum. La legge lombarda prevede consultazioni referendarie consultive con voto elettronico, ma non estende il voto elettronico al di là di questo referendum e di fronte alla possibilità di investimento economico non c’è un disegno di estensione del voto elettronico. 24.000 tablet sono costati circa 23 milioni di euro e la spesa si esaurirà con questa consultazione. Per garantirne un’altra bisognerà nuovamente fare un investimento sostanzioso”, ci dice Gratteri.

Ma c’è da aggiungere un’altra cosa. L’utilizzo del voto elettronico da parte della Lombardia, secondo Gratteri, non sarà considerato una vittoria perché “il voto verrà reso presso un seggio fisicamente individuato dove è presente il personale addetto al seggio e l’elettore andrà a votare davanti ad una sezione elettorale composta da Presidenti e scrutatori che controlleranno la regolarità delle operazioni di voto rispetto al ‘voto non presidiato’ che è il voto reso, laddove il regolamento elettorale lo consenta, al di fuori del seggio. Per quanto riguarda l’Italia l’esempio è il voto per corrispondenza degli italiani residenti all’estero”.

Per concludere, questi test saranno serviti a qualcosa? “Se c’è un progetto di lungo periodo i test servono, se sono delle iniziative spot meno. In questa occasione, un progetto di lungo periodo non c’è. Il voto elettronico è uno strumento che va di moda e che servirà, per la Lombardia e per il Veneto, per un motivo preciso. Le valutazioni, comunque, si faranno in seguito”, conclude Gratteri.

18 giugno 2004: Smartmatic e le scatole nere da lotteria

venerdì 18 giugno 2004
Curatore:Mazzucchelli, Don Pinuccio Fonte: CulturaCattolica.it

Referendum Revocatorio del 15 Agosto 2004: i voti saranno registrati, scrutinati, computerizzati e totalizzati mediante l’utilizzo di macchine Olivetti, modello MAEL 205, disegnate e progettate come terminali per lotterie. 

Lo scorso dicembre, una nota dirigente di una società civile che difende i votanti in California, Bev Harris, autrice del libro: “La scatola nera da votare”, ha provocato uno scandalo che non è ancora cessato.
Con documenti alla mano, Harris, ha dimostrato che una sussidiaria di una delle più grandi fabbriche del mondo di macchine di votazione, “touch screen”, Diebold Electoral Systems Inc., denominata Global Election Systems, ha incluso, tra i suoi gerenti, un trafficante di cocaina, un uomo accusato di transazioni fraudolente nella borsa di New York, ed un programmatore che era stato arrestato per invasioni illegittime di software e falsificazione di registri in computer. Quest’ultimo, Jeffrey Dean, ha programmato il codice che ha scrutinato centinaia di migliaia di voti che si sono suffragati ad ottobre, in occasione del referendum revocatorio del Governatore della California.
Una verifica posteriore delle macchine della Diebold, in 17 contee, non ha registrato un solo esempio con software o codice certificato dalla Federal Election Commission. 14.000 macchine di votazione sono state ritirate dal sistema in California.
Si sono proliferati casi, come questo, che hanno provocato una revisione della limitata automatizzazione intrapresa negli Stati Uniti. Solo una quinta parte del sistema elettorale, della maggiore potenza del mondo, in campo tecnologico, è automatizzata. Il prestigioso economista, Paul Krugman, fa la seguente riflessione sul devastante effetto che potrebbero avere le macchine di votazione: “Immaginate questo, a novembre, il candidato che secondo le statistiche si trova all’ultimo posto, ottiene una clamorosa vittoria, però, in tutti i centri di votazione, dove ottiene i migliori risultati di quelli pronosticati, i voti sono stati suffragati con macchine touch screen! Quale sarebbe il danno che questo provocherebbe a questa nazione? Per sfortuna la storia è completamente plausibile.”.
Ci possiamo porre la stessa domanda noi venezuelani con la differenza che, negli Stati Uniti, è possibile contrastare il risultato delle macchine di votazione, con sistemi manuali o semi manuali, che prevalgono nei 50 Stati dell’Unione. In Venezuela, il 97% dei voti, saranno registrati utilizzando macchine, scrutinati da macchine, computati da macchine, totalizzati da macchine e trasmessi, ai tecnici del CNE, da macchine. Nonostante ciò, si nega la possibilità di ispezionarle. Non esiste paese al mondo che sottoponga le sue istituzioni fondamentali ad un sistema così vulnerabile. 

Antecedenti 

Non è facile capire la spessa matassa politica di interessi economici che si sono tessuti attorno a Smartmatic, perché non esistono riferimenti né precedenti. Le falle visibili e le debolezze, che caratterizzano questa piccola compagnia, fondata solamente quattro anni fa, da ingegneri appena laureati, aumentano a livelli spaventosi, quando si analizzano reti di famiglie, sponsor politici e beneficiari, tutti connessi, come indicato dal loro slogan. La nascita di Smartmatic, come unità tecnologica, che stabilirà il futuro del paese, si spiega solamente con il caos nel quale ci troviamo. Come poter capire, ad esempio, che tra la maggioranza del CNE, composta da professionali venezuelani, i cui antecedenti facevano presupporre un certo livello di sensibilità, si sia fatta strada l’idea di scartare un sistema acquisito, solo cinque anni fa, con un investimento di circa $ 200 milioni, per ricominciare da zero, con un nuovo sistema che non è mai stato provato in nessun paese al mondo? Per questo è necessario ricapitolare sulle origini di Smartmatic, così come sui conflitti d’interesse, che emergono da ogni parte di questo affare tecnologico, che mettono seri dubbi sulla trasparenza del Referendum Revocatorio.
Immediatamente dopo i “reparos”, l’automatizzazione diventa una bandiera del Rettore (del CNE), Jorge Rodriguez, che viene appoggiata, lo stesso giorno, sia dal presidente Chavez che dal vicepresidente Rangel, con un entusiasmo travolgente. Nel 1998, lo stesso Rangel, denunciò, in un suo articolo, il prezzo eccessivo delle macchine di votazione avvertendo che, coinvolgere in uno scandalo del genere il massimo organismo elettorale, conoscendo la sua debolezza, equivale a preparare il terreno per qualsiasi avventura!
I timori sono gli stessi ma i motivi sono maggiori. 

La lotteria di votazione 

Alla complessità dell’automazione e gli enormi rischi che implica il suo controverso uso in ogni parte del mondo, Smartmatic, risponde con l’uso di una piccola macchina da lotteria, che viene prodotta da Tecnost Sistemi Olivetti, in Europa e che ha venduto, in Perù, India e Tunisi. Non c’è congettura né speculazione. Le macchine con le quali noi venezuelani decideremo il nostro destino, il 15 agosto, sono macchine da lotteria, come quelle di Perù, India e Tunisi. In Tunisi sono state acquistate da Promosport, in società con il Ministero dello Sport di quel paese, e in India sono state acquistate da due compagnie specializzate in giochi di scommesse, azzardo e intrattenimento, denominate Dhan Dhana Dhan Infotainment e, l’altra, Best & Co.
L’interesse di Smartmatic e del Rettore Jorge Rodriguez, nell’offrire all’elettorato venezuelano un terminale di lotteria, come mezzo per esercitare il proprio diritto al voto, si dimostra con l’invenzione di un modello differente da quello che riconosce la firma produttrice.
Smartmatic ha informato i media che l’Olivetti aveva già consegnato 12.000 macchine, modello AES-300, che non esistono nella linea di produzione di Tecnost Sistemi Olivetti, né in nessun’altra parte del mondo. Le macchine di votazione, che Smartmatic avrebbe acquistato dalla Olivetti, corrispondono al modello MAEL 205, che l’azienda ammette di avere sviluppato un anno fa e che, tra l’altro, vengono offerte come terminale per lotterie. Non è una congettura né una speculazione, lo ripetiamo, è la stessa azienda che lo afferma, in una dichiarazione alla stampa, che ha fatto circolare in Europa lo scorso 15 aprile, in cui si danno i dettagli del contratto con Smartmatic, che includono questi terminali di lotteria!
MAEL 205, indica la promozione della Olivetti: “è una famiglia di terminali super compatti e completamente accessoriati, concepiti per l’automazione di organizzazioni di lotterie e scommesse. Lo spazio che occupa è poco più di 22 x 31 centimetri. Disegno innovativo, facilità di uso fanno sì che questo terminale sia appropriato per qualsiasi punto vendita”.
Questa macchina da lotteria viene prodotta da Tecnost Sistemi Olivetti, a Carsoli, che dista 70 km da L’Aquila, provincia dell’Abruzzo e non a Roma, come detto da Smartmatic.
In questo scenario bucolico italiano si scommette per il destino del nostro paese.
Ci sono altre parti del contratto, tra Tecnost Sistemi Olivetti e Smartmatic, che attirano l’attenzione. La consegna, secondo quello che segnala la Olivetti: si effettuerebbe durante questa estate. L’estate finisce ufficialmente il 21 settembre. In base a questo contratto tutti i terminali, (non macchine di votazione), saranno consegnati entro tre mesi dopo la firma. Non si indica quando si è firmato il contratto o quando si effettuerà la consegna. L’Olivetti adempierà a questo ristretto periodo di tempo, adattando il Modello MAEL 205, creato lo scorso anno, (lo scorso anno!). Riconoscono che il tempo previsto per la consegna è “molto ristretto” e, se ci fossero ancora dei dubbi, sul concetto di sperimentazione che propongono per il Venezuela, il comunicato della Olivetti lo spiega eloquentemente: “Con questa nuova applicazione, (in Venezuela), aggiungiamo quindi il voto elettronico al rango di specializzazioni offerte dai terminali di Tecnost Olivetti”.
Mercoledì, 18 febbraio u.s., il giornalista Eugenio Martinez, di “El Universal”, ha dato la seguente informazione: “Il Presidente della Giunta Nazionale Elettorale (JNE), Jorge Rodriguez, ha spiegato che l’acquisto delle unità di votazione prodotte dal consorzio SBC, costerebbe allo Stato venezuelano $ 57.968.040”. Però, nella dichiarazione ufficiale, che l’Olivetti offre ai media europei e che è pubblicata nella sua pagina Web, in inglese e in italiano, da Finanza On-Line, l’azienda assicura che il contratto per i “terminali di voto elettronico” è di $ 24 milioni, (“del valore di 24 milioni di dollari, per la fornitura complessiva di 20.000 terminali di voto elettronico in Venezuela”). La differenza, tra l’una e l’altra dichiarazione, è di circa $ 34 milioni. Jorge Rodriguez, non ha lasciato dubbi sull’obbiettivo del contratto, visto che si è riferito a “unità di votazione”.
Non sono le uniche discrepanze tra ciò che è stato detto dal Rettore e quello che, invece, sostiene Tecnost Olivetti in Europa.
I dirigenti della Olivetti dovranno chiarire perché il Venezuela viene usato come un esperimento azzardato con i terminali di lotteria. 

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“El Universal”