FAQ sul voto elettronico (e sull’applicazione della blockchain)


a cura del Comitato sui Requisiti del Voto in Democrazia (https://crvd.org)

15 ottobre 2018 – versione 1.1 (ultimo aggiornamento 27 novembre 2018)

versione aggiornata

Si prende spunto da alcune interviste o articoli apparsi sulla stampa italiana per fare un po’ di chiarezza sulla situazione del voto elettronico e sull’applicazione della blockchain. Se avete altre domande o osservazioni da aggiungere scrivete a [email protected]

«I casi di sperimentazione del voto tramite sistema blockchain per ora sembrano dare riscontri positivi, anche se avvenuti in piccole realtà e non in consultazioni di grandi dimensioni.»

I casi di sperimentazione del voto tramite sistema blockchain semplicemente non ci sono. Se ne parla molto, poiché si la parola blockchain è l’hype del momento e molti ricercatori competono per i fondi di ricerca infilandola dappertutto o molte aziende tentano di mostrarsi innovative cavalcando l’ultima moda, ma alla prova dei fatti non esiste nessun sistema pubblico di una qualche rilevanza cha abbia messo insieme il voto elettronico in un sistema elettorale in democrazia con un valore sistemico (ovvero a livello di un governo, fosse anche solo regionale), che abbia quindi un minimo di rilevanza, e l’adozione della blockchain. I casi a cui probabilmente si riferisce sono probabilmente i tre più noti: il comune di Zugo in Svizzera (30.000 abitanti/clienti), che è un test senza rilevanza, la città giapponese di Tsukuba, in cui il voto con blockchain si è svolto non per eleggere qualcuno ma per selezionare un vincitore in un concorso tra progetti finanziati della città, e le elezioni in West Virginia, in cui 144 militari oltremare hanno votato usando senza problemi, a dire del Segretario di Stato, avrebbero votato “senza problemi” attraverso una piattaforma privata non ispezionabile chiama Voatz. Spesso si cita anche il caso  della Sierra Leone, sparato come notizia entusiasmante da parte dei sostenitori del voto elettronico. Semplicemente in Sierra Leone la blockchain non era stata utilizzata dalle istituzioni, ma una società privata  in modo indipendente da una azienda per “simulare” quello che era il vero voto, senza alcun tipo di legame con le autorità pubbliche. Chiunque faccia queste citazioni al più ha letto i titoli delle news, perché se si fosse spinto un po’ più in fondo nella lettura delle notizie forse avrebbe compreso che queste citazioni sono quantomeno controproducenti per sostenere la blockchain nelle elezioni democratiche di uno stato nazionale. Purtroppo sono questi gli esempi che alcuni hanno usati per spingere il Governo italiano ad impegnarsi su questo fronte usando i soldi dei contribuenti inutilmente.

Nel caso questa cosa dovesse andare avanti i primi al mondo ad usare la blockchain per falsare le elezioni politiche, eventualmente, saremmo noi italiani. Una innovazione adeguata al livello di salute della nostra democrazia si vede.

«La nostra proposta è diretta principalmente a consentire il voto a chi vive lontano dal luogo di residenza. Un inizio per una sperimentazione mirata e funzionale.»

Secondo alcuni la blockchain avrebbe un qualche valore per chi vive lontano dal luogo di residenza. Ci si riferisce ai cosiddetti «italiani all’estero», che però non sono quelli che si trovano temporaneamente in viaggio fuori dai confini nazionali (che comunque non possono votare se non rientrano presso la loro residenza), ma quelli che vivono stabilmente fuori dal nostro paese e, però, conservano il diritto di voto come sancito dalla Costituzione, pur non essendo più effettivamente residenti sul territorio nazionale ma iscritti a quella che viene chiamata AIRE, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero (anche se con una certa dose di involontario umorismo burocratico un iscritto all’AIRE risulta essere presente nelle liste elettorali del comune da cui è andato via quando ha lasciato l’Italia). Il voto di questi italiani oggi avviene attraverso un contorto sistema postale, introdotto negli anni 2000, che sembra pensato a bella posta per compiere brogli, compravendite di schede e voti e ogni altra forma di nefandezza elettorale, per non parlare delle condizioni infernali con cui tali voti vengono scrutinati, indegne di uno stato decente. Almeno l’incidenza di questo bailamme sulle istituzioni democratiche è abbastanza limitato, ma acquista molto valore quando le coalizioni in competizione hanno risultati molto vicini tra di loro. Questo processo relativo al voto estero deve essere migliorato, ma non introducendo qualcosa ancora più pericoloso e manipolabile.

Anche altri paesi a noi vicini, come Francia o Germania, permettono forme di voto per i cittadini fuori dai confini nazionali, ma mai con il lassismo del nostro sistema di voto postale, e proprio mentre noi pensiamo di impegnare il governo a sperimentare non “la tecnologia”, ma una ben determinata tecnologia, quei paesi che il voto elettronico l’hanno ampiamente studiato, sperimentato e talvolta usato attivamente per anni, lo stanno abbandonando o fortemente limitando, sostenendo che, qualsivoglia tecnologia si possa usare, non garantisce i requisiti di base di un voto democratico. Perché non prendere esempio dai migliori invece che inventare cose fantasiose e potenzialmente pericolose?

Il “voto da casa” non è previsto nel testo dell’atto approvato dalla Camera, dove anzi si fa riferimento al voto “da postazioni pubbliche”, mentre è previsto col voto per corrispondenza per gli italiani all’estero.

Questa frase contiene due affermazione di grande superficialità. La prima, abbastanza facile da percepire, riguarda il “voto da casa”. Non c’è da sperimentare nulla in questo campo, il “voto da casa” è un concreto pericolo che per la sua stessa natura non può essere ricondotto ad un corretto funzionamento almeno a Costituzione vigente. Ad esempio,  un gruppo di analisti indipendenti coordinati dal prof. J. Alex Halderman dell’University of Michigan  (uno di quelli che ha studiato questo tema molto a lungo) e da Jason Kitkat l’autore del software di voto elettronico open-source della Free Software Foundation chiamato GNU.Free (uno di quelli che ha fatto con le proprie mani un sistema di voto elettronico prima di decidere di dismetterlo dicendo che qualsiasi sistema di voto elettronico non avrebbe mai potuto le caratteristiche minime per poter essere usato) è stato invitato dal governo estone a supervisionare la loro implementazione reale del voto via Internet, hanno prodotto un dettagliato insieme di critiche profonde al sistema estone prima tra tutte la semplicità con cui era possibile iniettare malware nelle postazioni dell’utente per dargli l’impressione di aver votato in un certo modo, ma poi effettivamente registrare un voto completamente differente, senza che, per via dell’anonimato e della segretezza del voto, questi avesse alcun modo per dimostrare che il proprio voto fosse stato conteggiato correttamente.

Ancora peggiore è lo scenario posto dalla seconda affermazione, ovvero che il voto con blockchain sarebbe realizzato “da postazioni pubbliche”. Non c’è alcun modo per raggiungere il risultato di avere un voto elettronico su postazioni pubbliche e di usare la blockchain, se queste postazioni non sono connesse tra di loro a qualche forma di rete (una rete privata o pubblica). Ma una delle regole fondamentali, condivise anche nei paesi (democratici) che utilizzano il voto elettronico, è che le macchine di voto debbano essere completamente isolate da qualsiasi forma di connessione in modo da evitare la possibilità, da parte di un agente centrale, di modificare subdolamente l’intera votazione cambiando anche solo frazioni dei voti espressi in modo strategico nei vari seggi. Con le macchine connesse in rete la semplicità di broglio elettorale, già molto grande quando è presente una infrastruttura tecnologica che media l’espressione del voto, diviene enorme e proprio perché può permettere di incidere in quantità di voti statisticamente non significativi ancora più difficile da essere scoperta. Il delitto perfetto.

Il tema che va tenuto in considerazione è il livello di fiducia generato da ogni innovazione. Più è alta questa fiducia, più rendiamo possibile il consenso verso ogni cambiamento ed è più probabile determinarne il successo.

Questa affermazione è pienamente condivisibile, ma purtroppo è completamente in disaccordo con l’idea di introdurre uno strato opaco, cioè una scatola nera, costituita da una infrastruttura tecnologica impossibile da verificare ad occhio nudo dai votanti, dai componenti del tavolo elettorale e da un semplice cittadino. L’introduzione del voto elettronico abbassa molto, fino ad annullarlo, e non aumenta il livello di fiducia dei cittadini nella democrazia. Non è un’affermazione di qualcuno contrario al voto elettronico, è il risultato delle ricerche dei governi norvegese e olandese che dopo aver utilizzato per una decina di anni il voto elettronico, anche in relazione a questi risultati di ricerche sociali, lo hanno abolito. I cittadini si stavano disaffezionando agli strumenti democratici proprio perché incapaci di comprenderne il valore nascosto dalle macchine usate per il voto. Ed è esattamente questo il motivo per cui la Corte Costituzionale Tedesca, emettendo una sentenza esemplare che ha di fatto bloccato l’introduzione delle macchine elettroniche di voto in Germania, dice che nel momento in cui dovrebbe formarsi il consenso per il trasferimento della sovranità popolare dagli elettori agli eletti, cioè nel momento delle elezioni, quando il precedente parlamento è sciolto e il successivo non ancora eletto, e quindi la sovranità riposa completamente nelle mani dell’elettore, se ogni passaggio di questo trasferimento, e cioè del voto, non può essere effettivamente controllato, ad occhio nudo e senza particolari competenze, dal cittadino allora si strappa il contratto fiduciario tra eletto ed elettore, viene meno la struttura democratica su cui si poggia lo stato di diritto come è sancito nella parte inalienabile della Costituzione che costruisce la Repubblica. Un’elezione in cui al cittadino viene chiesto di fidarsi di altri che non dei propri occhi è una elezione non democratica, non è un problema tecnico, è un problema di Diritto: è incompatibile con la democrazia, lo stato di diritto e chiaramente con la Costituzione. La tecnologia quindi non c’entra nulla.

Pochi anni fa sarebbe stato impossibile effettuare in sicurezza un bonifico al di fuori della banca, mentre oggi è una operazione possibile e sicura, che ognuno può effettuare dal proprio telefono.

Se esiste un argomento banale e superficiale è questo paragone tra il voto e il sistema dei pagamenti. Chiunque proponga questa analisi, a meno che non lo faccia per motivi meramente propagandistici, mostra di non capire nulla né di democrazia né di sistemi dei pagamenti.

C’è qualcosa che rende estremamente più semplice fare un bonifico o una qualsiasi transazione monetaria online che esprimere un voto attraverso macchine elettroniche. Dicendo che è possibile fare “in sicurezza” un bonifico online, si dà l’idea che le transazioni economiche online siano “effettuate in sicurezza” grazie alle tecnologie dell’informazione, che non vi siano errori e che praticamente non vi siano costi per raggiungere quest’obiettivo. Eppure nulla di tutto questo è vero, non solo i sistemi di pagamento sono affetti da molti e frequenti errori, non solo le truffe sono all’ordine del giorno ma le perdite dovute al malfunzionamento dei sistemi o alle manipolazioni intenzionali o semplicemente alle cattive pratiche, sono questioni di tutti i giorni. La tecnologia non ha reso magicamente più sicure e oneste le transazioni economiche, semplicemente come cittadini e clienti siamo, il più delle volte, indenni da questi problemi perché le imprese ne assorbono i costi, e le imprese ne assorbono i costi, spesso senza discutere, perché sono assicurate o riescono a valutare con precisione quali sono i rischi residui nell’evitare una copertura assicurativa del rischio operativo. In tutto il circuito relativo ai pagamenti, che è comunque sostenuto da tecnologie adeguate ai rischi in gioco, tutto è esprimibile in quantità economiche, e come tale può essere oggetto di valutazioni assicurative che impattano sui costi dei servizi, che in ultima analisi pagano i clienti (sì, la sicurezza di quei bonifici la pagano i clienti). Dal punto di vista di un cliente, un bonifico online si può effettuare “in sicurezza” perché esistono tecnologie adeguate per farlo e, soprattutto, perché se si incappasse in quei casi in cui qualcosa va storto ci sarebbe un assicuratore in grado di sostenere il costo della perdita a favore del cliente.

Nel caso del voto in democrazia non esistono tecnologie adeguate a sostenere i requisiti minimi dello scenario applicativo, i trasferimenti dovuti al voto sono assolutamente monetari ma relativi alla fiducia dei cittadini nei loro rappresentati e sfido chiunque a trovare un assicuratore in grado di coprire il rischio di un broglio elettorale che potrebbe portare nelle mani di un particolare agente in competizione tutte le risorse economiche di un intero stato. Solo il giorno in cui i Lloyds di Londra fossero in grado di emettere una polizza a copertura di tale rischio si potrebbe avere un minimo incentivo a votare con il voto elettronico per il Governo del Paese.

Oggi i cittadini tendono a fidarsi — e dare per acquisito — il metodo tradizionale di voto, ma le cronache ci hanno consegnato molto spesso episodi di brogli. Schede già votate, presidenti di seggio non imparziali. Anche per questo la Camera ha recentemente approvato la proposta di legge, promossa dalla collega Nesci, per elezioni più trasparenti e sicure.

In democrazia nessuno chiede ai cittadini di fidarsi delle procedure elettorali (nessuno tranne i propugnatori di quel voto opaco che è il voto elettronico). Il sistema elettorale basato sulle schede cartacee è basato su una sfiducia costruttiva di ciascuna parte in gioco verso tutte le altre, per questo le parti in gioco sono molte e con interessi variegati: elettori, votanti, componenti del seggio elettorale, forze dell’ordine, uffici amministrativi periferici, uffici amministrativi centrali, stampa e informazione e magistratura. Tutti questi hanno infatti la possibilità, codificata nel processo elettorale, di dire la propria e farla mettere a verbale. Queste dichiarazioni sono atti amministrativi importanti e non è raro che forniscano la base per le successive verifiche ed inchieste della magistratura, con processi e condanne. Questo è possibile perché tutto il processo è visionabile ad occhio nudo. Nel voto elettronico tutte queste parti potrebbero anche essere presenti, ma solo in forma di mera rappresentazione. La loro attività sarebbe di fatto subordinata a quella dell’unica parte che avrebbe in mano le chiavi di tutto il sistema elettorale: i gestori della tecnologia. È vero che nel processo tradizionale di voto ci sono dei brogli, ma se sappiamo che ci sono è perché vengono scoperti e puniti, sempre con pene molto severe. In un sistema di votazione elettronica spesso l’esistenza di un broglio non è verificabile e quindi non è sanzionabile.

Non bisogna temere la decentralizzazione e anzi bisogna considerare che la blockchain permette l’immutabilità delle informazioni e quindi l’impossibilità di manipolarle. Anche per questo credo che questa tecnologia sia utile non solo nel cambiare le modalità di espressione del voto, ma possa dare un importante contributo alla dematerializzazione delle procedure, con la creazione di registri.

È chi sostiene il voto elettronico, ed in particolare la blockchain ad essere fautore di un centralismo assoluto. Propugna infatti l’eliminazione del controllo diffuso del processo elettorale a livello locale di singolo seggio elettorale per concentrarlo in un unico centro, cioè il “software”, che non è solo “centralizzato” ma è anche completamente non verificabile. Anche quando dovesse essere utilizzato un software completamente ispezionabile o addirittura open source (e molto raramente nella storia delle elezioni con macchine elettroniche è stata data questa possibilità ai cittadini), nessuno garantisce mai che questo software sia quello effettivamente usato sui singoli dispositivi e non un software che ne simuli il comportamento e che faccia ciò che uno si aspetta debba fare tranne quando deve operare per manipolare il voto. Il caso a cui si può fare riferimento è quello del software nello scandalo delle auto diesel Wolksvagen (il cosiddetto Dieselgate) che si accorgeva di essere nelle condizioni test e cambiava il proprio comportamento per rimanere all’interno dei parametri di emissione previsti, e poi su strada faceva esattamente come gli pareva. Ecco, il modello è quello. E, come dimostra il caso Wolksvagen, incredibilmente facile da fare e molto difficile da scoprire.

Inoltre la blockchain può garantire (a caro prezzo) che le informazioni in essa introdotte non siano manipolabili, ma non può garantire che non vengano introdotte informazioni già manipolate, o informazioni ulteriori, utili ad esempio, a conoscere le singole scelte dei cittadini e quindi a manipolarne le preferenze. Quel che è peggio è che se usata con sistemi crittografici avanzati una volta inserite le informazioni all’interno non è più possibile disfare le operazioni che hanno portato a quei risultati per verificare che siano state fatte correttamente. Se anche ci fosse una scheda cartacea come “prova” di un voto registrato nella blockchain non esiste alcun motivo per privilegiare l’informazione cartacea (manipolabile fisicamente) a quella della blockchain (manipolabile logicamente). Una eventuale prova lascerebbe la situazione in uno stato indecidibile. È quello che è successo in Brasile dove, alla fine, la Corte Costituzionale ha sentenziato abolendo la controprova cartacea al voto e considerando la registrazione informatica come l’unica valida, per quanto nessuno potesse garantirne la correttezza.

È chiaramente quello che ci si aspetta nel percorso di introduzione del voto elettronico: abbandonare le verifiche “ad occhio nudo”. Forse c’è un motivo, però, per cui gli stati più in alto negli indicatori delle democrazie, come Norvegia, Olanda e Germania stanno abbandonando il voto elettronico e quelle molto in basso come Venezuela, e molti stati africani che non hanno mai brillato stanno adottando il voto elettronico e possibilmente la blockchain. Quali sono i nostri modelli?

Le transazioni su blockchain sono verificabili ed anonime ed è impossibile collegare l’ID della transazione con chi l’ha eseguita.

Incrollabili certezze non sostenute da dati di fatto. Chi afferma che le transazioni su blockchain sono verificabili ed anonime e che è impossibile collegare l’ID della transazione con chi l’ha eseguita dice, dal punto di vista tecnico, una fandonia fantasiosa. Anche un programmatore alle prime armi adeguatamente istruito può costruire una blockchain in poche righe di un qualsiasi linguaggio di programmazione per fare una blockchain con transazioni non verificabili, non anonime e il cui ID sia collegatp a filo doppio a colui che esegue la transazione. La blockchain è una tecnologia e la si plasma come vuole il programmatore. Ma anche se ci si riferisce ad un particolare tipo di blockchain, quella di Bitcoin, che avrebbe la caratteristiche indicate è ben noto, nel mondo della ricerca e sicuramente in quello delle forze dell’ordine, che è possibile agevolmente superare tutte queste sono caratteristiche con un minimo sindacale di attività di intelligence. E se la blockchain del voto dovesse essere pubblica tutti possono farlo, ma se non fosse pubblica che blockchain sarebbe?

Se ci fossero dei profili di forte criticità su questo aspetto, questa tecnologia non sarebbe nemmeno considerata in campo sanitario e invece proprio questa settimana sono stati presentati dei progetti come quello promosso dall’Istituto Superiore di Sanità per lo studio delle terapie delle epatiti virali. Sperimentare non fa male. Il progresso è sempre andato avanti per tentativi ed errori.

In effetti invece ci sono profili di forte criticità su quest’aspetto, solo che l’ideologia di cui si fanno promotori i sostenitori del voto elettronico non vuole o non sa vederli. I profili di forte criticità sono molto chiaramente espressi dai principali esperti, tecnologi e scienziati, delle materie che  hanno a che fare con le tecnologie dell’informazione. Il fantasioso controesempio qui riportato con la presentazione di una ricerca in un campo che nulla ha a che vedere con il voto democratico è semplicemente inutile. È probabile che lo stesso ricercatore citato neppure lontanamente porterebbe il suo lavoro come sostegno alla tesi che la blockchain possa essere usato nel voto democratico.

Chi dice che adottante il voto elettronico stiamo mettendo a rischio la democrazia fa un’esagerazione soprattutto se, più in generale, si guarda all’esperienza ormai decennale dell’Estonia. Non bisogna aver paura di sperimentare. Gli esperimenti di voto tramite Blockchain fin qui fatti (penso a Tsukuba in Giappone, a Zugo in Svizzera o al West Virginia in America) non hanno riscontrato esiti negativi. Si tratta di piccole platee, ma è così che si inizia per garantire un sistema sempre più efficiente oltre che sicuro.

Il caso dell’Estonia, che è l’unico paese che ha fatto dell’e-voting una realtà, va letto all’interno di un più generale sistema di adozione avanzatissima di controllo della vita sociale dei cittadini attraverso tecnologie dell’informazione. Provenendo dalla precedente esperienza di repubblica sovietica, l’Estonia non fornisce ai propri cittadini lo stesso livello di garanzie di privacy e autonomia che sono previste solitamente dai paesi occidentali. All’interno di questo quadro, va anche sottolineato che alcune ricerche hanno verificato come l’adozione del voto elettronico in Estonia abbia fornito l’occasione per sostenere politiche di discriminazione attiva delle minoranze. Infine, come già riportato in precedenza, le analisi tecnologiche (e persino la cronaca recente) hanno stabilito che i livelli di sicurezza propagandati dal Governo siano tutt’altro che verificati alla prova dei fatti. L’Estonia, in cui il voto elettronico, anche online, coesiste con il voto cartaceo in uno schema per cui è sempre quest’ultimo ad essere privilegiato, è senza dubbio un caso, unico, di studio, ma considerarlo come modello di riferimento in luogo di paesi le cui democrazie sono più avanzate secondo gli standard condivisi è senza dubbio alquanto arrischiato.

Gli altri esperimenti di voto con l’uso della blockchain citati sono casi, come detto in precedenza, che non hanno alcuna rilevanza in relazione al voto di una intera nazione, o regione, o parti significative di essa per l’elezione di un corpo istituzionale. È evidente che chi propone questi come esempi di voto elettronico non ha approfondito la conoscenza oltre una news su qualche sito secondario ripostata all’infinito da tutto quell’ecosistema di siti pro-Bitcoin mantenuti il più delle volte dai rapaci truffatori che ti telefonano per indurre la gente ad investire su Bitcoin.  A quel punto sono molto più significative le tante sperimentazioni di voto elettronico fatte in Italia fin dagli anni 2000. Quello che è interessante è che le motivate obiezioni di tecnologi e scienziati sono un’esagerazione, e non lo sia la previsione di adottare di una tecnologia inabile a gestire neppure le votazioni di una organizzazione parrocchiale.

La fiducia aumenta se il cittadino percepisce un miglioramento della propria vita grazie alla tecnologia. Penso ad esempio alle possibili applicazioni della blockchain nella PA. Condivido con lei la necessità di aiutare la comprensione del cittadino comune di fronte a strumenti che rimangono aggiuntivi e non sostitutivi. E’ uno sforzo prima di tutto educativo e culturale su cui bisogna investire per dare possibilità di maggiore inclusione e partecipazione.

Al di là degli slogan alla Henry Ford divulgati da una scadente pubblicità televisiva non si capisce proprio perché invece di affrontare seriamente il problema dell’innovazione delle procedure amministrative della democrazia, anche con l’adozione di strumenti tecnologici, cioè invece di iniziare dalla testa, si pretenda di affrontare l’argomento dalla coda usando parole senza senso per non smuovere nulla con un’inutile macchina del vapore come la blockchain.

La blockchain ad oggi non ha risolto alcun problema, nemmeno quelli per cui era stata creata. Alla prova dei fatti si è visto che alle indubbie potenzialità teoriche non corrispondono pragmatiche ed efficaci implementazioni. La blockchain risulta essere più un problema che un vantaggio anche nell’unico caso che potrebbe considerarsi di successo, cioè Bitcoin, che comunque non ha mantenuto le proprie promesse e ha finito per essere lo strumento per la costruzione di un’intera economia della truffa, ed è diventato cosa molto differente da quelle che avrebbe dovuto essere (e le recenti evoluzioni dei fork della rete Bitcoin lo dimostrano).

L’introduzione della tecnologia nel processo democratico è cosa buona, purché la tecnologia migliori veramente la vita dei cittadini e non metta a repentaglio i loro diritti fondamentali, e purché la tecnologia serva a controllare il Potere e non ad essere ulteriormente controllati da esso.

Cosa si può fare per introdurre la tecnologia nel processo democratico?

Se qualcuno vuole cimentarsi con questi temi, senza che nessun tecnologo o scienziato gli sia contrario, potrebbe proporre una legge per l’introduzione di tutte le possibili forme di voto elettronico palese, quelle cioè in cui l’anonimato del votante è escluso alla fonte. Ad esempio la sottoscrizione delle liste elettorali, in modo da evitare le incresciose esperienze che hanno colpito un po’ tutti i partiti di raccolta di firme false, o quelle per la sottoscrizione delle leggi di iniziativa popolare o dei referendum. Cose facili da fare, con rischi sistemici limitati, che aumentano la potenziale democratica dei cittadini e li coinvolgono nel processo decisionale dello stato.

Cosa si può fare per gli italiani residenti all’estero?

Se qualcuno vuole cimentarsi con il tema del voto degli italiani all’estero potrebbe proporre un’analisi geolocalizzata degli appartenenti all’AIRE in modo da stabilire, come hanno fatto altri paesi, la più efficiente distribuzione di seggi elettorali esteri, presso consolati, ambasciate o altri presidi nazionali all’estero, come fanno francesi e tedeschi, limitando il voto postale solo a coloro che si iscrivono attivamente alle liste elettorali e che risultano essere troppo distanti dai seggi esteri. Perché il voto degli italiani all’estero è un diritto che nessuno vuole levargli, ma è ingiusto che godano di una disparità di trattamento rispetto agli italiani in patria, che gli permette di votare sul divano, o vendere liberamente e senza controindicazioni la propria scheda elettorale (o la password di un eventuale sito per il voto online), non lo è affatto.  Inoltre bisognerebbe limitare la possibilità di voto solo a quei cittadini che esprimono attivamente la volontà di votare nelle elezioni, in modo da sottrarre alle organizzazioni malavitose il controllo delle schede elettorali spedite in giro per il mondo che spesso, ad insaputa dello stesso elettore, finiscono nelle mani di queste organizzazioni (come più volte documentato).

Per altre informazioni sul tema del voto elettronico si veda

Blockchain, perché l’Italia deve (e può) fare di più. Parla Luciano Floridi

di  Simona Sotgiu su formiche.net – 28/09/2018

Un primo passo nella direzione dello sviluppo di una strategia nazionale digitale, anche se forse un po’ tardivo, ma certamente apprezzabile. Luciano Floridi, filosofo, docente a Oxford e esperto di Intelligenza artificiale e sviluppo del digitale commenta con moderazione la firma messa ieri a Bruxelles dal vicepremier e titolare del Mise Luigi Di Maio alla Blockchain Declaration, con cui la Commissione europea intende essere uno strumento per “lo scambio di esperienze e competenze in campo tecnico e normativo tra gli Stati membri” e vuole preparare “il lancio di applicazioni Blockchain a livello Ue. Secondo il professore, l’Italia deve investire di più, puntare a una strategia nazionale ben definita così da poter dialogare con gli attori europei, ma non solo. Intanto questa mattina il Mise ha pubblicato sul sito del ministero la call per la formazione di un gruppo di esperti di alto livello per l’elaborazione della strategia nazionale sulla blockchain, sulla falsa riga di quanto fatto a metà settembre sull’Intelligenza Artificiale. E sulla democrazia digitale…

Oggi Di Maio ha firmato la Blackchain Declaration, definita da Mariya Gabriel la chiave per una “Human-centric internet”. Cosa rappresenta per l’Italia?

È una banalità. Abbiamo semplicemente raggiunto un gruppo che era partito ad aprile, certo meglio tardi che mai, ma erano già presenti 25 Paesi in questa European blockchain partnership, l’Italia è forse una delle ultime ad aggiungersi. È un gruppo di lavoro che, come molte iniziative dell’Unione europea, cerca di fare un quadro generale su dove siamo in Europa sulla Blockchain in questo momento e allo stesso tempo di unificare e far sì che si faccia un po’ di progresso a livello europeo tutti insieme così che non ci siano 26 Paesi che si muovono separatamente. Ci sono anche dei fondi, stanziati dall’Ue, che dovranno essere utilizzati per finanziare questa iniziativa. Mi ha sorpreso un po’ questo annuncio come se fosse una firma significativa, l’evento del futuro, è un passo importante sicuramente e bisognava farlo – anche se forse un po’ tardi, ma non penso ci fosse un governo in Italia in grado di compierlo prima – però l’eccitazione attorno a questo annuncio mi sembra eccessiva. È una delle tante cose che un buon governo dovrebbe fare e l’Italia l’ha fatto. È forse un po’ peculiare che non ci fossimo accorti prima di questa possibilità. Ma resta un’ottima idea, fatta nei tempi che gli hanno permesso di mettere questa firma. Spero non venga utilizzata come propaganda.

Si parla, tra le altre cose, anche di un Fondo nazionale per l’innovazione digitale, come appena fatto per l’intelligenza artificiale. Su cosa dovrebbe puntare l’Italia?

Secondo me sta facendo bene il nuovo governo a puntare su Intelligenza Artificiale e Blockchain. Dovrebbe cominciare a pensare a una strategia nazionale su che cosa si vuole fare con l’Intelligenza Artificiale in Italia. L’Italia non ha un ministro del digitale, questo è sicuramente un limite, lo hanno tutti i Paesi più importanti con cui l’Italia ha a che fare, quindi potrebbe essere un buono strumento – nei limiti in cui il nostro sistema lo permetta – pensare a una figura di riferimento che incarni queste tematiche al quale dare anche la libertà e l’autonomia di fare, volta per volta, ciò che è necessario per spingere ancora di più, ad esempio, sui pagamenti online e le transazioni digitali, combattere ad esempio l’evasione fiscale. Dobbiamo capire dove vogliamo porci, e l’Europa è già partita. Io mi occupo di Intelligenza Artificiale e ho visto che anche l’Italia ha voluto fare, a metà settembre, una call di esperti per l’Istituzione di un Gruppo di alto livello per l’elaborazione della Strategia nazionale sulla IA (di oggi è invece la call per istituire un gruppo anche sulla Blockchainndr), ma la partecipazione al gruppo di lavoro è volontaria, il che a mio avviso mostra che non è un progetto serio.

Cosa intende?

Vuol dire che la partecipazione a questo gruppo sarà soltanto legata a chi se lo può permettere, ed è un peccato che ad esempio, siano solo le grandi aziende e non le Startup a poterselo permettere. Queste sono le piccole cose che fanno una grande differenza. So che il governo ha attualmente tantissime cose a cui pensare, quindi forse l’Intelligenza Artificiale, i pagamenti online, la Blockchain e in general il benessere digitale della nazione non arrivano proprio come primi punti, però appunto per l’Italia è una grande opportunità: noi siamo un Paese che vive di grandi esportazioni e di economia dell’esperienza (si pensi al turismo), e in questo il digitale è fondamentale. L’esportazione del Made in Italy ovviamente oggi senza digitale non ha una reale strategia per il futuro: puntare su questi due aspetti penso sia fondamentale. Sono contento che il governo abbia iniziato a fare qualche passo in questa direzione, che è quella giusta, ma ne vorrei di più frequenti e di più lunghi.

Il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo Economico e vicepremier, punta molto sulla trasposizione dei processi democratici online, democrazia digitale, infatti M5S si avvale di una piattaforma in rete, Rousseau, per consultare gli iscritti. Si è parlato molto di Blockchain per migliorarne la sicurezza, che cosa ne pensa?

Blockchain con la democrazia digitale ha davvero poco a che fare. È un peccato, nel senso che sono in buona compagnia l’una con l’altra ma non è che la Blockchain serve a migliorare la democrazia digitale. La Blockchain è una certificazione di un prodotto, di un servizio, che cosa c’entri con la democrazia digitale lo sanno solo i retori che se ne sono appropriati, lascia perplessi. La Blockchain serve altrettanto bene a promuovere la democrazia rappresentativa. Credo che ci sia una volontà di unire cose che non c’entrano, si può fare in modo un po’ superficiale. Come avrebbe detto Hegel, “Nella notte tutte le vacche sono nere”, basta appiccicare “digitale” e allora tutto si confonde: blockchain è digitale, la democrazia è digitale, la piattaforma è digitale, quindi sono tutti nello stesso brodo. La Blockchain ha una funzione tecnica, tanto è vero che uno degli sponsor principali sono le banche internazionali, può immaginare quale sia il rapporto tra le grandi banche internazionali con la democrazia digitale dal basso che prevede il voto su molteplici temi. La connessione, se vogliamo, è che viviamo in un contesto sempre più digitale, dalla sfera politica a quella finanziaria, da quella della certificazione a quella del mondo del lavoro, tutti quanti stanno avanzando in questo nuovo spazio che ho chiamato l’infosfera. Se tutti si muovono nell’infosfera è chiaro che tante cose diventano ormai digitali: dalla certificazione di chi costruisce l’automobile fino ad arrivare ad operazioni come il voto elettronico. Ma mettere tutto sulla stessa linea, dire che la Blockchain è una cosa che fa bene alla democrazia digitale, è una forzatura. C’è un punto fondamentale, però, che ho sentito anche in un video pubblicato da Luigi Di Maio proprio sulla Blockchain.

Quale?

La disintermediazione. Questo è importante e va capito meglio. Se Blockchain toglie alcuni intermediari, ne inserisce altri. Come per il caso di Bitcoin una valuta che non ha bisogno delle banche nazionali, ma poi sei nelle mani di un piccolo gruppo internazionale e di operatori che fanno il bello e il cattivo tempo, infatti sappiamo quanto è volatile il Bitcoin rispetto a una normale valuta. Noi allora ci fidiamo di questi gruppi più tecnocratici piuttosto che fidarci della banca nazionale italiana o europea, quindi c’è un passaggio di affidamento. Blockchain vuol dire semplicemente spostare la quantità e la qualità della certificazione da strumenti che sono di tipo analogico, e in questo caso Di Maio ha ragione a fare un paragone con il vecchio notaio, a strumenti di tipo digitale e automatizzato di controllo, perché non c’è bisogno dell’essere umano che passi a controllare ogni riga. In questo contesto, ha ragione l’Associazione europea dei notai ad essere preoccupata. Però questa disintermediazione, è un po’ sciocco e forse semplicistico porla come un potere al popolo. Non è così, è una rintermediazione con altri mezzi. Se io tolgo la mediazione del notaio è perché qualcuno ha introdotto Blockchain, come per esempio questo gruppo europeo, che sarà poi il responsabile per il suo funzionamento e i suoi protocolli. Gli intermediari ci sono, ma viene cambiata molto la loro figura. Se, guardando molto avanti, l’euro diventerà una valuta digitale: chi garantirà questo euro? Io non voglio essere un guastafeste, perché vedo del buono, ma mi dispiace quando questo buono viene venduto come eccezionale e rivoluzionario spostandosi dalla sua effettiva bontà.

Se c’è solo un cambiamento di intermediario, come ha detto lei, quali sono i rischi dell’uso della Blockchain nei processi di voto online, che ci si riferisca alla piattaforma del Movimento 5 Stele, ma non solo?

Non è molto chiaro, non lo è in generale capire dove stiamo andando. Se la Blockchain, o simili, servono a disintermediare nel senso vecchio, antico, novecentesco, e creano una certificazione distribuita per cui è difficile, se non impossibile (almeno praticamente) modificare qualcosa senza che questo non risulti identificabile, se si documenta e garantisce come è stato fatto ogni passo e ogni passo è certificato, allora se c’è stato un errore è facilmente identificabile. Questa catena che si crea tra l’oggetto e il servizio fruito dal cittadino e dalla cittadina e a fonte che lo ha erogato o prodotto, questa catena è una novità ed è importante, perché non l’abbiamo mai avuta prima, o meglio, è come se si tornasse ai tempi in cui io sapevo da dove veniva l’insalata perché me l’avevi venduta tu e l’avevi coltivata nel tuo orto. Quando questo divario tra la provenienza e l’utilizzo di qualcosa è molto ampio serve ricucire il rapporto tra la fonte e l’utilizzo e Blockchain fa questo. Blockchain introduce questo concatenamento del servizio o dell’oggetto alla sua fonte, questa è una bellissima e straordinaria rivoluzione che noi stiamo attraversando e lo stanno facendo un po’ tutti soprattutto chi si occupa di servizi che possono essere a rischio.

Lei ha scritto, in un pamphlet pubblicato con la Rivista Formiche intitolato “Il verde e il blu – Idee ingenue per migliorare la politica in una società matura dell’informazione”, che del “nuovo continente digitale” in cui ci muoviamo conosciamo poco, e che per non lasciarlo alla logica del profitto abbiamo bisogno di buona politica. In cosa può consistere questa buona politica?

Il governo ha fatto un primo passo, seppure tardivo, ma si può fare di più e meglio. Se noi in Italia avessimo un approccio un po’ meno antiscientifico sarebbe una cosa buona, avremmo bisogno di una percezione non solo dei rischi connessi con il digitale, che come tutte le tecnologie un po’ dirompenti rivoluzionano le cose creando anche qualche grattacapo, ma soprattutto dei vantaggi, che non sono soltanto economici. Il digitale non è soltanto un modo per creare aziende che generano profitto, ma serve anche a far sì che si innalzi la qualità della vita, che la distribuzione dei benefici che le nuove tecnologie stanno portando sia più equa e che in questo si possa fare poi i conti non soltanto con i benefici per l’essere umano ma anche il benessere più generale. Dal punto di vista capitalista il digitale è uno dei grandi meccanismi che abbiamo oggi per creare ricchezza, non funziona bene, al momento, per distribuirla e crearla in maniera equa. Ecco, questi due elementi sono indispensabili. Produciamo ricchezza con il digitale, poi usiamo anche il digitale per distribuirla meglio, ad esempio lotta all’evasione, per incentivare l’economia verde, per una migliore informazione. Questo è il contesto in cui il digitale può fare la differenza, però bisogna investire. Per questo ci vorrebbe una strategia nazionale in coordinamento poi col resto dell’Europa: perché fa da interfaccia con gli altri Paesi, è come avere una lingua comune, una sorta di koinè con la quale tu parli con gli altri Stati. Senza questa lingua comune non puoi andare a discutere.

Fusacchia (+Europa) a ItaliaChiamaItalia: “Insisto, per gli italiani all’estero ci vuole il voto elettronico”

Deputato eletto nella ripartizione estera Europa: “Ho proposto il voto elettronico. Non è una cosa facile da realizzare, bisogna capire come realizzarlo ma sicuramente aumenterebbe le percentuali di partecipazione. E soprattutto non è accettabile il sistema attuale”

di Davide La Cara – giovedì 27 settembre 2018

Alessandro Fusacchia, 40enne reatino, è deputato eletto nella circoscrizione Europa per la lista +Europa. È stato consigliere di Emma Bonino al Ministero degli Esteri e capo di gabinetto di Stefania Giannini al Ministero dell’Istruzione. È segretario di MOVIMENTA, un nuovo soggetto politico europeista e liberale-progressista. Fusacchia fa parte della commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera.

Onorevole Fusacchia, lei ha avuto esperienze politiche e lavorative in diversi Paesi europei. Cosa porta agli italiani all’estero e quali sono le sue impressioni in questi primi mesi di legislatura?

Ho fatto una campagna elettorale molto improntata sul concetto di mobilità. Parto dall’idea che gli emigrati delle nuove generazioni non sono come quelli di cinquanta o cento anni fa. Sono persone che magari vanno due anni a Londra, tre a Parigi, e così via. E non vale solo per i giovani ricercatori ma per tutti, perché sono decine di migliaia quelli che ogni anno lasciano l’Italia. E noi dobbiamo costruire uno spazio unico dove questa mobilità favorisca la ricerca e l’incontro con le opportunità, per questo serve una Europa unita che offra formazione e lavoro.

Nel frattempo ci siamo ritrovati con un Governo che vuole riportare l’Italia al medioevo, altro che avere una visione moderna di Europa. Il primo anti-italiano è Salvini, che fa il gioco di Putin e Trump, che puntano a spaccare l’Europa e quindi a dominare tutti gli staterelli di cui si compone. Noi italiani dovremmo capirlo meglio degli altri, visto la nostra storia prima dell’Unità d’Italia. Solo un’Europa unita può davvero difendere gli interessi dei suoi cittadini, e quindi anche degli italiani.

Come considera il lavoro del Sottosegretario Merlo e ci sono proposte di cui vorrebbe discutere insieme?

Ho una visione politica molto distante da quella del Sottosegretario e del Governo. Sui servizi ai nostri concittadini dobbiamo lavorare insieme – ad esempio penso che una massiccia digitalizzazione aiuterebbe i consolati. Dobbiamo anche ragionare su come valorizzare gli italiani all’estero, e anche su questo credo che abbiamo posizioni diverse, perché penso che le comunità di italiani all’estero siano molto diverse tra di loro: le comunità in Argentina migrate cento anni fa non sono simili a quelle della periferia di Bruxelles o da chi fa l’università a Parigi oggi. La scommessa è fare sentire a tutti che sono parte di una rete diffusa e che devono vivere e viversi come cittadini del mondo.

Cosa è MOVIMENTA e quali sono i suoi obbiettivi?

È un gruppo di persone nato un anno fa che arriva da esperienze non politiche ma professionali e associative di vari ambiti. Siamo partiti da tre considerazioni. La prima è quella di affrontare le grandi problematiche nazionali legate alla società e al lavoro, smettendo di fare politica “con lo specchietto retrovisore”. La seconda è di non fare politica sui social: Facebook deve essere uno strumento per raccontare cosa succede nel mondo reale, è quindi necessario trovare una riscoperta della fisicità della politica, cioè la capacità di incontrare le persone, di creare un dialogo e instaurare fiducia e trasmettere sentimenti positivi, contrariamente a quello che succede oggi. Infine la dimensione europea: siamo molto europeisti, riteniamo che ci siano molti limiti nella UE ma le grandi sfide possono essere affrontate solo con un continente unito, con soli 60 milioni di abitanti non andremo da nessuna parte.

Il tema del lavoro poi è l’argomento principale: diritti e tutele. Oggi il lavoro è cambiato e la forte precarizzazione va affrontata. E poi aiutare le piccole imprese a crescere nell’affrontare le problematiche, la ricerca e l’internazionalizzazione così da costruire nuovi posti di lavoro. Dietro questo c’è la questione del capitale umano e della sua formazione, la necessità di una burocrazia agile che abiliti le imprese a lavorare. La “macchina” deve essere messa in condizione di lavorare in modo efficace.

Altro aspetto importante per MOVIMENTA è la formazione politica, i partiti non esistono più e non viene fatta da nessuno. Questo crea un problema enorme perché in molti stanno prendendo consapevolezza, un aspetto che porta i cittadini a partecipare attivamente, ma poi le persone si chiedono “come si fa politica oggi?”. Lì dobbiamo intervenire dando strumenti e contenuti. Quello che abbiamo fatto è ragionare su tutto questo, mettendo insieme persone appassionate e solide, ed evitando vecchi schemi in stile anni ’90.

Ci sono altri movimenti che stanno lavorando su questo. Avete aperto un discorso anche con loro?

Stiamo dialogando con realtà come DiEM25 o il movimento dei sindaci di Pascucci e Pizzarotti, quasi quotidianamente. Ma guardo con molta simpatia anche ai ragazzi di Volt. Dobbiamo capire come proporre agli elettori qualcosa di nuovo, che sia di forte contrasto ai nazionalisti ma anche all’establishment e che rappresenti una ribellione contro lo stallo attuale e lo status quo.

Voto all’estero. Lei ha denunciato problematiche e pericolo di brogli. Qual è la sua proposta per migliorare le modalità e la partecipazione del voto all’estero?

Ho proposto il voto elettronico. Non è una cosa facile da realizzare, bisogna capire come realizzarlo ma sicuramente aumenterebbe le percentuali di partecipazione. E soprattutto non è accettabile il sistema attuale, che non garantisce segretezza e è debolissimo contro i brogli, e quindi poco dignitoso per un Paese democratico e civile. Il dibattito sul voto elettronico è chiaramente legato alla sicurezza e alla segretezza del voto. Ma siccome io credo nel progresso della scienza e nella tecnica, sono sicuro che si potranno sviluppare in tempi brevi sistemi efficienti. Non sono un informatico ma gli esperti mi hanno dato pareri diversi. Parto dall’idea che arriveremo a un livello tecnico che ci permetterà questo sviluppo. Se non è sicuro oggi, lo sarà domani: lavoriamo in quella direzione.

Quanto è sicuro il voto degli italiani all’estero oggi? Siamo sicuri che il rischio informatico sia più alto del rischio attuale legato ad un sistema di buste di carta che viaggiano senza controlli in giro per il mondo? Buste che non arrivano o che arrivano a indirizzi vecchi, che vengono perse o sottratte e vendute. C’è un mercato nero del voto degli italiani all’estero che facciamo finta di non vedere. Meglio fare una sperimentazione che tenti di superare tutto questo.

Che giudizio dà sulle manovre economiche attuate e su quelle annunciate come il reddito di cittadinanza o lo sforamento del deficit?

Credo che il Paese abbia bisogno di sviluppo economico e non è certo il reddito di cittadinanza quello che può rimettere in moto il Paese e creare lavoro. E poi, sanno solo ragionare in termini di spesa corrente e mai di investimenti. C’è una enorme differenza e non si può usare l’Europa come capro espiatorio perché non si sa reperire i fondi o perché le promesse sono state troppe, come se si potesse governare con la bacchetta magica invece che con umiltà e competenza.

Il voto elettronico della discordia in India e Stati Uniti

di E.Somma (crvd.org) – 12/09/2018

India e Stati Uniti: due paesi molto diversi ora uniti da un comune avversario. Nella prossima tornata elettorale (a Novembre 2018 in USA e ad Aprile o Maggio 2019 in India) i riflettori si sono accesi così tanto sul processo elettorale da essere diventato un tema caldo di scontro politico. Ragioni molto differenti portano gli indiani e gli statunitensi ad occuparsi dei propri seggi elettorali, un argomento che raramente entra nello scontro  tra partiti.

Oggetto della contesa: il voto elettronico considerato inadeguato, poco efficace e pericoloso per la democrazia.

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Negli Stati Uniti è stato accertato che nella scorsa tornata elettorale gli hacker militari russi sono penetrati nei sistemi del funzionari elettorali e nei produttori di macchine elettroniche di voto.

Dopo quasi vent’anni dall’introduzione In India di un sistema di voto elettronico imposto da governo la contestazione non è più limitata a piccoli gruppi di tecnologi ma ha contagiato le agende politiche di tutti i partiti dell’opposizione che sono adesso uniti a chiedere la revisione del processo elettorale elettronico.

I sistemi elettorali basati su computer di India e Stati Uniti sono accusati di essere un colabrodo tecnico, un incubo democratico e, quel che è peggio, killer impossibili da inchiodare alle proprie responsabilità, perché non lasciano tracce del crimine.

Sotto accusa sono le macchine di voto tecnicamente chiamate DRE (a registrazione diretta elettronica), ovvero che trasferiscono la scelta dell’utente direttamente nella memoria dei computer e non producono un oggetto fisico tangibile nel processo.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti la situazione del sistema elettorale è quantomai variegata perché, per tutte le elezioni non solo quelle locali, i sistemi elettorali dipendono dai singoli stati che hanno l’assoluta autonomia di scegliere il modello e il procedimento, all’interno di regole federali abbastanza lasche.

Di conseguenza in ogni stato, e sono cinquanta, può esistere un sistema e un procedimento elettorale differente dagli altri. Gli stati sono, comprensibilmente, molto gelosi di questo privilegio e impediscono attivamente al governo federale di entrare in questo tema, che non è appannaggio del governo centrale.

Fallimenti molto evidenti hanno permesso quel po’ di uniformità esistente e, recentemente, è stata la debacle elettorale del 2006 a imporre all’attenzione dei media lo stato pietoso di alcuni processi elettorali. Questa disattenzione sul processo di voto aveva potuto determinare risultati inattesi (e talvolta impredicibili) in quegli stati in cui il risultato era in bilico per pochi voti.

Il governo federale attivò quindi un programma (ad adesione volontaria) denominato Help America Vote, per rinnovare gli obsoleti sistemi di voto in uso in molti stati. Storicamente questo programma arrivò in una fase molto primordiale della ricerca sul voto elettronico, e probabilmente contribuì a generare un’adesione entusiastica e poco meditata all’uso dei computer nelle operazioni di voto, Le condizioni del processo elettorale negli Stati Uniti sono sempre state molto orientative, se confrontate con quelle delle democrazie europee.

In molti stati americani si può votare via posta senza alcun controllo dell’identità del votante, e le truffe elettorali sono all’ordine del giorno e anche se sono punite molto duramente si fa poco per prevenirle.

A dispetto della bassa qualità e della poca protezione dalle truffe. il sistema funziona (o almeno si dice che funzioni) per la semplificazione dovuta alla legge elettorale (che si mantiene inalterata da qualche centinaio di anni) e per il senso civico dei votanti  che, d’altro canto, non affollano le liste elettorali.

Nel 2000 quindi gli americani mandarono in soffitta i vecchi sistemi elettromeccanici che furono sostituiti da computer di voto (electronic voting machine, EVM). Non si decisero standard uniformi ed ogni stato percorse la strada dell’acquisto in autonomia.

La storia del voto elettronico negli Stati Uniti è costellata da storie d’orrore tenute assieme dalla costante cifra distintiva dei governi che adottano il voto elettronico: la negazione dell’evidenza del fallimento e la chiusura ad ogni sano confronto con la realtà dei fatti.

La recente storia degli hacker russi penetrati nei computer dei funzionari delle commissioni elettorali e dei fornitori delle macchine di voto ha però scoperchiato il coperchio e aumentato la pressione dei media e del Congresso. Una nuova Help America Vote Act è stata promulgata per adeguare il sistema di voto con l’obiettivo di rendere quantomeno i sistemi elettorali dei singoli stati quantomeno verificabili. Questo si concretizza con la pretesa di avere quantomeno la produzione di ricevute cartacee per la verifica dei voti (in gergo denominate VVPAT, voter-verifiable paper audit-trail).

Su questa richiesta, iniziale ma inderogabile, si sono allineate gran parte delle organizzazioni americane per la tutela dei diritti civili e digitali (tra cui ACLU e Electronic Frontier Foundation).

L’obiettivo non espresso di molte organizzazioni contrarie tout-court al voto elettronico è quello di sostenere che con l’introduzione dei VVPAT il costo del sistema elettorale basato su macchine elettroniche diventa di gran lunga superiore a quello del voto cartaceo, senza fornire inoltre le stesse garanzie. 

India

In India la situazione è diametralmente opposta agli Stati Uniti. È il governo centrale ad aver imposto fin dagli anni 2000 le macchine di voto con caratteristiche predefinite e molto stringenti. sviluppate internamente al governo. Realizzate a bassa tecnologia, si basano su due unità: un corpo centrale che contiene l’unità di registrazione e comunicazione che è connesso ad una piastra esterna dove un sistema di pulsanti e luci permette di raccogliere il voto dell’utente e dargli conferma della registrazione. Protetto da ogni manipolazione, il software è realizzato in modo da essere registrato su un chip OTP (One Time Programmable) impossibile da alterare, non connesse in alcun modo alla rete né attraverso cavi né wireless che rendono (secondo gli sviluppatori) impossibile ogni corruzione dei dati. Il software è realizzato in-house dal governo attraverso un gruppo selezionato di ingegneri del Ministero della Difesa e del Ministero dell’Energia Atomica, senza alcuna forma di outsourcing o contratti esterni.

Il codice sorgente del programma è mantenuto segreto e non condiviso al di fuori del gruppo di sviluppo. L’hardware è invece prodotto dalla Bharat Electronics e dalla Electronics Corporation of India, industrie belliche, attraverso un pantagruelico contratto  di oltre 40 milioni di dollari affidato (con qualche ombra) dalla Commissione Elettorale Nazionale (il costo di ciascuna macchina è stimato in 150$ e il numero totale di macchine acquisite è quindi 300.000). Sono stati prodotti test funzionali e piani di qualità della produzione e test di performance. In più di un’occasione le macchine sono state messe a disposizione, in ambienti controllati, dei partiti per l’analisi e la verifica e nessuno è mai stato in grado di riscontrare difetti, sebbene alcuni attivisti abbiano mostrato in TV una macchina (dichiaratamente rubata allo stock della Commissione Elettorale) opportunamente riprogrammata per registrare voti differenti da quelli mostrati all’elettore.  Il sistema indiano non prevede la stampa delle schede cartacee se non per una frazione di circa il 5% delle schede votate, che però non sono comunque prese in considerazione in forme di verifica a posteriori.

Nonostante questa situazione completamente controllata centralmente e con una relativa semplicità dovuta ai contratti governativi con fornitori privati legati a commesse pubbliche di natura militare, fin dalla loro introduzione, le macchine di voto indiane hanno sollevato, oltre che vespai di polemiche tra i vari partiti, una notevole conflittualità giudiziaria tra i partiti di opposizione e la commissione elettorale nazionale indiana. 

Nel 1984, la Corte Suprema dell’India ha dichiarato che l’uso di macchine per il voto elettronico nelle elezioni era “illegale”, in quanto la Legge sulla Rappresentanza del Popolo non consentiva l’uso di macchine per il voto nelle elezioni. Nel 1989, la legge R.P. fu modificata incorporando la sezione 61A. Tuttavia, questo emendamento afferma che le macchine per il voto “possono essere adottate in tali circoscrizioni o nelle circoscrizioni che la Commissione elettorale può determinare tenendo conto delle circostanze di ciascun caso”. Violando quindi le disposizioni della Legge sul RP, la Commissione elettorale ha condotto nel 2004 e nel 2009 elezioni generali a livello nazionale con l’uso esclusivo delle macchine per il voto elettronico. Molti esperti legali affermano che, seguendo la sentenza della Corte Suprema del 1984, le elezioni parlamentari del 2004 e 2009 potrebbero essere ritenute illegali.

Si può certamente affermare che l’imposizione delle macchine di voto, a quasi vent’anni dalla loro prima introduzione, non è riuscita a convincere l’elettorato indiano, al punto che quest’anno il tema della manipolazione delle macchine da parte del governo in carica è rientrato potentemente come tema elettorale sottoscritto, questa volta, da tutti i partiti dell’opposizione che stanno chiedendo a gran voce quantomeno l’introduzione della stampa obbligatoria di tutte le schede votate per un successivo controllo.

La Commissione Elettorale Nazionale è contraria all’introduzione delle schede di controllo (VVPAT) in modo generalizzate, ben sapendo che questa misura avrebbe un costo intollerabile in un sistema elettorale come quello indiano. Intanto l’accettazione del voto elettronico cala sempre di più 

Conclusioni

Indiani e statunitensi chiedono l’introduzione delle schede di controllo per la verifica cartacea post-voto, ma è ben chiaro che questa contestata contromisura è solo un passaggio tattico per far prendere coscienza al più vasto pubblico che gli attuali sistemi di voto non siano solo insicuri ma siano soprattutto antieconomici se solo si evitasse di trascurare requisiti fondamentali nella loro costruzione. 

È il motivo per cui in Germania dopo la sentenza della Corte Costituzionale che imedisce l’adozioni di sistemi di voto elettronico che non abbiano le stesse caratteristiche di verificabilità “ad occhio nudo” ed ispezionabilità da parte dei cittadini “senza nessuna conoscenza tecnica”, di fatto il voto elettronico è sparito.

Ed è anche il motivo per cui in Brasile, per contrastare i critici del voto elettronico messo in campo dal governo, il Brasile sospende l’uso di tutte le schede cartacee di verifica del voto DRE e il tribunale superiore del paese equipara i critici di e-voting con i teorici della cospirazione.

Riferimenti

  • New York Times:  Gli sforzi di hacking delle elezioni russe, più ampi di quelli precedentemente noti, ottengono poca attenzione
    https://www.nytimes.com/2017/09/01/us/politics/russia-election-hacking.html

  • New York Times: il mito di una macchina di voto a prova di hacker
    https://www.nytimes.com/2018/02/21/magazine/the-myth-of-the-hacker-proof-voting-machine.html

  • I nuovi modelli di macchine di voto indiano:
    https://www.hindustantimes.com/india-news/new-tamper-proof-electronic-voting-machine-launched-by-election-commission/story-sOqFe2oywodT8lZKzwRM9O.html
    https://www.thehindu.com/news/national/a-look-inside-the-electronic-voting-machine/article23036380.ece

  • Come possono essere manipolate le macchine di voto indiano:
    https://www.ifp.co.in/page/items/4903/4903-how-can-electronic-voting-machines-evm-be-manipulated/

  • Contratti indiani per l’acquisto di macchine di voto
    http://www.rediff.com/news/report/election-commission-awards-evm-contracts-to-ecil-bel/20140306.htm
    https://indianexpress.com/article/business/companies/electronics-corp-bharat-electronics-get-evm-contracts/

  • Gli scienziati di un’università americana dicono di aver sviluppato una tecnica per hackerare le macchine per il voto elettronico indiano.
    https://indiaevm.org/
  • Per contrastare i critici di voto elettronico, il Brasile sospende l’uso di tutte le schede cartacee e il tribunale superiore del paese equipara i critici di e-voting con i teorici della cospirazione.
    https://arstechnica.com/tech-policy/2018/06/in-a-blow-to-e-voting-critics-brazil-suspends-use-of-all-paper-ballots/



Dopo la manomissione delle elezioni gli esperti richiedono “Solo schede cartacee entro il 2020!”

La National Academy of Sciences afferma che il sistema elettorale statunitense usa una tecnologia insicura e sta combattendo i tentativi di destabilizzarlo.

10 SEP 2018 – di Lisa Vaas per Naked Security

Dopo la manomissione delle elezioni gli esperti richiedono “Solo schede cartacee entro il 2020!”

Un gruppo di esperti presso la National Academy of Sciences ha chiesto riforme elettorali radicali, tra cui una raccomandazione specifica che non dovrebbe sorprendere: utilizzare la carta.

Dal di Giovedi l’annuncio circa la del rapporto di rilascio:

Tutte le elezioni locali, statali e federali dovrebbero essere condotte utilizzando schede elettorali leggibili dagli esseri umani entro le elezioni presidenziali del 2020.

E per quanto riguarda le elezione di medio termine, proprio dietro l’angolo a novembre? Sì, proviamo a ottenere le schede cartacee anche per quella, ha detto il gruppo di esperti. Facciamo del nostro meglio per stare lontani da tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione ora, perché sono piene di buchi:

Le schede votate dagli elettori non devono essere comunicate attraverso Internet o su qualsiasi rete ad essa collegata, poiché nessuna tecnologia attuale può garantirne la segretezza, la sicurezza e la verificabilità.

Michael McRobbie, presidente dell’Indiana University e co-presidente del comitato che ha condotto lo studio di due anni e ha scritto il rapporto, ha definito le elezioni del 2016 un momento “spartiacque”:

Le elezioni presidenziali del 2016 sono state un momento spartiacque nella storia delle elezioni, una che ha esposto nuove sfide e vulnerabilità che richiedono l’immediata attenzione dei governi statali e locali, del governo federale, dei ricercatori e del pubblico americano.

Lee Bollinger, presidente della Columbia University e co-presidente del panel, ha definito la minaccia degli attori stranieri “straordinaria”, secondo l’AP :

La straordinaria minaccia degli attori stranieri ha profonde implicazioni per il futuro del voto e ci obbliga a esaminare, riesaminare seriamente sia la condotta delle elezioni negli Stati Uniti sia il ruolo dei governi federale e statale nel garantire le nostre elezioni.

Secondo il rapporto, la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti ha scoperto che “gli attori sponsorizzati dal governo russo” hanno ottenuto e mantenuto l’accesso a elementi di più sistemi statali o locali statunitensi. Queste intrusioni hanno chiarito che l’infrastruttura elettorale del paese è nella migliore delle ipotesi antiquata, anche nelle giurisdizioni con più risorse. Per le piccole giurisdizioni senza un sacco di soldi da investire, le situazione è ancora peggiore.

Lawrence Norden, vicedirettore del Brennan Center for Justice della New York University, ha fornito dettagli specifici su tale manomissione in un’analisi del legale speciale di Robert Mueller per l’incriminazione di 12 funzionari dell’intelligence russa a luglio.

L’accusa di Mueller sosteneva che gli ufficiali dei servizi segreti russi si inserissero nel sito web di un consiglio di stato non ancora identificato. Tra le altre nuove informazioni c’era l’accusa che la Russia usasse quel trucco per rubare informazioni relative a 500.000 elettori.

Norden dice che la cifra è sorprendente, dato che prima dell’accusa, avevamo solo sentito parlare di una violazione dell’Illinois che ha colpito circa 100.000 elettori. Gli intrusi hanno preso di mira i sistemi elettorali in 21 stati e presumibilmente si sono infiltrati nei computer di un fornitore privato di sistemi per le elezioni degli Stati Uniti che l’accusa non ha fatto il nome.

Dato che l’accusa menziona cinque volte il numero di elettori colpiti di quanti ne avessimo sentito parlare nella violazione dell’Illinois, sembra che la manomissione del 2016 “sia andata più in profondità di quanto avessimo capito“, ha detto Norden. Come ha sottolineato Kim Zetter di Wired , le accuse suggeriscono che gli attacchi del 2016 potrebbero essere stati un ripensamento, dato che gli attacchi  al fornitore e al consiglio di stato sono arrivati solo a metà delle elezioni, da giugno a ottobre 2016, cioè mesi dopo gli attacchi alla Commissione Nazionale dei Democratici e la campagna di Hillary Clinton .

Norden:

Sarebbe saggio presumere che gli attacchi futuri comporteranno una pianificazione più avanzata. Combinate questo con il fatto che i russi hanno indubbiamente imparato le informazioni dai loro sforzi per il 2016, e c’è motivo di credere che i futuri attacchi alle nostre infrastrutture elettorali potrebbero essere molto più dannosi.

A partire dal marzo 2018, 13 stati stavano ancora utilizzando almeno alcune macchine per il voto elettronico a registrazione diretta, che non producono una traccia cartacea, come le loro attrezzature principali per i seggi elettorali, “rendendo impossibili le verifiche in questi stati”, riferisce Norden.

Queste macchine dovrebbero essere sostituite il prima possibile. A novembre, è anche fondamentale per qualsiasi stato che utilizza qualsiasi tipo di macchine per il voto elettronico disporre di schede di emergenza che possono essere distribuite immediatamente in caso di guasto delle macchine, indipendentemente dal fatto che tale guasto sia causato da un guasto o un danno del sistema.

Le schede elettorali leggibili dall’uomo non sono solo controllabili, ma assicurano anche agli elettori che il loro voto è stato registrato con precisione. In passato, le macchine per il voto elettronico difettose hanno registrato erroneamente le scelte degli elettori. Le schede cartacee, che possono essere contate a mano o con una macchina, danno agli elettori l’opportunità di rivedere e confermare la loro selezione prima di depositare il loro voto per la tabulazione – qualcosa che è impossibile per i sistemi che registrano i voti elettronicamente. Secondo l’AP, un americano su cinque ha dato il proprio voto solo su macchine elettroniche nel 2016.

Oltre alle schede cartacee, la relazione dell’Accademia contiene altre raccomandazioni specifiche, tra cui gli Stati dovrebbero imporre un tipo specifico di audit noto come “limitazione il rischio” prima della certificazione dei risultati elettorali.

Gli audit condotti per limitare il rischio offrono un’alta probabilità che qualsiasi risultato errato possa essere rilevato e lo fanno con efficienza statistica. Un audit di limitazione del rischio eseguito su un’elezione con decine di milioni di voti può richiedere l’esame a mano di un minimo di diverse centinaia di schede di selezione selezionate a caso.

Per quanto riguarda il voto via internet, è necessario dimenticarlo, ha detto il gruppo di esperti. Non è abbastanza segreto, non è abbastanza sicuro, e non è abbastanza verificabile – e non dovremmo fare affidamento su di esso per le elezioni finché non avremo “garanzie solide”.

Lisa Vaas

Lisa Vaas

Lisa ha scritto di tecnologia, carriere, scienza e salute dal 1995. È arrivata ad esser Executive Editor per eWEEK, da cui è uscita con la crisi del 2008 e è diventata freelance. Insieme a Naked Security Lisa ha scritto per CIO Mag, ComputerWorld, PC Mag, IT Expert Voice, Software Quality Connection, Time e le edizioni statunitensi e britanniche di Input / Output di HP.

Sam Biddle su The Intercept: «Stiamo rendendo le elezioni meno sicure solo per risparmiare tempo?»

Sam Biddle su The Intercept, 4 settembre 2018, 13:00

QUALCOSA DI STRANO ACCADE durante la notte delle elezioni. Con la chiusura dei sondaggi, i sostenitori americani di entrambe le parti velocemente si allineano ad un’unica posizione: Vogliamo tutti sapere chi vincerà, e non vogliamo aspettare un minuto oltre. Il vorace appetito nazionale per un immediato vincitore, gonfiato dalla frenetica copertura delle notizie via cavo e ora da Twitter, significa fornire risultati e proiezioni iper-aggiornati prima che sia disponibile qualsiasi conteggio ufficiale. Ma le tecnologie che aiutano a traghettare i risultati fulminei fuori dai seggi elettorali alla CNN sono anche tra le più rischiose, dicono gli esperti.

Elezione insicurezza

Sono passati quasi due anni da quando gli hacker militari russi hanno tentato di dirottare i computer usati dai funzionari elettorali locali e dalla VR Systems, una società di voto elettronico che aiuta a rendere possibile l’Election Day in diversi stati chiave in bilico. Da allora, i rapporti descrivono che la potente coppia di  rischio tecnico intrinseco  e di  estrema negligenza ha reso la sicurezza delle elezioni un tema nazionale. A novembre, milioni di americani voteranno di nuovo – ma nonostante il fatto che centinaia di milioni di dollari in aiuti federali si sono riversati sulla sicurezza dei vostri seggi elettorali locali, le tensioni tra esperti, aziende e lo status quo su ciò che è sicuro significa anche lasciare le domande basilari senza risposta: ogni singolo voto dovrebbe essere registrato su carta, quindi c’è un percorso fisico da seguire? Tutte le elezioni dovrebbero essere controllate dopo il fatto, sia come deterrente che come controllo contro le frodi? E, in un’epoca in cui praticamente tutto il resto è online, le apparecchiature elettorali dovrebbero essere autorizzate a connettersi a Internet?

La risposta del buon senso a quest’ultima domanda – che sembra un’idea terribile – smentisce la sua complessità. Da un lato, il pubblico riceve regolarmente avvisi uniformi dalla comunità di intelligence, dal Congresso e da altre entità che condividono dati sensibili: i cattivi attori all’estero hanno e continueranno a cercare di usare il computer per penetrare o interrompere il nostro voto che è sempre più computerizzato. Proprio lo scorso marzo, il Comitato di Intelligence del Senato ha raccomandato che “[a]l minimo, qualsiasi macchina acquistata di qui in poi dovrebbe avere una traccia cartacea verificata dagli elettori e nessuna funzionalità WiFi.” Poiché un hacker dall’altra parte del pianeta avrà problemi di connessione ad un box in Virginia che non è collegato a nulla, è ovvio che tagliare fuori questi sistemi sensibili dal resto del mondo li renderà più sicuri.

Tammy Patrick, ex funzionario delle elezioni in Arizona e attuale consulente senior presso il Fondo per la democrazia, che, come The Intercept, è finanziato dal fondatore di eBay Pierre Omidyar, ha detto che sebbene non sia a conoscenza di una giurisdizione che “connette le loro apparecchiature di voto usando Wi -Fi,” altre tecnologie wireless sono a volte integrate. Inoltre, i computer che sono solo ad un passo dalle urne digitali spesso si connettono a Internet, ha spiegato Patrick. “Ciò che accade più frequentemente è che l’unità di archiviazione del voto può essere rimossa [dalla macchina per il voto] e utilizzata per consegnare i risultati”. Alcuni addetti alle elezioni inviano i voti dei votanti dai tablet utilizzando il Wi-Fi, mentre in altre giurisdizioni i lavoratori degli exit-poll vanno in luoghi centralizzati che dispongono di accesso a Internet cablato o wireless. È lo stesso concetto base che gli hacker statunitensi e israeliani usavano per attaccare i computer delle centrifughe iraniane che erano tecnicamente tagliate fuori dalla rete.

Nonostante tutti questi avvertimenti, gli esperti temono che le funzionalità wireless, che potrebbero risparmiare ad un hacker o un altro intruso, la difficoltà di dover avvicinarsi fisicamente ai sistemi in questione, vengano sostenute per ragioni che semplicemente non sono abbastanza buone, ad un tempo in cui molti altri problemi di sicurezza rimangono irrisolti. “A livello locale, è una seria lotta per ottenere le basi giuste”, ha detto a Intercept il ricercatore e crittografo della sicurezza Kenneth White. “Quando aggiungiamo, ad esempio, la connettività cellulare o Wi-Fi all’attuale sistema di votazione, la sicurezza diventa molto più difficile e il rischio di compromessi è molto maggiore.”

Secondo un ex funzionario delle elezioni federali che ha parlato a The Intercept a condizione di anonimato perché non gli è stato permesso di parlare alla stampa, molti stati già utilizzano connessioni wireless in una forma o nell’altra e sono riluttanti a rinunciarvi ora, anche avendo il vantaggio di rendere il voto più difficile da hackerare. “I funzionari elettorali capiscono che si tratta di un problema di sicurezza”, ha detto questa persona a The Intercept, “ma questa capacità è già integrata nel loro processo elettorale e fanno affidamento su di essa. Trasformare quel tipo di cambiamento logistico nel loro processo – durante un anno elettorale – è arduo. Questo è particolarmente vero per la trasmissione dei risultati nella notte delle elezioni. “

Alcune macchine per il voto consentono di trasmettere i risultati preliminari a un ufficio della contea utilizzando lo stesso tipo di modem presente negli smartphone, piuttosto che essere trasportati fisicamente da ogni seggio elettorale. Ciò significa che i primi risultati possono essere condivisi istantaneamente, ma significa anche che i dati sono sicuri solo quanto la società cellulare che li trasporta. Tali connessioni, che non solo trasmettono dati ma anche li ricevono, forniscono un ulteriore potenziale punto debole che gli hacker potrebbero utilizzare per fare leva su una macchina e comprometterla. Gli scettici del Wi-Fi come il professore di informatica di George Washington University Poorvi Vora hanno affermato che tali vulnerabilità devono essere eliminate. “Dobbiamo ridurre tutte le opportunità di interferenza. I nostri sistemi sono sicuri quanto i loro collegamenti più deboli “, Vora ha scritto all’inizio di quest’anno su un elenco di e-mail di sicurezza elettorale gestito dal NIST, il National Institute for Standards and Technology.

Moderni sistemi di votazione – le attrezzature utilizzate per organizzare un ballottaggio, esprimere voti, classificare quei voti, riportarli e controllare l’intero processo – sono essenzialmente solo computer estremamente specializzati che, come il laptop di casa, eseguono software, memorizzano input e inviano output. Come con qualsiasi computer, è possibile che una persona intelligente possa ingannare la macchina per fare qualcosa che non dovrebbe, per un divertimento personale o per un obiettivo più sinistro.

La maggior parte dei metodi per rafforzare la sicurezza di un computer sono accompagnati da piccoli inconvenienti: inserire una password sul telefono significa doverla sbloccare; il software anti-virus sul tuo computer ne mangerà parte della memoria; e la crittografia della tua email con PGP richiede un piccolo seminario sui fondamenti della crittografia. Assicurare il voto è un compromesso come qualsiasi altro, e il dibattito senza fili espone una tensione perenne: più è facile che si tenga un’elezione, più facilmente riusciremo a intrometterci in quelle elezioni.

Inoltre, gran parte del processo di votazione, dalla registrazione degli elettori al conteggio delle schede elettorali, avviene ora in modo digitale e attraverso un mosaico di computer che rende tutti questi computer incapaci di parlare tra loro sembra, sempre più, poco pratico. È anche vero che molte persone coinvolte nella produzione del settore privato e nell’amministrazione pubblica delle elezioni vogliono connettività wireless per gli stessi motivi per cui la si desidera sul proprio iPhone e laptop: rende la vita molto più semplice. Immagina di affidarti alle connessioni wireless per amministrare un voto importante, in cui ritardi e intoppi del giorno delle elezioni potrebbero rendere il tuo distretto oggetto di umilianti titoli e disprezzo locale.

“Non abbiamo bisogno di guardare lontano per vedere esempi di ciò che accade quando una giurisdizione non segnala rapidamente”, ha avvertito Tammy Patrick. “Quando ci sono ritardi nei rapporti, può mettere a repentaglio la reputazione del funzionario elettorale, il loro ufficio, e mettere in discussione la legittimità delle elezioni stesse – anche quando i ritardi sono chiaramente documentati e compresi.” L’ex funzionario delle elezioni federali concordò, dicendo che la spinta a fornire per i primi risultati è potenzialmente pericolosa:

“A mio parere, la nostra nazione è eccessivamente preoccupata di ottenere i risultati nella notte delle elezioni. Gli amministratori delle elezioni si sono già impegnati in straordinari eccessivi per arrivare a elezioni generali più ampie. E ora devono rimanere e continuare a lavorare dopo 12-15 ore al giorno per presentare i risultati. Queste condizioni possono creare un ambiente in cui gli angoli sono talvolta tagliati e gli errori commessi – sebbene gli amministratori lavorino sodo per evitare che ciò accada “

I DISACCORDI SULLE APPARECCHIATURE elettorali SENZA FILI possono diventare brutti. Nell’oscura lista di e-mail gestita dal NIST, dove una folla eterogenea di accademici, dirigenti del settore privato e funzionari votanti stanno cercando di attuare linee guida sulla sicurezza delle elezioni volontarie, la questione wireless è in un vicolo cieco.

Nello scambio con Vora all’inizio di quest’anno, un dirigente di Votem, una società che vende software di voto per smartphone, si è fatto beffa della richiesta di un divieto generalizzato di wireless relativo alle elezioni come “pigro”, con particolare attenzione all’idea che qualcuno di noi in questa discussione possiamo forse sapere abbastanza sul futuro per dire con certezza che la tecnologia X dovrebbe essere vietata o meno. “(In un post sul blog Votem  pubblicato un mese prima , l’esecutivo, David Wallick, scrisse che la” più grande sfida “dell’azienda era “spingere la busta” per quanto riguarda le tecnologie che rendono il pubblico scomodo).

Attaccando, Bernie Hirsch, un dirigente della società di e-voting MicroVote, ha suggerito che proprio come il Wi-Fi, le tracce di carta per il voto elettronico potrebbero essere “hackerate” da qualche postino malvagio – quindi perché uno dovrebbe essere proibito mentre l’altro no? Duncan Buell, un professore di informatica presso l’Università della Carolina del Sud, non si è divertito affatto, definendo la risposta di Hirsch “al minimo estremamente faceta e nel peggiore dei casi da vero troll”.

“La corruzione elettorale di un sistema cartaceo implica la complicità degli attori umani sul posto che si occupano di oggetti fisici”, ha osservato Buell. “Come è noto a tutti noi, la corruzione / interruzione dei sistemi elettronici (ballottaggio o altro) può essere eseguita senza essere rilevata da quasi nessuno da quasi ovunque sul pianeta.”

Non sono solo i venditori, preoccupati che si vieti una funzionalità oggi che potrebbero essere in grado di commercializzare domani, che stanno spingendo per il wireless nonostante gli avvertimenti contrari. Gestire un’elezione è un’impresa enorme e ingrata e riuscire a trasmettere i dati attraverso l’aria significa compiere meno passaggi di persona. In una recente chiamata in conferenza tra membri dell’elenco e-mail NIST, un amministratore elettorale in Texas ha affermato che consentire connessioni wireless alle proprie macchine significava poterli accendere in remoto in viaggio verso il magazzino in cui sono archiviati, risparmiando a tutti il ​​tempo speso in giro e in attesa che i computer si avviino, in base ai partecipanti alla chiamata.

Sebbene sia possibile “rendere più solida” una connessione wireless contro un utente malintenzionato per applicazioni come questa, farlo “non è un gioco da ragazzi ed è il tipo di cosa che può essere facilmente configurato in modo errato”, ammoniva Joseph Lorenzo Hall, capo tecnico del Center for Democracy & Tecnologia e studioso di insicurezza elettorale. Come con qualsiasi tipo di sicurezza informatica, ci sono molte, molte opportunità per qualcuno di mettere a tacere. “Esistono protocolli wireless più potenti che potrebbero essere utilizzati”, ha aggiunto il crittografo Kenneth White, “ma sono molto più difficili da amministrare e mantenere.” Anche le migliori precauzioni di sicurezza sulla carta possono essere annullate istantaneamente da un singolo errore, ciò che White si riferisce a come “il problema del volontario nel seminterrato della chiesa”.

Il desiderio di trasmettere senza sforzo risultati elettorali non ufficiali “è sicuramente una vera pressione” nel dibattito sul wireless, concorda Hall. “Sia gli elettori che la stampa pensano che ci dovrebbe essere una risposta quasi immediata, quando in realtà la vera risposta richiede da 15 a 30 giorni in molti luoghi.” Patrick concorda, aggiungendo che “la pressione arriva da tutte le parti: media, candidati, partiti , gli elettori “e questo” nessuno è immune dal voler gratificazione istantanea e forse catarsi “.

Per White e molti dei suoi colleghi, c’è un semplice da punto da portare a casa: sbarazzarsi del maggior numero di opportunità farlocche. “Vogliamo assicurare l’integrità dei nostri voti o no? Se lo facciamo, e lo vogliamo su larga scala, allora i sistemi di votazione elettronica verificabili su carta [sono] la nostra migliore via da seguire “, ha affermato White. “Quanto meno complessi e connessi possiamo rendere questi sistemi, tanto maggiore è la fiducia che possiamo avere che l’espressione dei voti di ogni cittadino è ben registrata”.

Sam Biddle

Sam Biddle

Sam Biddle è un reporter con sede a Brooklyn, che si concentra sul malaffare e sull’uso improprio della tecnologia. Mentre lavorava a Gizmodo e Gawker, ha coperto storie che vanno da vaste violazioni dei dati aziendali e hacker famosi a modelli di webcam trafficati e privacy di Facebook. Come editore di Valleywag, ha fornito una visione critica e contraddittoria dell’economia di avvio e della cultura della Silicon Valley. Il suo lavoro è apparso anche in GQ, Vice e The Awl.

La lunga marcia del voto elettronico…che prosegue

Intervista ad Andrea Gratteri, docente di Giurisprudenza dell’Università di Pavia
DI STEFANIA MASSARI   (11 OTTOBRE 2017)

da L’Indro
http://www.lindro.it/la-lunga-marcia-del-voto-elettronico-che-prosegue/

In Italia si è cominciato a parlare di voto elettronico solo agli inizi degli anni ’80. Tuttavia, bisogna evidenziare che il dibattito non è stato estremamente esteso e l’iniziativa legislativa è stata piuttosto limitata.

Gli aspetti da tenere in considerazione sono probabilmente due”, ci dice Andrea Gratteri, docente di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, “Uno è un aspetto più tecnico che riguarda le questioni relative alla sicurezza, ai vantaggi e agli eventuali problemi causati dal voto elettronico; l’altro riguarda la concezione stessa della democrazia perché, spesso, nelle intenzioni di alcuni c’è l’illusione di nuove forme di consultazione per consentire la valutazione delle opinioni dell’elettorato attraverso il voto elettronico. Si tratta di un’illusione, innanzitutto perché il voto elettronico, così come viene sperimentato ora, rimane legato necessariamente alla sua forma presidiata, e poi perché l’introduzione di una democrazia permanente, dove i cittadini sono costantemente consultati su tante questioni, è solo astrattamente possibile nella realtà e ciò porterebbe più svantaggi che vantaggi”, prosegue Gratteri.

Nonostante l’iniziativa legislativa è stata piuttosto limitata, sono state avanzate al Parlamento italiano delle proposte di legge per garantire l’utilizzo del voto elettronico durante le elezioni.

Una ricostruzione delle proposte di legge, che va dagli anni ’80 ad oggi, ci viene fornita nella tesi di laurea presentata all’Università degli Studi di Padova da Paolo Carlotto e intitolata ‘Problemi delle democrazie contemporanee: il voto elettronico‘.

I primi disegni di legge vennero presentati nel 1984, 1985 e 1988.  Alcuni dei progetti proponevano l’introduzione di procedure automatizzate per le operazioni di spoglio e conteggio dei voti, altri ipotizzavano una completa automazione delle procedure elettorali.

Precisiamo subito, che secondo la definizione del Consiglio d’Europa, per voto elettronico deve intendersi un’elezione o un referendum che coinvolga l’uso di mezzi elettronici nelle espressioni di voto, e non solamente nello spoglio o nel conteggio, come correttamente precisa il documento dell’Università di Padova.

La maggior parte di tali proposte prevedeva che l’elettore esprimesse il proprio voto tracciando un segno sulla scheda cartacea a fianco della lista e dei candidati prescelti e, successivamente, all’atto dello scrutinio la scheda venisse letta da un lettore ottico. Un’altra proposta di legge richiedeva che l’elettore avrebbe dovuto inserire una scheda cartacea all’interno di una macchina e poi, premendo con un dito sul simbolo del partito e del candidato, avrebbe espresso il proprio voto. La macchina avrebbe, quindi, restituito all’elettore la scheda votata che andava poi deposta in un’urna e scrutinata elettronicamente da un apposito lettore ottico.

Nessuno di questi progetti di legge, però, è diventato una legge vera e propria e, quindi, non si è mai giunti all’automazione del procedimento elettorale.

In Italia non è mai stato introdotto il voto elettronico a livello nazionale e sono stati fatti solamente alcuni piccoli esperimenti. Gli entusiasmi originari, spesso, si sono spenti a causa di problemi significativi legati alle potenzialità del mezzo. Se da un lato lo strumento può essere utile, dall’altro presenta problemi di difficile soluzione rispetto alla piena sicurezza e all’affidabilità del sistema. Per questo motivo in Italia non è mai stato introdotto o regolamentato e non si è mai andati oltre alla mera proposta di questo strumento”, continua Gratteri.

Dopo gli anni ’80, però, altri disegni di legge sono stati proposti a livello regionale.

Nel 1993 un disegno di legge di iniziativa governativa venne approvato al Senato, ma si arrestò alla Camera dei Deputati. Il disegno di legge prevedeva che, in tutti i seggi istituiti nel comune di Amelia, in provincia di Terni, le operazioni di voto e di scrutinio per i referendum abrogativi del 18 e 19 aprile 1993 si sarebbero dovuti svolgere tramite apparecchiature elettroniche touch screen. Al termine delle votazioni, il sistema elettronico avrebbe automaticamente calcolato e stampato i risultati delle votazioni.

Nel 1997 il Ministero dell’Interno ha promosso, durante le elezioni amministrative dei Comuni valdostani di Arnad, Courmayeur, Issime, La Salle e Valsavaranche, l’utilizzo di dispositivi informatici in sostituzione a strumenti tradizionali, quali schede e certificati elettorali cartacei. Il voto elettronico fu espresso in cabine dotate di videoterminali capaci di registrare il voto e di effettuare in forma informatizzata anche lo scrutinio.

Un nuovo test di voto elettronico si è tenuto nel Comune di San Benedetto del Tronto, in occasione delle elezioni regionali del 16 aprile 2000. Gli elettori di una singola sezione elettorale, circa 900, sono stati invitati a ripetere il loro voto, ovviamente senza alcun valore legale, utilizzando un computer touch screen, con un sistema che prevedeva anche una conferma finale al termine dell’operazione di voto. L’altro esperimento ha coinvolto quattro comuni sardi in provincia di Cagliari (Ortacesus, Guamaggiore, Escolca e Serri) dove gli elettori hanno ripetuto il loro voto sia su schede cartacee sia su supporto digitale.

Nel 2005, invece, è stato attuato un nuovo progetto denominato ProVotE. La prima applicazione di tale progetto è avvenuta in occasione delle elezioni amministrative del marzo di quell’anno in cinque Comuni (Trento, Coredo, Fondo, Baselga di Pinè e Lomaso) e ha coinvolto circa 7.300 elettori. La sperimentazione, senza valore legale, si basava sulla ripetizione dell’espressione del voto per mezzo di una macchina ‘eVoting’ che provvedeva anche a stampare una copia della scheda elettorale votata che rimaneva all’interno della macchina. In questo modo, l’elettore poteva controllare la correttezza del voto espresso. La stessa sperimentazione è, poi, proseguita nel novembre 2005, nel Comune di Daiano e nel 2006 nei Comuni di Peio e Cavedine.

Il 27 luglio 2007, fu approvata, in Valle D’Aosta, in Trentino Alto-Adige e in Friuli Venezia-Giulia, una Legge regionale sullo svolgimento dei referendum consultivi in materia di circoscrizioni comunali, voto e scrutinio elettronico, che ha disposto che nei referendum sull’unione di differenti Comuni potevano essere utilizzati sistemi di voto elettronico, fermo restando il rispetto dei principi costituzionali della personalità, della uguaglianza, della libertà e  della segretezza del voto “dopodiché questi tentativi regionali non hanno prodotto risultati. Si è arrivati ora in Lombardia all’approvazione di questa legge che prevede il voto elettronico solo in caso di referendum relativi o alla fusione di Comuni (in genere referendum che non hanno un’intensità politica particolarmente marcata pur avendo un effetto vincolante) o referendum di carattere consultivo. Questo perché in Italia sono state svolte delle consultazioni di carattere sperimentale su piccola scala, quindi non particolarmente significativi”, prosegue Gratteri.

La caratteristica comune delle sperimentazioni fin qui citate è quella di avere una dimensione locale nella quale si è sempre coinvolto un numero limitato di elettori e ciò non ha permesso di sperimentare il voto elettronico anche al di fuori dei confini nazionali.

Successivamente, le sperimentazioni avvenute in Italia hanno coinvolto un bacino più ampio di elettori. Il progetto E-Poll, ad esempio, proposto dall’Unione Europea ha visto il coinvolgimento di alcuni Comuni italiani (Avellino, Campobasso, Cremona, Ladispoli e Specchia). Il progetto consisteva nella realizzazione di una cabina elettorale elettronica, nella creazione di un database centralizzato e di un sistema elettronico di conteggio dei risultati al termine della votazione. In questo modo, oltre a velocizzare le procedure di raccolta e conteggio dei voti, si è raggiunto un importantissimo risultato: quello di consentire ad ogni singolo cittadino di votare da un qualsiasi seggio elettronico situato sul territorio nazionale senza spostarsi fisicamente dal luogo di origine.

Nel 2004, 2005 e 2006 vennero approvate tre leggi che permettevano la sperimentazione di una procedura di rilevazione informatizzata dei risultati elettorali in occasione delle elezioni per il Parlamento europeo, delle elezioni amministrative e di quelle politiche. Il Governo italiano ha cominciato a sperimentare una diversa forma di automazione della procedura elettorale. Il voto è stato espresso attraverso schede cartacee, ma la sperimentazione ha riguardato le operazioni di scrutinio e la trasmissione dei dati, attraverso una procedura di rilevazione informatizzata e di invio telematico dei risultati direttamente dai seggi elettorali ad un Centro servizi nazionale.

Nel 2010 venne presentato, invece, un disegno di legge che prevedeva la possibilità per i cittadini italiani residenti all’estero di votare presso ambasciate e consolati italiani mediante sistemi elettronici.

Nel 2015 è stata presentata al Senato una proposta di legge denominata ‘Disposizioni per l’introduzione del voto elettronico per i cittadini italiani residenti all’estero‘, da parte del Senatore Antonio Razzi, che prevedeva l’introduzione del voto mediante procedimento elettronico per consentire agli italiani residenti all’estero di votare personalmente, presso l’ambasciata o il consolato italiano. 

Nel 2016 il Senatore Giovanni Mauro ha presentato al Senato un disegno di legge dal titolo Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, in materia di esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero mediante procedimento elettronico‘ per garantire l’introduzione del voto elettronico (già in uso in Estonia e Lettonia) e per consentire agli italiani residenti all’estero di esercitare il proprio diritto al voto recandosi nelle sedi opportune.

Quest’anno, invece, giace in Parlamento una proposta di legge dal titolo ‘Disposizioni per favorire il diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero mediante l’introduzione del voto elettronico ‘ presentata dal Senatore Fausto Guilherme Longo, che è ancora in fase di assegnazione e che, secondo fonti parlamentari, verrà discussa prossimamente.

Dunque, i tentativi sull’introduzione del voto elettronico proseguono, ma il dibattito resterà ancora aperto, anche perché permangono delle resistenze da parte dei diversi Paesi europei.

Secondo questi Paesi il voto elettronico ha dei pregi, però presenta anche degli inconvenienti. I pregi sono: l’eliminazione di un’intermediazione da parte del personale del seggio e quindi l’eliminazione di rischi e di eventuali errori o di brogli elettorali da parte del personale del seggio. Si elimina, inoltre, l’errore inconsapevole da parte dell’elettore e non ci sarà più bisogno di interpretare la sua volontà. Lo svantaggio è legato al carattere elettronico, perché l’elettronica non sempre dà garanzie di precisione e trasparenza del procedimento elettorale sufficienti. Questo è il motivo per cui molti Paesi, che in questi anni hanno investito sul voto elettronico, hanno fatto marcia indietro. Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia, Germania, Finlandia, per citare alcuni Paesi europei, sono tornati indietro. Altri, invece, continuano ad investire, come l’Estonia, ma comunque si tratta della minoranza di Paesi europei”, ci dice il docente.

Allora perché si insiste così tanto sull’introduzione del voto elettronico? “In generale l’obiettivo che il voto elettronico si promette di raggiungere può essere quello di una semplificazione del sistema di voto e il tentativo di rendere più sicuro il procedimento elettorale come qualsiasi altra forma di automazione del voto. Anche il voto elettronico mira ad eliminare quella mediazione del personale del seggio che può essere la causa di errori o di brogli al momento dello scrutinio“, ci dice Gratteri.

In termini operativi, però, bisogna capire se c’è differenza fra il voto elettronico e il voto tradizionale, anche perché l’introduzione di apparecchiature elettroniche può presentare una difficoltà notevole nell’utilizzo, a partire dalle persone anziane che, solitamente, non hanno dimestichezza con questo tipo di tecnologia.

In termini operativi non c’è molta differenza. L’elettore si trova a votare davanti ad uno schermo, su un tablet, che riproduce più o meno fedelmente quella che è normalmente la scheda elettorale. L’unica differenza sta nel fatto che, a parte l’immaterialità della scheda, l’elettore deve avere un minimo di dimestichezza con un tablet touch screen. Un’altra differenza può essere riscontrata nella semplificazione del voto, ovvero l’automazione consente di escludere le schede nulle per cui l’elettore, nel momento in cui vota, deve necessariamente aderire alle opzioni di voto possibili e plausibili. Gli è consentita l’espressione di una scheda bianca, ma non ha la possibilità né di sbagliare né di annullare nei modi più fantasiosi la scheda“, continua Gratteri.

Come si può ben capire, il tema è alquanto controverso e molti Paesi europei dopo aver provato inizialmente questo tipo di votazione, hanno deciso di abbandonare il sistema elettronico e di ritornare al sistema tradizionale.

Sull’abbandono del voto elettronico da parte dei Paesi europei hanno inciso valutazioni legate alla sicurezza del procedimento. Quando sono stati riscontrati problemi, anche piccoli, si è preferito essere molto prudenti perché il voto elettronico deve essere sicuro al 100%. Conta molto la percezione degli elettori nei confronti dello strumento. Nel momento in cui gli elettori percepiscono il voto elettronico come uno strumento non valido, allora è bene abbandonare quella strada con il conseguente indebolimento della democrazia. Inoltre, ha giocato un ruolo pesante una decisione presa dal Tribunale tedesco nel 2009, nella quale si è detto che l’elettore deve essere sempre messo in grado di controllare, in piena trasparenza, il procedimento elettorale e in Germania ciò non è accaduto. E’ fondamentale affiancare al voto elettronico la stampa cartacea del voto affinché l’elettore si renda conto della regolarità del procedimento. Che fare se il voto elettronico mostra un risultato e la prova cartacea ne mostra un altro? E’ un problema di difficile soluzione“, prosegue Gratteri.

Dunque, nonostante le controversie emerse, la Lombardia e il Veneto hanno scelto di utilizzare il voto elettronico. Perché a questo punto? “La valutazione che possiamo fare oggi è legata all’iniziativa spot che sta promuovendo la Regione Lombardia. Questa è un’iniziativa una tantum. La legge lombarda prevede consultazioni referendarie consultive con voto elettronico, ma non estende il voto elettronico al di là di questo referendum e di fronte alla possibilità di investimento economico non c’è un disegno di estensione del voto elettronico. 24.000 tablet sono costati circa 23 milioni di euro e la spesa si esaurirà con questa consultazione. Per garantirne un’altra bisognerà nuovamente fare un investimento sostanzioso”, ci dice Gratteri.

Ma c’è da aggiungere un’altra cosa. L’utilizzo del voto elettronico da parte della Lombardia, secondo Gratteri, non sarà considerato una vittoria perché “il voto verrà reso presso un seggio fisicamente individuato dove è presente il personale addetto al seggio e l’elettore andrà a votare davanti ad una sezione elettorale composta da Presidenti e scrutatori che controlleranno la regolarità delle operazioni di voto rispetto al ‘voto non presidiato’ che è il voto reso, laddove il regolamento elettorale lo consenta, al di fuori del seggio. Per quanto riguarda l’Italia l’esempio è il voto per corrispondenza degli italiani residenti all’estero”.

Per concludere, questi test saranno serviti a qualcosa? “Se c’è un progetto di lungo periodo i test servono, se sono delle iniziative spot meno. In questa occasione, un progetto di lungo periodo non c’è. Il voto elettronico è uno strumento che va di moda e che servirà, per la Lombardia e per il Veneto, per un motivo preciso. Le valutazioni, comunque, si faranno in seguito”, conclude Gratteri.

18 giugno 2004: Smartmatic e le scatole nere da lotteria

venerdì 18 giugno 2004
Curatore:Mazzucchelli, Don Pinuccio Fonte: CulturaCattolica.it

Referendum Revocatorio del 15 Agosto 2004: i voti saranno registrati, scrutinati, computerizzati e totalizzati mediante l’utilizzo di macchine Olivetti, modello MAEL 205, disegnate e progettate come terminali per lotterie. 

Lo scorso dicembre, una nota dirigente di una società civile che difende i votanti in California, Bev Harris, autrice del libro: “La scatola nera da votare”, ha provocato uno scandalo che non è ancora cessato.
Con documenti alla mano, Harris, ha dimostrato che una sussidiaria di una delle più grandi fabbriche del mondo di macchine di votazione, “touch screen”, Diebold Electoral Systems Inc., denominata Global Election Systems, ha incluso, tra i suoi gerenti, un trafficante di cocaina, un uomo accusato di transazioni fraudolente nella borsa di New York, ed un programmatore che era stato arrestato per invasioni illegittime di software e falsificazione di registri in computer. Quest’ultimo, Jeffrey Dean, ha programmato il codice che ha scrutinato centinaia di migliaia di voti che si sono suffragati ad ottobre, in occasione del referendum revocatorio del Governatore della California.
Una verifica posteriore delle macchine della Diebold, in 17 contee, non ha registrato un solo esempio con software o codice certificato dalla Federal Election Commission. 14.000 macchine di votazione sono state ritirate dal sistema in California.
Si sono proliferati casi, come questo, che hanno provocato una revisione della limitata automatizzazione intrapresa negli Stati Uniti. Solo una quinta parte del sistema elettorale, della maggiore potenza del mondo, in campo tecnologico, è automatizzata. Il prestigioso economista, Paul Krugman, fa la seguente riflessione sul devastante effetto che potrebbero avere le macchine di votazione: “Immaginate questo, a novembre, il candidato che secondo le statistiche si trova all’ultimo posto, ottiene una clamorosa vittoria, però, in tutti i centri di votazione, dove ottiene i migliori risultati di quelli pronosticati, i voti sono stati suffragati con macchine touch screen! Quale sarebbe il danno che questo provocherebbe a questa nazione? Per sfortuna la storia è completamente plausibile.”.
Ci possiamo porre la stessa domanda noi venezuelani con la differenza che, negli Stati Uniti, è possibile contrastare il risultato delle macchine di votazione, con sistemi manuali o semi manuali, che prevalgono nei 50 Stati dell’Unione. In Venezuela, il 97% dei voti, saranno registrati utilizzando macchine, scrutinati da macchine, computati da macchine, totalizzati da macchine e trasmessi, ai tecnici del CNE, da macchine. Nonostante ciò, si nega la possibilità di ispezionarle. Non esiste paese al mondo che sottoponga le sue istituzioni fondamentali ad un sistema così vulnerabile. 

Antecedenti 

Non è facile capire la spessa matassa politica di interessi economici che si sono tessuti attorno a Smartmatic, perché non esistono riferimenti né precedenti. Le falle visibili e le debolezze, che caratterizzano questa piccola compagnia, fondata solamente quattro anni fa, da ingegneri appena laureati, aumentano a livelli spaventosi, quando si analizzano reti di famiglie, sponsor politici e beneficiari, tutti connessi, come indicato dal loro slogan. La nascita di Smartmatic, come unità tecnologica, che stabilirà il futuro del paese, si spiega solamente con il caos nel quale ci troviamo. Come poter capire, ad esempio, che tra la maggioranza del CNE, composta da professionali venezuelani, i cui antecedenti facevano presupporre un certo livello di sensibilità, si sia fatta strada l’idea di scartare un sistema acquisito, solo cinque anni fa, con un investimento di circa $ 200 milioni, per ricominciare da zero, con un nuovo sistema che non è mai stato provato in nessun paese al mondo? Per questo è necessario ricapitolare sulle origini di Smartmatic, così come sui conflitti d’interesse, che emergono da ogni parte di questo affare tecnologico, che mettono seri dubbi sulla trasparenza del Referendum Revocatorio.
Immediatamente dopo i “reparos”, l’automatizzazione diventa una bandiera del Rettore (del CNE), Jorge Rodriguez, che viene appoggiata, lo stesso giorno, sia dal presidente Chavez che dal vicepresidente Rangel, con un entusiasmo travolgente. Nel 1998, lo stesso Rangel, denunciò, in un suo articolo, il prezzo eccessivo delle macchine di votazione avvertendo che, coinvolgere in uno scandalo del genere il massimo organismo elettorale, conoscendo la sua debolezza, equivale a preparare il terreno per qualsiasi avventura!
I timori sono gli stessi ma i motivi sono maggiori. 

La lotteria di votazione 

Alla complessità dell’automazione e gli enormi rischi che implica il suo controverso uso in ogni parte del mondo, Smartmatic, risponde con l’uso di una piccola macchina da lotteria, che viene prodotta da Tecnost Sistemi Olivetti, in Europa e che ha venduto, in Perù, India e Tunisi. Non c’è congettura né speculazione. Le macchine con le quali noi venezuelani decideremo il nostro destino, il 15 agosto, sono macchine da lotteria, come quelle di Perù, India e Tunisi. In Tunisi sono state acquistate da Promosport, in società con il Ministero dello Sport di quel paese, e in India sono state acquistate da due compagnie specializzate in giochi di scommesse, azzardo e intrattenimento, denominate Dhan Dhana Dhan Infotainment e, l’altra, Best & Co.
L’interesse di Smartmatic e del Rettore Jorge Rodriguez, nell’offrire all’elettorato venezuelano un terminale di lotteria, come mezzo per esercitare il proprio diritto al voto, si dimostra con l’invenzione di un modello differente da quello che riconosce la firma produttrice.
Smartmatic ha informato i media che l’Olivetti aveva già consegnato 12.000 macchine, modello AES-300, che non esistono nella linea di produzione di Tecnost Sistemi Olivetti, né in nessun’altra parte del mondo. Le macchine di votazione, che Smartmatic avrebbe acquistato dalla Olivetti, corrispondono al modello MAEL 205, che l’azienda ammette di avere sviluppato un anno fa e che, tra l’altro, vengono offerte come terminale per lotterie. Non è una congettura né una speculazione, lo ripetiamo, è la stessa azienda che lo afferma, in una dichiarazione alla stampa, che ha fatto circolare in Europa lo scorso 15 aprile, in cui si danno i dettagli del contratto con Smartmatic, che includono questi terminali di lotteria!
MAEL 205, indica la promozione della Olivetti: “è una famiglia di terminali super compatti e completamente accessoriati, concepiti per l’automazione di organizzazioni di lotterie e scommesse. Lo spazio che occupa è poco più di 22 x 31 centimetri. Disegno innovativo, facilità di uso fanno sì che questo terminale sia appropriato per qualsiasi punto vendita”.
Questa macchina da lotteria viene prodotta da Tecnost Sistemi Olivetti, a Carsoli, che dista 70 km da L’Aquila, provincia dell’Abruzzo e non a Roma, come detto da Smartmatic.
In questo scenario bucolico italiano si scommette per il destino del nostro paese.
Ci sono altre parti del contratto, tra Tecnost Sistemi Olivetti e Smartmatic, che attirano l’attenzione. La consegna, secondo quello che segnala la Olivetti: si effettuerebbe durante questa estate. L’estate finisce ufficialmente il 21 settembre. In base a questo contratto tutti i terminali, (non macchine di votazione), saranno consegnati entro tre mesi dopo la firma. Non si indica quando si è firmato il contratto o quando si effettuerà la consegna. L’Olivetti adempierà a questo ristretto periodo di tempo, adattando il Modello MAEL 205, creato lo scorso anno, (lo scorso anno!). Riconoscono che il tempo previsto per la consegna è “molto ristretto” e, se ci fossero ancora dei dubbi, sul concetto di sperimentazione che propongono per il Venezuela, il comunicato della Olivetti lo spiega eloquentemente: “Con questa nuova applicazione, (in Venezuela), aggiungiamo quindi il voto elettronico al rango di specializzazioni offerte dai terminali di Tecnost Olivetti”.
Mercoledì, 18 febbraio u.s., il giornalista Eugenio Martinez, di “El Universal”, ha dato la seguente informazione: “Il Presidente della Giunta Nazionale Elettorale (JNE), Jorge Rodriguez, ha spiegato che l’acquisto delle unità di votazione prodotte dal consorzio SBC, costerebbe allo Stato venezuelano $ 57.968.040”. Però, nella dichiarazione ufficiale, che l’Olivetti offre ai media europei e che è pubblicata nella sua pagina Web, in inglese e in italiano, da Finanza On-Line, l’azienda assicura che il contratto per i “terminali di voto elettronico” è di $ 24 milioni, (“del valore di 24 milioni di dollari, per la fornitura complessiva di 20.000 terminali di voto elettronico in Venezuela”). La differenza, tra l’una e l’altra dichiarazione, è di circa $ 34 milioni. Jorge Rodriguez, non ha lasciato dubbi sull’obbiettivo del contratto, visto che si è riferito a “unità di votazione”.
Non sono le uniche discrepanze tra ciò che è stato detto dal Rettore e quello che, invece, sostiene Tecnost Olivetti in Europa.
I dirigenti della Olivetti dovranno chiarire perché il Venezuela viene usato come un esperimento azzardato con i terminali di lotteria. 

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“El Universal”