E-voting e il caso Estonia

UNA RISPOSTA

Buongiorno,
ho letto la sua analisi sul voto elettronico in Estonia ( in https://www.studiocataldi.it/articoli/33508-e-voting-e-il-caso-estonia.asp ) che si conclude affermando che «Il voto elettronico è quindi in grado di fornire risposte conformi alle esigenze costituzionali». Ciò perché il voto elettronico, come quello Estone, garantirebbe i «seguenti principi costituzionali»

  • suffragio universale
  • libertà di voto
  • segretezza.

È bello quando qualcuno esprime incrollabili certezze ed sempre un po’  brutto dover infrangere quelle altrui ma purtroppo è mio compito, come segretario del Comitato sui Requisit del Voto in Democrazia richiamarla ad alcune, piccole, questioni che non ha evidentemente considerato in questo suo motivato giudizio costituzionale.
La Corte Costituzionale italiana non è stata mai chiamata a deliberare in materia di voto elettronico, è speranza appunto del nostro comitato che lo sia. Affermare che il voto elettronico fornisca risposte alle esigenze costituzionali in Italia poiché adottato in una repubblica ex-sovietica forse è una tesi azzardata.

La Corte Costituzionale tedesca invece ha affrontato il problema del voto elettronico e pur non escludendolo in teoria ne ha chiaramente decretato la fine in Germania quando ha determinato che il voto elettronico risulta essere incompatibile con la Costituzione, con le fondamenta dello stato di diritto, della Repubblica e della democrazia stessa in quanto l’utilizzo di macchine per il voto, che registrano elettronicamente le scelte degli elettori e gestiscono l’aggregazione e la comunicazione del risultato elettorale, soddisferebbe i requisiti costituzionali solo se i passaggi essenziali del voto e della constatazione del risultato potessero essere esaminati in modo affidabile e senza alcuna conoscenza specialistica della materia da parte di qualsiasi cittadino.  Abbiamo integralmente tradotto la sentenza della Corte e pubblicata online qui:

https://crvd.org/sentenza-incostituzionalita-voto-elettronico/

Il sistema elettorale estone sarebbe assolutamente anticostituzionale in Germania.
Ma scendendo nel dettaglio dei principi elettorali che sarebbero garantiti, secondo lei, dal voto estone andrebbe detto che:

  • suffragio universale: il voto estone è stato criticato proprio perché ha distorto in maniera significativa il suffragio sottorappresentando le minoranze di etnia russa in quanto la sua adozione ha permesso alle elite estoni, spesso neppure presenti sul territorio nazionale, o comunque non personalmente identificabili di partecipare al voto online, dove l’identità personale era garantita solo dalla presenza di una carta di indentità elettronica e non da un riconoscimento d’autorità, come invece avviene nella stragrande maggioranza dei paesi di democrazia avanzata;
  • libertà di voto: ricerche indipendenti hanno verificato, attraverso la valutazione dei tempi di acquisizione dei voti, che le preferenze espresse online godevano di bassisima variabilità, confermando l’ipotesi di ricerca che i voti fossero coordinati a livello di nucleo familiare sotto il controllo di una singola decisione, difficile parlare di «libertà di voto» in questo caso;
  • segretezza il gruppo di esperti indipendenti invitati a supervisionare il voto estone ha trovato notevoli possibilità di manipolare il voto, che avveniva su terminali non controllati nelle case dei votanti, attraverso l’iniezione di virus e malware nella piattaforma che permettevano, nella migliore delle ipotesi la divulgazione del voto, nella peggiore l’effettiva manipolazione.

Può avere una prima idea delle questioni in quest’articolo del Guardian, ma sarò felice se vuole girarle la vasta letteratura che ho raccolto sull’argomento.

https://www.theguardian.com/technology/2014/may/12/estonian-e-voting-security-warning-european-elections-research

Lo stato ‘smart’ estone è un esempio di estrema invasione nella privacy del cittadino discendente dalla precedente situazione di controllo sociale sovietico che molto mal si accorda con la sensibilità verso la privacy individuale delle moderne democrazie occidentali. All’interno di questo modello, il voto elettronico non è che uno dei tasselli più critici.

Nella speranza di aver fatto cosa utile la invito a considerare la lettura del nostro blog e delle risorse sul sito dove stiamo tentando di fare chiarezza sulla questione del voto elettronico.

Grazie dell’attenzione,

Emmanuele Somma
segretario del Comitato dei Requisiti del Voto in Democrazia

La scheda online è sicura?

Voto elettronico – Il progetto di introdurre la partecipazione alle tornate elettorali via web si scontra con la preoccupazione di intrusioni esterne e di manipolazione dei risultati

/ 11.02.2019 
di Marzio Rigonalli su
https://www.azione.ch/attualita/dettaglio/articolo/la-scheda-online-e-sicura.html

Avremo presto la possibilità di votare tramite smartphone, tablet o computer? Il voto elettronico diventerà presto la terza possibilità di dichiarare la nostra volontà in caso di votazioni ed elezioni, accanto al voto che possiamo già esprimere per corrispondenza, o recandoci alle urne?

La questione è diventata d’attualità in seguito a due recenti fatti. Il primo risale a dicembre, quando il Consiglio federale ha mandato in consultazione un progetto di modifica della legge federale sui diritti politici. La modifica prevede l’introduzione dell’e-voting e la consultazione durerà fino alla fine del prossimo aprile. Il secondo fatto risale a gennaio ed è stato l’annuncio di un’iniziativa popolare che vuole contrastare il progetto e che chiede di proibire l’e-voting finché non sarà sicuro e protetto da possibili manipolazioni. L’iniziativa è denominata «Per una democrazia sicura ed affidabile» e prevede una moratoria di almeno cinque anni. La raccolta delle firme dovrebbe iniziare già questo mese. Il comitato promotore dell’iniziativa è presieduto dal consigliere nazionale lucernese Franz Grütter (UDC) e comprende politici di altri partiti, nonché professionisti attivi nel settore informatico.

Che cosa si è fatto finora per favorire il voto elettronico? Gli esperimenti sono iniziati nel 2004 ed hanno coinvolto una quindicina di cantoni, per più di trecento votazioni ed elezioni. Oggi dieci cantoni propongono l’e-voting ad una parte del loro elettorato. In cinque (FR, BS, SG, NE, GE) sono ammessi alle prove sia gli svizzeri all’estero che gli aventi diritto di voto domiciliati in Svizzera; in cinque cantoni (BE, LU, AG, TG, VD) possono votare per via elettronica soltanto i residenti all’estero. Alcuni cantoni hanno rinunciato a queste sperimentazioni, Uri e Soletta per esempio. L’ultimo in ordine di data è il canton Giura, il cui parlamento, pochi giorni prima di Natale, ha rifiutato d’introdurre questo nuovo strumento nella legge sui diritti politici.

La coordinazione di tutte le sperimentazioni è assunta dalla Cancelleria federale. Il cancelliere Walter Thurnherr ha investito molte energie nel progetto ed è determinato a portarlo a buon fine. Per questo vien chiamato anche «Mister e-voting». I cantoni, però, rimangono autonomi. Spetta a loro decidere se e quando vogliono testare l’e-voting e attraverso quale sistema intendono proporlo. Sono due quelli che vengono utilizzati dai cantoni: quello del canton Ginevra e quello della Posta svizzera, ma in realtà presto uno solo rimarrà attivo. Lo scorso novembre, per ragioni apparentemente soltanto finanziarie, Ginevra ha deciso di non sviluppare più il suo sistema e di rinunciare, a partire da febbraio del 2020, a gestire un sistema proprio. I costi per lo sviluppo e la gestione sono elevati ed i cantoni che avevano adottato il sistema di Ginevra non hanno accettato di parteciparvi finanziariamente. La rinuncia di Ginevra ha costretto alcuni cantoni ad orientarsi verso il sistema della Posta svizzera ed ha sicuramente inferto un duro colpo a tutto il progetto dell’e-voting.

Sulla base delle esperienze degli ultimi quindici anni, il Consiglio federale ha ritenuto che il voto elettronico abbia ormai raggiunto un livello di sicurezza tale da poter essere introdotto come terza possibilità di espressione della volontà popolare nelle votazioni e nelle elezioni, accanto al voto di persona ed al voto per corrispondenza. E come è ormai tradizione, ha messo il suo progetto in consultazione. Agendo così, il governo federale ha risposto ad un’esigenza legata allo sviluppo ed al divenire delle nuove tecnologie, nonché ad una storica rivendicazione degli svizzeri all’estero. Sono anni che la Quinta Svizzera, per ovviare ai non pochi ostacoli di distanza e di tempo legati al voto tradizionale, chiede di poter votare elettronicamente. È una rivendicazione legittima, anche se, in realtà, tocca poco più di alcune decine di migliaia di persone. Le statistiche indicano che su 750 mila svizzeri all’estero soltanto il 5 per cento partecipa regolarmente alle votazioni ed alle elezioni.

Le intenzioni del Consiglio federale si scontrano con un diffuso scetticismo nei confronti del voto elettronico. Partendo dalle notizie di attacchi informatici e di dati piratati, diffuse quasi quotidianamente, molti cittadini si chiedono se l’e-voting sia sufficientemente sicuro, ossia se l’espressione della volontà popolare venga protetta e garantita nello stesso modo come avviene con il voto tradizionale. Sono ancora ben presenti gli attacchi informatici subiti dal Dipartimento federale degli esteri e dalla Ruag, la società controllata dalla Confederazione e specializzata nell’industria delle armi. Tra i scettici, gli uni vorrebbero poter verificare le fasi principali del voto senza dover disporre di particolari competenze informatiche, e non sono certi di poterlo fare; gli altri sostengono che a contare i voti non saranno più i semplici cittadini come avviene ora, bensì un ristretto gruppo di esperti addetti alla conta, di cui ci dobbiamo fidare. I più pessimisti pensano che troppi sono i rischi che gravano sul voto elettronico, soprattutto per quanto riguarda l’affidabilità del risultato finale, e che pochi sono i vantaggi che ne deriverebbero. Ne approfitterebbe soltanto una minoranza di cittadini, soprattutto gli svizzeri residenti all’estero e le persone con disabilità. Infine, alla lista degli scettici conviene aggiungere anche chi sostiene che l’e-voting non aumenterebbe la partecipazione al voto e chi invita a guardare oltre le frontiere nazionali ed a ispirarsi a quei paesi, come per esempio la Francia e la Norvegia, che hanno sospeso i loro progetti o addirittura rinunciato al voto elettronico.

La certezza che i nostri clic non verranno hackerati è fondamentale prima di poter introdurre il voto elettronico. È in gioco l’attendibilità dei risultati delle votazioni e delle elezioni e, in fin dei conti, la credibilità della democrazia attraverso il voto popolare. Manipolazioni accertate, o soltanto sospettate, minerebbero la legittimità di una decisione popolare e porterebbero un grande pregiudizio all’esercizio democratico. Il lancio dell’iniziativa «per una democrazia sicura ed affidabile» è opportuno e potrebbe rivelarsi molto utile per la formazione della volontà popolare. Se verranno raccolte le firme necessarie, fautori e scettici dell’e-voting avranno la possibilità di dibattere, di affrontare i numerosi problemi insiti in questa tematica e di rispondere alle tante domande che oggi vengono poste. Le nuove tecnologie non vanno rifiutate a priori; presentano agevolazioni e vantaggi accertati ed indiscussi. Devono però tener conto delle esigenze del convivere democratico e vanno adeguate ai valori su cui si fonda questo convivere.

Allarme hacker sulle elezioni europee: il pericolo non è solo informatico

CYBER SECURITY

di Giancarlo Calzetta 27 gennaio 2019 Il Sole 24 Ore

In un mondo in cui siamo sempre connessi, sembra naturale pensare che prima o poi arriveremo a votare elettronicamente, ma il passo da compiere per lasciare le romantiche schede di carte e la matita permanente alle teche dei musei potrebbe essere molto più grande e complesso di quanto non si pensi.

GUARDA IL VIDEO / L’hacker olandese: buttate i computer per salvare la democrazia


Dopo quanto abbiamo visto accadere nel 2016, con i tentativi degli hacker informatici di influenzare le elezioni presidenziali statunitensi tramite furto di dati e spionaggio ai danni del candidato democratico, ogni trasformazione digitale applicata alla vita politica deve essere soppesata con un occhio diverso rispetto al passato.

L’antidoto olandese agli hacker russi: alle prossime elezioni solo conteggi manuali

«Le problematiche relative al voto elettronico – dice Stefano Zanero, professore associato del Politecnico di Milano da tempo attento ai temi del voto elettronico – sono molte e non tutte connesse con la parte più ‘tecnologica’ delle operazioni. Anzi, le più complesse sono proprio quelle di carattere diverso».
«Finora – continua Zanero – si sono trovate moltissime falle nei sistemi di voto elettronico, sia open source sia proprietari, ma non si è mai avuta notizia del fatto che siano state sfruttate per falsare una votazione». Questo significa che nessuno ha mai davvero provato ad arrivare fino “all’ultimo miglio” della compromissione delle elezioni, forse anche grazie al fatto che in Europa è rimasta solo l’Estonia a usare un sistema di voto elettronico esteso, ma se un giorno qualcuno dovesse decidere di farlo avrebbe grandi possibilità di trovare delle falle da sfruttare.

GUARDA IL VIDEO / I politici tedeschi sotto attacco hacker, anche Merkel

Non è solo una questione tecnologica
Come se il pericolo “diretto” non bastasse, ci sono anche problemi che non dipendono direttamente dalla tecnologia. «Un altro grave problema del voto elettronico – continua Zanero – è che si pensa di usarlo per rendere possibile il voto ‘a distanza’. In questo caso, la semplice autenticazione con username e password non permetterebbe alcun controllo sulla vera identità di chi sta inserendo la preferenza, rendendo molto più semplici ampie operazioni di voto di scambio o di vero e proprio hacking delle votazioni se qualcuno riuscisse a mettere le mani sul database degli utenti».
Inoltre, c’è il problema degli archivi che andrebbero a raccogliere i voti connessi a Internet. «Le macchine su cui si vota – dice Zanero – non andrebbero mai collegate in rete, per evitare compromissioni di massa. Se qualcosa è connesso, diventa vulnerabile».

Non c’è quindi un modo per rendere sicure le macchine per il voto? «Dei sistemi tecnici ci sono, ma sono complessi. Per esempio, si dovrebbe fare in modo che le macchine che registrano i voti producano anche una prova fisica di quello che viene registrato nel loro database, in modo da poter fare delle verifiche a campione o in caso di dubbio. Ma ricordiamo che il problema più grande all’adozione del voto elettronico sta altrove».
Infatti, c’è un tema che non ha nulla a che fare con la soluzione tecnologica che si va a usare, ma resta nel campo del principio alla base della democrazia: la possibilità del controllo. «Quando ci sono delle votazioni – continua Zanero – chiunque può andare in un seggio e controllare che tutto si svolga secondo le norme, osservando i lavori dall’apertura dei seggi fino alla fine dello spoglio. Informatizzando tutto, questo non sarebbe più possibile. Solo i tecnici altamente specializzati potrebbero controllare e seguire tutto, tagliando fuori la stragrande maggioranza della popolazione e questo è incostituzionale in molti Paesi».

Del resto, questo è proprio il motivo per cui la Germania e l’Olanda hanno deciso di non procedere all’impianto di un sistema di voto elettronico.
Possiamo quindi star tranquilli e contare su elezioni al sicuro dagli hacker? 
Purtroppo, no. All’opera, infatti, ci sono stuoli di ‘hacker social’ che miscelano competenze informatiche e sociologiche per influenzare gli elettori, come si sospetta sia accaduto nelle presidenziali USA del 2016 e durante la campagna per il referendum sulla Brexit.Molti di questi hacker sembrano lavorare nell’azienda russa Sputnik, sono ormai all’opera da anni sul Vecchio Continente e hanno sviluppato tecniche estremamente sofisticate ed efficaci per indirizzare l’opinione pubblica verso ben determinati schieramenti politici.
Secondo un articolo apparso su Politico.eu, disegni ben precisi per influenzare l’opinione pubblica tramite l’utilizzo dei social network sono stati riscontrati durante i dibattiti che riguardavano l’indipendenza catalana, per suscitare in Olanda sentimenti negativi nei confronti dell’Ucraina, per aizzare il fermento dei gilet gialli francesi e gettare benzina sul fuoco delle vicende italiane riguardanti l’immigrazione clandestina e i flussi migratori.
Secondo un’analisi apparsa in un articolo di El Pais, sui social network del nostro Paese appariva chiaro come nelle argomentazioni portate da chi si diceva a favore di una politica di accoglienza si trovassero una moltitudine di fonti che spaziavano da Open Immigration a Famiglia Cristiana, passando per The Guardian e VICE. Per quello che riguardava le comunità antimmigrazione, invece, il numero di fonti si riduceva drasticamente, con Sputnik Italia che figurava al secondo posto tra le fonti più citate e con il 90.4% dei contenuti distribuiti da Sputnik Italia e Russia Today che circolavano proprio nelle comunità antimmigrazione.

Ma perché la Russia vuole influenzare le elezioni?
Innanzitutto, bisogna mettere in chiaro che il governo russo ha sempre smentito ogni suo coinvolgimento in queste operazioni. Ciononostante, i sospetti che ci sia un piano del Cremlino sono estremamente diffusi in moltissime agenzie di intelligence e l’obiettivo finale sarebbe quello di sgretolare la cultura di collaborazione e unificazione che stava facendo crescere molto rapidamente l’area NATO attorno ai confini russi. Ma forse non è tutto lì. Sputnik e Russia Today, infatti, operano praticamente sotto il Sole e il motivo è forse anche da ricercarsi nel fatto che alcune forze politiche sono ben contente di ricevere un aiuto, senza valutare o volutamente sottovalutando le conseguenze sul medio/lungo periodo.