Blockchain, perché l’Italia deve (e può) fare di più. Parla Luciano Floridi

di  Simona Sotgiu su formiche.net – 28/09/2018

Un primo passo nella direzione dello sviluppo di una strategia nazionale digitale, anche se forse un po’ tardivo, ma certamente apprezzabile. Luciano Floridi, filosofo, docente a Oxford e esperto di Intelligenza artificiale e sviluppo del digitale commenta con moderazione la firma messa ieri a Bruxelles dal vicepremier e titolare del Mise Luigi Di Maio alla Blockchain Declaration, con cui la Commissione europea intende essere uno strumento per “lo scambio di esperienze e competenze in campo tecnico e normativo tra gli Stati membri” e vuole preparare “il lancio di applicazioni Blockchain a livello Ue. Secondo il professore, l’Italia deve investire di più, puntare a una strategia nazionale ben definita così da poter dialogare con gli attori europei, ma non solo. Intanto questa mattina il Mise ha pubblicato sul sito del ministero la call per la formazione di un gruppo di esperti di alto livello per l’elaborazione della strategia nazionale sulla blockchain, sulla falsa riga di quanto fatto a metà settembre sull’Intelligenza Artificiale. E sulla democrazia digitale…

Oggi Di Maio ha firmato la Blackchain Declaration, definita da Mariya Gabriel la chiave per una “Human-centric internet”. Cosa rappresenta per l’Italia?

È una banalità. Abbiamo semplicemente raggiunto un gruppo che era partito ad aprile, certo meglio tardi che mai, ma erano già presenti 25 Paesi in questa European blockchain partnership, l’Italia è forse una delle ultime ad aggiungersi. È un gruppo di lavoro che, come molte iniziative dell’Unione europea, cerca di fare un quadro generale su dove siamo in Europa sulla Blockchain in questo momento e allo stesso tempo di unificare e far sì che si faccia un po’ di progresso a livello europeo tutti insieme così che non ci siano 26 Paesi che si muovono separatamente. Ci sono anche dei fondi, stanziati dall’Ue, che dovranno essere utilizzati per finanziare questa iniziativa. Mi ha sorpreso un po’ questo annuncio come se fosse una firma significativa, l’evento del futuro, è un passo importante sicuramente e bisognava farlo – anche se forse un po’ tardi, ma non penso ci fosse un governo in Italia in grado di compierlo prima – però l’eccitazione attorno a questo annuncio mi sembra eccessiva. È una delle tante cose che un buon governo dovrebbe fare e l’Italia l’ha fatto. È forse un po’ peculiare che non ci fossimo accorti prima di questa possibilità. Ma resta un’ottima idea, fatta nei tempi che gli hanno permesso di mettere questa firma. Spero non venga utilizzata come propaganda.

Si parla, tra le altre cose, anche di un Fondo nazionale per l’innovazione digitale, come appena fatto per l’intelligenza artificiale. Su cosa dovrebbe puntare l’Italia?

Secondo me sta facendo bene il nuovo governo a puntare su Intelligenza Artificiale e Blockchain. Dovrebbe cominciare a pensare a una strategia nazionale su che cosa si vuole fare con l’Intelligenza Artificiale in Italia. L’Italia non ha un ministro del digitale, questo è sicuramente un limite, lo hanno tutti i Paesi più importanti con cui l’Italia ha a che fare, quindi potrebbe essere un buono strumento – nei limiti in cui il nostro sistema lo permetta – pensare a una figura di riferimento che incarni queste tematiche al quale dare anche la libertà e l’autonomia di fare, volta per volta, ciò che è necessario per spingere ancora di più, ad esempio, sui pagamenti online e le transazioni digitali, combattere ad esempio l’evasione fiscale. Dobbiamo capire dove vogliamo porci, e l’Europa è già partita. Io mi occupo di Intelligenza Artificiale e ho visto che anche l’Italia ha voluto fare, a metà settembre, una call di esperti per l’Istituzione di un Gruppo di alto livello per l’elaborazione della Strategia nazionale sulla IA (di oggi è invece la call per istituire un gruppo anche sulla Blockchainndr), ma la partecipazione al gruppo di lavoro è volontaria, il che a mio avviso mostra che non è un progetto serio.

Cosa intende?

Vuol dire che la partecipazione a questo gruppo sarà soltanto legata a chi se lo può permettere, ed è un peccato che ad esempio, siano solo le grandi aziende e non le Startup a poterselo permettere. Queste sono le piccole cose che fanno una grande differenza. So che il governo ha attualmente tantissime cose a cui pensare, quindi forse l’Intelligenza Artificiale, i pagamenti online, la Blockchain e in general il benessere digitale della nazione non arrivano proprio come primi punti, però appunto per l’Italia è una grande opportunità: noi siamo un Paese che vive di grandi esportazioni e di economia dell’esperienza (si pensi al turismo), e in questo il digitale è fondamentale. L’esportazione del Made in Italy ovviamente oggi senza digitale non ha una reale strategia per il futuro: puntare su questi due aspetti penso sia fondamentale. Sono contento che il governo abbia iniziato a fare qualche passo in questa direzione, che è quella giusta, ma ne vorrei di più frequenti e di più lunghi.

Il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo Economico e vicepremier, punta molto sulla trasposizione dei processi democratici online, democrazia digitale, infatti M5S si avvale di una piattaforma in rete, Rousseau, per consultare gli iscritti. Si è parlato molto di Blockchain per migliorarne la sicurezza, che cosa ne pensa?

Blockchain con la democrazia digitale ha davvero poco a che fare. È un peccato, nel senso che sono in buona compagnia l’una con l’altra ma non è che la Blockchain serve a migliorare la democrazia digitale. La Blockchain è una certificazione di un prodotto, di un servizio, che cosa c’entri con la democrazia digitale lo sanno solo i retori che se ne sono appropriati, lascia perplessi. La Blockchain serve altrettanto bene a promuovere la democrazia rappresentativa. Credo che ci sia una volontà di unire cose che non c’entrano, si può fare in modo un po’ superficiale. Come avrebbe detto Hegel, “Nella notte tutte le vacche sono nere”, basta appiccicare “digitale” e allora tutto si confonde: blockchain è digitale, la democrazia è digitale, la piattaforma è digitale, quindi sono tutti nello stesso brodo. La Blockchain ha una funzione tecnica, tanto è vero che uno degli sponsor principali sono le banche internazionali, può immaginare quale sia il rapporto tra le grandi banche internazionali con la democrazia digitale dal basso che prevede il voto su molteplici temi. La connessione, se vogliamo, è che viviamo in un contesto sempre più digitale, dalla sfera politica a quella finanziaria, da quella della certificazione a quella del mondo del lavoro, tutti quanti stanno avanzando in questo nuovo spazio che ho chiamato l’infosfera. Se tutti si muovono nell’infosfera è chiaro che tante cose diventano ormai digitali: dalla certificazione di chi costruisce l’automobile fino ad arrivare ad operazioni come il voto elettronico. Ma mettere tutto sulla stessa linea, dire che la Blockchain è una cosa che fa bene alla democrazia digitale, è una forzatura. C’è un punto fondamentale, però, che ho sentito anche in un video pubblicato da Luigi Di Maio proprio sulla Blockchain.

Quale?

La disintermediazione. Questo è importante e va capito meglio. Se Blockchain toglie alcuni intermediari, ne inserisce altri. Come per il caso di Bitcoin una valuta che non ha bisogno delle banche nazionali, ma poi sei nelle mani di un piccolo gruppo internazionale e di operatori che fanno il bello e il cattivo tempo, infatti sappiamo quanto è volatile il Bitcoin rispetto a una normale valuta. Noi allora ci fidiamo di questi gruppi più tecnocratici piuttosto che fidarci della banca nazionale italiana o europea, quindi c’è un passaggio di affidamento. Blockchain vuol dire semplicemente spostare la quantità e la qualità della certificazione da strumenti che sono di tipo analogico, e in questo caso Di Maio ha ragione a fare un paragone con il vecchio notaio, a strumenti di tipo digitale e automatizzato di controllo, perché non c’è bisogno dell’essere umano che passi a controllare ogni riga. In questo contesto, ha ragione l’Associazione europea dei notai ad essere preoccupata. Però questa disintermediazione, è un po’ sciocco e forse semplicistico porla come un potere al popolo. Non è così, è una rintermediazione con altri mezzi. Se io tolgo la mediazione del notaio è perché qualcuno ha introdotto Blockchain, come per esempio questo gruppo europeo, che sarà poi il responsabile per il suo funzionamento e i suoi protocolli. Gli intermediari ci sono, ma viene cambiata molto la loro figura. Se, guardando molto avanti, l’euro diventerà una valuta digitale: chi garantirà questo euro? Io non voglio essere un guastafeste, perché vedo del buono, ma mi dispiace quando questo buono viene venduto come eccezionale e rivoluzionario spostandosi dalla sua effettiva bontà.

Se c’è solo un cambiamento di intermediario, come ha detto lei, quali sono i rischi dell’uso della Blockchain nei processi di voto online, che ci si riferisca alla piattaforma del Movimento 5 Stele, ma non solo?

Non è molto chiaro, non lo è in generale capire dove stiamo andando. Se la Blockchain, o simili, servono a disintermediare nel senso vecchio, antico, novecentesco, e creano una certificazione distribuita per cui è difficile, se non impossibile (almeno praticamente) modificare qualcosa senza che questo non risulti identificabile, se si documenta e garantisce come è stato fatto ogni passo e ogni passo è certificato, allora se c’è stato un errore è facilmente identificabile. Questa catena che si crea tra l’oggetto e il servizio fruito dal cittadino e dalla cittadina e a fonte che lo ha erogato o prodotto, questa catena è una novità ed è importante, perché non l’abbiamo mai avuta prima, o meglio, è come se si tornasse ai tempi in cui io sapevo da dove veniva l’insalata perché me l’avevi venduta tu e l’avevi coltivata nel tuo orto. Quando questo divario tra la provenienza e l’utilizzo di qualcosa è molto ampio serve ricucire il rapporto tra la fonte e l’utilizzo e Blockchain fa questo. Blockchain introduce questo concatenamento del servizio o dell’oggetto alla sua fonte, questa è una bellissima e straordinaria rivoluzione che noi stiamo attraversando e lo stanno facendo un po’ tutti soprattutto chi si occupa di servizi che possono essere a rischio.

Lei ha scritto, in un pamphlet pubblicato con la Rivista Formiche intitolato “Il verde e il blu – Idee ingenue per migliorare la politica in una società matura dell’informazione”, che del “nuovo continente digitale” in cui ci muoviamo conosciamo poco, e che per non lasciarlo alla logica del profitto abbiamo bisogno di buona politica. In cosa può consistere questa buona politica?

Il governo ha fatto un primo passo, seppure tardivo, ma si può fare di più e meglio. Se noi in Italia avessimo un approccio un po’ meno antiscientifico sarebbe una cosa buona, avremmo bisogno di una percezione non solo dei rischi connessi con il digitale, che come tutte le tecnologie un po’ dirompenti rivoluzionano le cose creando anche qualche grattacapo, ma soprattutto dei vantaggi, che non sono soltanto economici. Il digitale non è soltanto un modo per creare aziende che generano profitto, ma serve anche a far sì che si innalzi la qualità della vita, che la distribuzione dei benefici che le nuove tecnologie stanno portando sia più equa e che in questo si possa fare poi i conti non soltanto con i benefici per l’essere umano ma anche il benessere più generale. Dal punto di vista capitalista il digitale è uno dei grandi meccanismi che abbiamo oggi per creare ricchezza, non funziona bene, al momento, per distribuirla e crearla in maniera equa. Ecco, questi due elementi sono indispensabili. Produciamo ricchezza con il digitale, poi usiamo anche il digitale per distribuirla meglio, ad esempio lotta all’evasione, per incentivare l’economia verde, per una migliore informazione. Questo è il contesto in cui il digitale può fare la differenza, però bisogna investire. Per questo ci vorrebbe una strategia nazionale in coordinamento poi col resto dell’Europa: perché fa da interfaccia con gli altri Paesi, è come avere una lingua comune, una sorta di koinè con la quale tu parli con gli altri Stati. Senza questa lingua comune non puoi andare a discutere.

Fusacchia (+Europa) a ItaliaChiamaItalia: “Insisto, per gli italiani all’estero ci vuole il voto elettronico”

Deputato eletto nella ripartizione estera Europa: “Ho proposto il voto elettronico. Non è una cosa facile da realizzare, bisogna capire come realizzarlo ma sicuramente aumenterebbe le percentuali di partecipazione. E soprattutto non è accettabile il sistema attuale”

di Davide La Cara – giovedì 27 settembre 2018

Alessandro Fusacchia, 40enne reatino, è deputato eletto nella circoscrizione Europa per la lista +Europa. È stato consigliere di Emma Bonino al Ministero degli Esteri e capo di gabinetto di Stefania Giannini al Ministero dell’Istruzione. È segretario di MOVIMENTA, un nuovo soggetto politico europeista e liberale-progressista. Fusacchia fa parte della commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera.

Onorevole Fusacchia, lei ha avuto esperienze politiche e lavorative in diversi Paesi europei. Cosa porta agli italiani all’estero e quali sono le sue impressioni in questi primi mesi di legislatura?

Ho fatto una campagna elettorale molto improntata sul concetto di mobilità. Parto dall’idea che gli emigrati delle nuove generazioni non sono come quelli di cinquanta o cento anni fa. Sono persone che magari vanno due anni a Londra, tre a Parigi, e così via. E non vale solo per i giovani ricercatori ma per tutti, perché sono decine di migliaia quelli che ogni anno lasciano l’Italia. E noi dobbiamo costruire uno spazio unico dove questa mobilità favorisca la ricerca e l’incontro con le opportunità, per questo serve una Europa unita che offra formazione e lavoro.

Nel frattempo ci siamo ritrovati con un Governo che vuole riportare l’Italia al medioevo, altro che avere una visione moderna di Europa. Il primo anti-italiano è Salvini, che fa il gioco di Putin e Trump, che puntano a spaccare l’Europa e quindi a dominare tutti gli staterelli di cui si compone. Noi italiani dovremmo capirlo meglio degli altri, visto la nostra storia prima dell’Unità d’Italia. Solo un’Europa unita può davvero difendere gli interessi dei suoi cittadini, e quindi anche degli italiani.

Come considera il lavoro del Sottosegretario Merlo e ci sono proposte di cui vorrebbe discutere insieme?

Ho una visione politica molto distante da quella del Sottosegretario e del Governo. Sui servizi ai nostri concittadini dobbiamo lavorare insieme – ad esempio penso che una massiccia digitalizzazione aiuterebbe i consolati. Dobbiamo anche ragionare su come valorizzare gli italiani all’estero, e anche su questo credo che abbiamo posizioni diverse, perché penso che le comunità di italiani all’estero siano molto diverse tra di loro: le comunità in Argentina migrate cento anni fa non sono simili a quelle della periferia di Bruxelles o da chi fa l’università a Parigi oggi. La scommessa è fare sentire a tutti che sono parte di una rete diffusa e che devono vivere e viversi come cittadini del mondo.

Cosa è MOVIMENTA e quali sono i suoi obbiettivi?

È un gruppo di persone nato un anno fa che arriva da esperienze non politiche ma professionali e associative di vari ambiti. Siamo partiti da tre considerazioni. La prima è quella di affrontare le grandi problematiche nazionali legate alla società e al lavoro, smettendo di fare politica “con lo specchietto retrovisore”. La seconda è di non fare politica sui social: Facebook deve essere uno strumento per raccontare cosa succede nel mondo reale, è quindi necessario trovare una riscoperta della fisicità della politica, cioè la capacità di incontrare le persone, di creare un dialogo e instaurare fiducia e trasmettere sentimenti positivi, contrariamente a quello che succede oggi. Infine la dimensione europea: siamo molto europeisti, riteniamo che ci siano molti limiti nella UE ma le grandi sfide possono essere affrontate solo con un continente unito, con soli 60 milioni di abitanti non andremo da nessuna parte.

Il tema del lavoro poi è l’argomento principale: diritti e tutele. Oggi il lavoro è cambiato e la forte precarizzazione va affrontata. E poi aiutare le piccole imprese a crescere nell’affrontare le problematiche, la ricerca e l’internazionalizzazione così da costruire nuovi posti di lavoro. Dietro questo c’è la questione del capitale umano e della sua formazione, la necessità di una burocrazia agile che abiliti le imprese a lavorare. La “macchina” deve essere messa in condizione di lavorare in modo efficace.

Altro aspetto importante per MOVIMENTA è la formazione politica, i partiti non esistono più e non viene fatta da nessuno. Questo crea un problema enorme perché in molti stanno prendendo consapevolezza, un aspetto che porta i cittadini a partecipare attivamente, ma poi le persone si chiedono “come si fa politica oggi?”. Lì dobbiamo intervenire dando strumenti e contenuti. Quello che abbiamo fatto è ragionare su tutto questo, mettendo insieme persone appassionate e solide, ed evitando vecchi schemi in stile anni ’90.

Ci sono altri movimenti che stanno lavorando su questo. Avete aperto un discorso anche con loro?

Stiamo dialogando con realtà come DiEM25 o il movimento dei sindaci di Pascucci e Pizzarotti, quasi quotidianamente. Ma guardo con molta simpatia anche ai ragazzi di Volt. Dobbiamo capire come proporre agli elettori qualcosa di nuovo, che sia di forte contrasto ai nazionalisti ma anche all’establishment e che rappresenti una ribellione contro lo stallo attuale e lo status quo.

Voto all’estero. Lei ha denunciato problematiche e pericolo di brogli. Qual è la sua proposta per migliorare le modalità e la partecipazione del voto all’estero?

Ho proposto il voto elettronico. Non è una cosa facile da realizzare, bisogna capire come realizzarlo ma sicuramente aumenterebbe le percentuali di partecipazione. E soprattutto non è accettabile il sistema attuale, che non garantisce segretezza e è debolissimo contro i brogli, e quindi poco dignitoso per un Paese democratico e civile. Il dibattito sul voto elettronico è chiaramente legato alla sicurezza e alla segretezza del voto. Ma siccome io credo nel progresso della scienza e nella tecnica, sono sicuro che si potranno sviluppare in tempi brevi sistemi efficienti. Non sono un informatico ma gli esperti mi hanno dato pareri diversi. Parto dall’idea che arriveremo a un livello tecnico che ci permetterà questo sviluppo. Se non è sicuro oggi, lo sarà domani: lavoriamo in quella direzione.

Quanto è sicuro il voto degli italiani all’estero oggi? Siamo sicuri che il rischio informatico sia più alto del rischio attuale legato ad un sistema di buste di carta che viaggiano senza controlli in giro per il mondo? Buste che non arrivano o che arrivano a indirizzi vecchi, che vengono perse o sottratte e vendute. C’è un mercato nero del voto degli italiani all’estero che facciamo finta di non vedere. Meglio fare una sperimentazione che tenti di superare tutto questo.

Che giudizio dà sulle manovre economiche attuate e su quelle annunciate come il reddito di cittadinanza o lo sforamento del deficit?

Credo che il Paese abbia bisogno di sviluppo economico e non è certo il reddito di cittadinanza quello che può rimettere in moto il Paese e creare lavoro. E poi, sanno solo ragionare in termini di spesa corrente e mai di investimenti. C’è una enorme differenza e non si può usare l’Europa come capro espiatorio perché non si sa reperire i fondi o perché le promesse sono state troppe, come se si potesse governare con la bacchetta magica invece che con umiltà e competenza.

Il voto elettronico della discordia in India e Stati Uniti

di E.Somma (crvd.org) – 12/09/2018

India e Stati Uniti: due paesi molto diversi ora uniti da un comune avversario. Nella prossima tornata elettorale (a Novembre 2018 in USA e ad Aprile o Maggio 2019 in India) i riflettori si sono accesi così tanto sul processo elettorale da essere diventato un tema caldo di scontro politico. Ragioni molto differenti portano gli indiani e gli statunitensi ad occuparsi dei propri seggi elettorali, un argomento che raramente entra nello scontro  tra partiti.

Oggetto della contesa: il voto elettronico considerato inadeguato, poco efficace e pericoloso per la democrazia.

Image result for india voting machine

Negli Stati Uniti è stato accertato che nella scorsa tornata elettorale gli hacker militari russi sono penetrati nei sistemi del funzionari elettorali e nei produttori di macchine elettroniche di voto.

Dopo quasi vent’anni dall’introduzione In India di un sistema di voto elettronico imposto da governo la contestazione non è più limitata a piccoli gruppi di tecnologi ma ha contagiato le agende politiche di tutti i partiti dell’opposizione che sono adesso uniti a chiedere la revisione del processo elettorale elettronico.

I sistemi elettorali basati su computer di India e Stati Uniti sono accusati di essere un colabrodo tecnico, un incubo democratico e, quel che è peggio, killer impossibili da inchiodare alle proprie responsabilità, perché non lasciano tracce del crimine.

Sotto accusa sono le macchine di voto tecnicamente chiamate DRE (a registrazione diretta elettronica), ovvero che trasferiscono la scelta dell’utente direttamente nella memoria dei computer e non producono un oggetto fisico tangibile nel processo.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti la situazione del sistema elettorale è quantomai variegata perché, per tutte le elezioni non solo quelle locali, i sistemi elettorali dipendono dai singoli stati che hanno l’assoluta autonomia di scegliere il modello e il procedimento, all’interno di regole federali abbastanza lasche.

Di conseguenza in ogni stato, e sono cinquanta, può esistere un sistema e un procedimento elettorale differente dagli altri. Gli stati sono, comprensibilmente, molto gelosi di questo privilegio e impediscono attivamente al governo federale di entrare in questo tema, che non è appannaggio del governo centrale.

Fallimenti molto evidenti hanno permesso quel po’ di uniformità esistente e, recentemente, è stata la debacle elettorale del 2006 a imporre all’attenzione dei media lo stato pietoso di alcuni processi elettorali. Questa disattenzione sul processo di voto aveva potuto determinare risultati inattesi (e talvolta impredicibili) in quegli stati in cui il risultato era in bilico per pochi voti.

Il governo federale attivò quindi un programma (ad adesione volontaria) denominato Help America Vote, per rinnovare gli obsoleti sistemi di voto in uso in molti stati. Storicamente questo programma arrivò in una fase molto primordiale della ricerca sul voto elettronico, e probabilmente contribuì a generare un’adesione entusiastica e poco meditata all’uso dei computer nelle operazioni di voto, Le condizioni del processo elettorale negli Stati Uniti sono sempre state molto orientative, se confrontate con quelle delle democrazie europee.

In molti stati americani si può votare via posta senza alcun controllo dell’identità del votante, e le truffe elettorali sono all’ordine del giorno e anche se sono punite molto duramente si fa poco per prevenirle.

A dispetto della bassa qualità e della poca protezione dalle truffe. il sistema funziona (o almeno si dice che funzioni) per la semplificazione dovuta alla legge elettorale (che si mantiene inalterata da qualche centinaio di anni) e per il senso civico dei votanti  che, d’altro canto, non affollano le liste elettorali.

Nel 2000 quindi gli americani mandarono in soffitta i vecchi sistemi elettromeccanici che furono sostituiti da computer di voto (electronic voting machine, EVM). Non si decisero standard uniformi ed ogni stato percorse la strada dell’acquisto in autonomia.

La storia del voto elettronico negli Stati Uniti è costellata da storie d’orrore tenute assieme dalla costante cifra distintiva dei governi che adottano il voto elettronico: la negazione dell’evidenza del fallimento e la chiusura ad ogni sano confronto con la realtà dei fatti.

La recente storia degli hacker russi penetrati nei computer dei funzionari delle commissioni elettorali e dei fornitori delle macchine di voto ha però scoperchiato il coperchio e aumentato la pressione dei media e del Congresso. Una nuova Help America Vote Act è stata promulgata per adeguare il sistema di voto con l’obiettivo di rendere quantomeno i sistemi elettorali dei singoli stati quantomeno verificabili. Questo si concretizza con la pretesa di avere quantomeno la produzione di ricevute cartacee per la verifica dei voti (in gergo denominate VVPAT, voter-verifiable paper audit-trail).

Su questa richiesta, iniziale ma inderogabile, si sono allineate gran parte delle organizzazioni americane per la tutela dei diritti civili e digitali (tra cui ACLU e Electronic Frontier Foundation).

L’obiettivo non espresso di molte organizzazioni contrarie tout-court al voto elettronico è quello di sostenere che con l’introduzione dei VVPAT il costo del sistema elettorale basato su macchine elettroniche diventa di gran lunga superiore a quello del voto cartaceo, senza fornire inoltre le stesse garanzie. 

India

In India la situazione è diametralmente opposta agli Stati Uniti. È il governo centrale ad aver imposto fin dagli anni 2000 le macchine di voto con caratteristiche predefinite e molto stringenti. sviluppate internamente al governo. Realizzate a bassa tecnologia, si basano su due unità: un corpo centrale che contiene l’unità di registrazione e comunicazione che è connesso ad una piastra esterna dove un sistema di pulsanti e luci permette di raccogliere il voto dell’utente e dargli conferma della registrazione. Protetto da ogni manipolazione, il software è realizzato in modo da essere registrato su un chip OTP (One Time Programmable) impossibile da alterare, non connesse in alcun modo alla rete né attraverso cavi né wireless che rendono (secondo gli sviluppatori) impossibile ogni corruzione dei dati. Il software è realizzato in-house dal governo attraverso un gruppo selezionato di ingegneri del Ministero della Difesa e del Ministero dell’Energia Atomica, senza alcuna forma di outsourcing o contratti esterni.

Il codice sorgente del programma è mantenuto segreto e non condiviso al di fuori del gruppo di sviluppo. L’hardware è invece prodotto dalla Bharat Electronics e dalla Electronics Corporation of India, industrie belliche, attraverso un pantagruelico contratto  di oltre 40 milioni di dollari affidato (con qualche ombra) dalla Commissione Elettorale Nazionale (il costo di ciascuna macchina è stimato in 150$ e il numero totale di macchine acquisite è quindi 300.000). Sono stati prodotti test funzionali e piani di qualità della produzione e test di performance. In più di un’occasione le macchine sono state messe a disposizione, in ambienti controllati, dei partiti per l’analisi e la verifica e nessuno è mai stato in grado di riscontrare difetti, sebbene alcuni attivisti abbiano mostrato in TV una macchina (dichiaratamente rubata allo stock della Commissione Elettorale) opportunamente riprogrammata per registrare voti differenti da quelli mostrati all’elettore.  Il sistema indiano non prevede la stampa delle schede cartacee se non per una frazione di circa il 5% delle schede votate, che però non sono comunque prese in considerazione in forme di verifica a posteriori.

Nonostante questa situazione completamente controllata centralmente e con una relativa semplicità dovuta ai contratti governativi con fornitori privati legati a commesse pubbliche di natura militare, fin dalla loro introduzione, le macchine di voto indiane hanno sollevato, oltre che vespai di polemiche tra i vari partiti, una notevole conflittualità giudiziaria tra i partiti di opposizione e la commissione elettorale nazionale indiana. 

Nel 1984, la Corte Suprema dell’India ha dichiarato che l’uso di macchine per il voto elettronico nelle elezioni era “illegale”, in quanto la Legge sulla Rappresentanza del Popolo non consentiva l’uso di macchine per il voto nelle elezioni. Nel 1989, la legge R.P. fu modificata incorporando la sezione 61A. Tuttavia, questo emendamento afferma che le macchine per il voto “possono essere adottate in tali circoscrizioni o nelle circoscrizioni che la Commissione elettorale può determinare tenendo conto delle circostanze di ciascun caso”. Violando quindi le disposizioni della Legge sul RP, la Commissione elettorale ha condotto nel 2004 e nel 2009 elezioni generali a livello nazionale con l’uso esclusivo delle macchine per il voto elettronico. Molti esperti legali affermano che, seguendo la sentenza della Corte Suprema del 1984, le elezioni parlamentari del 2004 e 2009 potrebbero essere ritenute illegali.

Si può certamente affermare che l’imposizione delle macchine di voto, a quasi vent’anni dalla loro prima introduzione, non è riuscita a convincere l’elettorato indiano, al punto che quest’anno il tema della manipolazione delle macchine da parte del governo in carica è rientrato potentemente come tema elettorale sottoscritto, questa volta, da tutti i partiti dell’opposizione che stanno chiedendo a gran voce quantomeno l’introduzione della stampa obbligatoria di tutte le schede votate per un successivo controllo.

La Commissione Elettorale Nazionale è contraria all’introduzione delle schede di controllo (VVPAT) in modo generalizzate, ben sapendo che questa misura avrebbe un costo intollerabile in un sistema elettorale come quello indiano. Intanto l’accettazione del voto elettronico cala sempre di più 

Conclusioni

Indiani e statunitensi chiedono l’introduzione delle schede di controllo per la verifica cartacea post-voto, ma è ben chiaro che questa contestata contromisura è solo un passaggio tattico per far prendere coscienza al più vasto pubblico che gli attuali sistemi di voto non siano solo insicuri ma siano soprattutto antieconomici se solo si evitasse di trascurare requisiti fondamentali nella loro costruzione. 

È il motivo per cui in Germania dopo la sentenza della Corte Costituzionale che imedisce l’adozioni di sistemi di voto elettronico che non abbiano le stesse caratteristiche di verificabilità “ad occhio nudo” ed ispezionabilità da parte dei cittadini “senza nessuna conoscenza tecnica”, di fatto il voto elettronico è sparito.

Ed è anche il motivo per cui in Brasile, per contrastare i critici del voto elettronico messo in campo dal governo, il Brasile sospende l’uso di tutte le schede cartacee di verifica del voto DRE e il tribunale superiore del paese equipara i critici di e-voting con i teorici della cospirazione.

Riferimenti

  • New York Times:  Gli sforzi di hacking delle elezioni russe, più ampi di quelli precedentemente noti, ottengono poca attenzione
    https://www.nytimes.com/2017/09/01/us/politics/russia-election-hacking.html

  • New York Times: il mito di una macchina di voto a prova di hacker
    https://www.nytimes.com/2018/02/21/magazine/the-myth-of-the-hacker-proof-voting-machine.html

  • I nuovi modelli di macchine di voto indiano:
    https://www.hindustantimes.com/india-news/new-tamper-proof-electronic-voting-machine-launched-by-election-commission/story-sOqFe2oywodT8lZKzwRM9O.html
    https://www.thehindu.com/news/national/a-look-inside-the-electronic-voting-machine/article23036380.ece

  • Come possono essere manipolate le macchine di voto indiano:
    https://www.ifp.co.in/page/items/4903/4903-how-can-electronic-voting-machines-evm-be-manipulated/

  • Contratti indiani per l’acquisto di macchine di voto
    http://www.rediff.com/news/report/election-commission-awards-evm-contracts-to-ecil-bel/20140306.htm
    https://indianexpress.com/article/business/companies/electronics-corp-bharat-electronics-get-evm-contracts/

  • Gli scienziati di un’università americana dicono di aver sviluppato una tecnica per hackerare le macchine per il voto elettronico indiano.
    https://indiaevm.org/
  • Per contrastare i critici di voto elettronico, il Brasile sospende l’uso di tutte le schede cartacee e il tribunale superiore del paese equipara i critici di e-voting con i teorici della cospirazione.
    https://arstechnica.com/tech-policy/2018/06/in-a-blow-to-e-voting-critics-brazil-suspends-use-of-all-paper-ballots/



Dopo la manomissione delle elezioni gli esperti richiedono “Solo schede cartacee entro il 2020!”

La National Academy of Sciences afferma che il sistema elettorale statunitense usa una tecnologia insicura e sta combattendo i tentativi di destabilizzarlo.

10 SEP 2018 – di Lisa Vaas per Naked Security

Dopo la manomissione delle elezioni gli esperti richiedono “Solo schede cartacee entro il 2020!”

Un gruppo di esperti presso la National Academy of Sciences ha chiesto riforme elettorali radicali, tra cui una raccomandazione specifica che non dovrebbe sorprendere: utilizzare la carta.

Dal di Giovedi l’annuncio circa la del rapporto di rilascio:

Tutte le elezioni locali, statali e federali dovrebbero essere condotte utilizzando schede elettorali leggibili dagli esseri umani entro le elezioni presidenziali del 2020.

E per quanto riguarda le elezione di medio termine, proprio dietro l’angolo a novembre? Sì, proviamo a ottenere le schede cartacee anche per quella, ha detto il gruppo di esperti. Facciamo del nostro meglio per stare lontani da tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione ora, perché sono piene di buchi:

Le schede votate dagli elettori non devono essere comunicate attraverso Internet o su qualsiasi rete ad essa collegata, poiché nessuna tecnologia attuale può garantirne la segretezza, la sicurezza e la verificabilità.

Michael McRobbie, presidente dell’Indiana University e co-presidente del comitato che ha condotto lo studio di due anni e ha scritto il rapporto, ha definito le elezioni del 2016 un momento “spartiacque”:

Le elezioni presidenziali del 2016 sono state un momento spartiacque nella storia delle elezioni, una che ha esposto nuove sfide e vulnerabilità che richiedono l’immediata attenzione dei governi statali e locali, del governo federale, dei ricercatori e del pubblico americano.

Lee Bollinger, presidente della Columbia University e co-presidente del panel, ha definito la minaccia degli attori stranieri “straordinaria”, secondo l’AP :

La straordinaria minaccia degli attori stranieri ha profonde implicazioni per il futuro del voto e ci obbliga a esaminare, riesaminare seriamente sia la condotta delle elezioni negli Stati Uniti sia il ruolo dei governi federale e statale nel garantire le nostre elezioni.

Secondo il rapporto, la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti ha scoperto che “gli attori sponsorizzati dal governo russo” hanno ottenuto e mantenuto l’accesso a elementi di più sistemi statali o locali statunitensi. Queste intrusioni hanno chiarito che l’infrastruttura elettorale del paese è nella migliore delle ipotesi antiquata, anche nelle giurisdizioni con più risorse. Per le piccole giurisdizioni senza un sacco di soldi da investire, le situazione è ancora peggiore.

Lawrence Norden, vicedirettore del Brennan Center for Justice della New York University, ha fornito dettagli specifici su tale manomissione in un’analisi del legale speciale di Robert Mueller per l’incriminazione di 12 funzionari dell’intelligence russa a luglio.

L’accusa di Mueller sosteneva che gli ufficiali dei servizi segreti russi si inserissero nel sito web di un consiglio di stato non ancora identificato. Tra le altre nuove informazioni c’era l’accusa che la Russia usasse quel trucco per rubare informazioni relative a 500.000 elettori.

Norden dice che la cifra è sorprendente, dato che prima dell’accusa, avevamo solo sentito parlare di una violazione dell’Illinois che ha colpito circa 100.000 elettori. Gli intrusi hanno preso di mira i sistemi elettorali in 21 stati e presumibilmente si sono infiltrati nei computer di un fornitore privato di sistemi per le elezioni degli Stati Uniti che l’accusa non ha fatto il nome.

Dato che l’accusa menziona cinque volte il numero di elettori colpiti di quanti ne avessimo sentito parlare nella violazione dell’Illinois, sembra che la manomissione del 2016 “sia andata più in profondità di quanto avessimo capito“, ha detto Norden. Come ha sottolineato Kim Zetter di Wired , le accuse suggeriscono che gli attacchi del 2016 potrebbero essere stati un ripensamento, dato che gli attacchi  al fornitore e al consiglio di stato sono arrivati solo a metà delle elezioni, da giugno a ottobre 2016, cioè mesi dopo gli attacchi alla Commissione Nazionale dei Democratici e la campagna di Hillary Clinton .

Norden:

Sarebbe saggio presumere che gli attacchi futuri comporteranno una pianificazione più avanzata. Combinate questo con il fatto che i russi hanno indubbiamente imparato le informazioni dai loro sforzi per il 2016, e c’è motivo di credere che i futuri attacchi alle nostre infrastrutture elettorali potrebbero essere molto più dannosi.

A partire dal marzo 2018, 13 stati stavano ancora utilizzando almeno alcune macchine per il voto elettronico a registrazione diretta, che non producono una traccia cartacea, come le loro attrezzature principali per i seggi elettorali, “rendendo impossibili le verifiche in questi stati”, riferisce Norden.

Queste macchine dovrebbero essere sostituite il prima possibile. A novembre, è anche fondamentale per qualsiasi stato che utilizza qualsiasi tipo di macchine per il voto elettronico disporre di schede di emergenza che possono essere distribuite immediatamente in caso di guasto delle macchine, indipendentemente dal fatto che tale guasto sia causato da un guasto o un danno del sistema.

Le schede elettorali leggibili dall’uomo non sono solo controllabili, ma assicurano anche agli elettori che il loro voto è stato registrato con precisione. In passato, le macchine per il voto elettronico difettose hanno registrato erroneamente le scelte degli elettori. Le schede cartacee, che possono essere contate a mano o con una macchina, danno agli elettori l’opportunità di rivedere e confermare la loro selezione prima di depositare il loro voto per la tabulazione – qualcosa che è impossibile per i sistemi che registrano i voti elettronicamente. Secondo l’AP, un americano su cinque ha dato il proprio voto solo su macchine elettroniche nel 2016.

Oltre alle schede cartacee, la relazione dell’Accademia contiene altre raccomandazioni specifiche, tra cui gli Stati dovrebbero imporre un tipo specifico di audit noto come “limitazione il rischio” prima della certificazione dei risultati elettorali.

Gli audit condotti per limitare il rischio offrono un’alta probabilità che qualsiasi risultato errato possa essere rilevato e lo fanno con efficienza statistica. Un audit di limitazione del rischio eseguito su un’elezione con decine di milioni di voti può richiedere l’esame a mano di un minimo di diverse centinaia di schede di selezione selezionate a caso.

Per quanto riguarda il voto via internet, è necessario dimenticarlo, ha detto il gruppo di esperti. Non è abbastanza segreto, non è abbastanza sicuro, e non è abbastanza verificabile – e non dovremmo fare affidamento su di esso per le elezioni finché non avremo “garanzie solide”.

Lisa Vaas

Lisa Vaas

Lisa ha scritto di tecnologia, carriere, scienza e salute dal 1995. È arrivata ad esser Executive Editor per eWEEK, da cui è uscita con la crisi del 2008 e è diventata freelance. Insieme a Naked Security Lisa ha scritto per CIO Mag, ComputerWorld, PC Mag, IT Expert Voice, Software Quality Connection, Time e le edizioni statunitensi e britanniche di Input / Output di HP.

Sam Biddle su The Intercept: «Stiamo rendendo le elezioni meno sicure solo per risparmiare tempo?»

Sam Biddle su The Intercept, 4 settembre 2018, 13:00

QUALCOSA DI STRANO ACCADE durante la notte delle elezioni. Con la chiusura dei sondaggi, i sostenitori americani di entrambe le parti velocemente si allineano ad un’unica posizione: Vogliamo tutti sapere chi vincerà, e non vogliamo aspettare un minuto oltre. Il vorace appetito nazionale per un immediato vincitore, gonfiato dalla frenetica copertura delle notizie via cavo e ora da Twitter, significa fornire risultati e proiezioni iper-aggiornati prima che sia disponibile qualsiasi conteggio ufficiale. Ma le tecnologie che aiutano a traghettare i risultati fulminei fuori dai seggi elettorali alla CNN sono anche tra le più rischiose, dicono gli esperti.

Elezione insicurezza

Sono passati quasi due anni da quando gli hacker militari russi hanno tentato di dirottare i computer usati dai funzionari elettorali locali e dalla VR Systems, una società di voto elettronico che aiuta a rendere possibile l’Election Day in diversi stati chiave in bilico. Da allora, i rapporti descrivono che la potente coppia di  rischio tecnico intrinseco  e di  estrema negligenza ha reso la sicurezza delle elezioni un tema nazionale. A novembre, milioni di americani voteranno di nuovo – ma nonostante il fatto che centinaia di milioni di dollari in aiuti federali si sono riversati sulla sicurezza dei vostri seggi elettorali locali, le tensioni tra esperti, aziende e lo status quo su ciò che è sicuro significa anche lasciare le domande basilari senza risposta: ogni singolo voto dovrebbe essere registrato su carta, quindi c’è un percorso fisico da seguire? Tutte le elezioni dovrebbero essere controllate dopo il fatto, sia come deterrente che come controllo contro le frodi? E, in un’epoca in cui praticamente tutto il resto è online, le apparecchiature elettorali dovrebbero essere autorizzate a connettersi a Internet?

La risposta del buon senso a quest’ultima domanda – che sembra un’idea terribile – smentisce la sua complessità. Da un lato, il pubblico riceve regolarmente avvisi uniformi dalla comunità di intelligence, dal Congresso e da altre entità che condividono dati sensibili: i cattivi attori all’estero hanno e continueranno a cercare di usare il computer per penetrare o interrompere il nostro voto che è sempre più computerizzato. Proprio lo scorso marzo, il Comitato di Intelligence del Senato ha raccomandato che “[a]l minimo, qualsiasi macchina acquistata di qui in poi dovrebbe avere una traccia cartacea verificata dagli elettori e nessuna funzionalità WiFi.” Poiché un hacker dall’altra parte del pianeta avrà problemi di connessione ad un box in Virginia che non è collegato a nulla, è ovvio che tagliare fuori questi sistemi sensibili dal resto del mondo li renderà più sicuri.

Tammy Patrick, ex funzionario delle elezioni in Arizona e attuale consulente senior presso il Fondo per la democrazia, che, come The Intercept, è finanziato dal fondatore di eBay Pierre Omidyar, ha detto che sebbene non sia a conoscenza di una giurisdizione che “connette le loro apparecchiature di voto usando Wi -Fi,” altre tecnologie wireless sono a volte integrate. Inoltre, i computer che sono solo ad un passo dalle urne digitali spesso si connettono a Internet, ha spiegato Patrick. “Ciò che accade più frequentemente è che l’unità di archiviazione del voto può essere rimossa [dalla macchina per il voto] e utilizzata per consegnare i risultati”. Alcuni addetti alle elezioni inviano i voti dei votanti dai tablet utilizzando il Wi-Fi, mentre in altre giurisdizioni i lavoratori degli exit-poll vanno in luoghi centralizzati che dispongono di accesso a Internet cablato o wireless. È lo stesso concetto base che gli hacker statunitensi e israeliani usavano per attaccare i computer delle centrifughe iraniane che erano tecnicamente tagliate fuori dalla rete.

Nonostante tutti questi avvertimenti, gli esperti temono che le funzionalità wireless, che potrebbero risparmiare ad un hacker o un altro intruso, la difficoltà di dover avvicinarsi fisicamente ai sistemi in questione, vengano sostenute per ragioni che semplicemente non sono abbastanza buone, ad un tempo in cui molti altri problemi di sicurezza rimangono irrisolti. “A livello locale, è una seria lotta per ottenere le basi giuste”, ha detto a Intercept il ricercatore e crittografo della sicurezza Kenneth White. “Quando aggiungiamo, ad esempio, la connettività cellulare o Wi-Fi all’attuale sistema di votazione, la sicurezza diventa molto più difficile e il rischio di compromessi è molto maggiore.”

Secondo un ex funzionario delle elezioni federali che ha parlato a The Intercept a condizione di anonimato perché non gli è stato permesso di parlare alla stampa, molti stati già utilizzano connessioni wireless in una forma o nell’altra e sono riluttanti a rinunciarvi ora, anche avendo il vantaggio di rendere il voto più difficile da hackerare. “I funzionari elettorali capiscono che si tratta di un problema di sicurezza”, ha detto questa persona a The Intercept, “ma questa capacità è già integrata nel loro processo elettorale e fanno affidamento su di essa. Trasformare quel tipo di cambiamento logistico nel loro processo – durante un anno elettorale – è arduo. Questo è particolarmente vero per la trasmissione dei risultati nella notte delle elezioni. “

Alcune macchine per il voto consentono di trasmettere i risultati preliminari a un ufficio della contea utilizzando lo stesso tipo di modem presente negli smartphone, piuttosto che essere trasportati fisicamente da ogni seggio elettorale. Ciò significa che i primi risultati possono essere condivisi istantaneamente, ma significa anche che i dati sono sicuri solo quanto la società cellulare che li trasporta. Tali connessioni, che non solo trasmettono dati ma anche li ricevono, forniscono un ulteriore potenziale punto debole che gli hacker potrebbero utilizzare per fare leva su una macchina e comprometterla. Gli scettici del Wi-Fi come il professore di informatica di George Washington University Poorvi Vora hanno affermato che tali vulnerabilità devono essere eliminate. “Dobbiamo ridurre tutte le opportunità di interferenza. I nostri sistemi sono sicuri quanto i loro collegamenti più deboli “, Vora ha scritto all’inizio di quest’anno su un elenco di e-mail di sicurezza elettorale gestito dal NIST, il National Institute for Standards and Technology.

Moderni sistemi di votazione – le attrezzature utilizzate per organizzare un ballottaggio, esprimere voti, classificare quei voti, riportarli e controllare l’intero processo – sono essenzialmente solo computer estremamente specializzati che, come il laptop di casa, eseguono software, memorizzano input e inviano output. Come con qualsiasi computer, è possibile che una persona intelligente possa ingannare la macchina per fare qualcosa che non dovrebbe, per un divertimento personale o per un obiettivo più sinistro.

La maggior parte dei metodi per rafforzare la sicurezza di un computer sono accompagnati da piccoli inconvenienti: inserire una password sul telefono significa doverla sbloccare; il software anti-virus sul tuo computer ne mangerà parte della memoria; e la crittografia della tua email con PGP richiede un piccolo seminario sui fondamenti della crittografia. Assicurare il voto è un compromesso come qualsiasi altro, e il dibattito senza fili espone una tensione perenne: più è facile che si tenga un’elezione, più facilmente riusciremo a intrometterci in quelle elezioni.

Inoltre, gran parte del processo di votazione, dalla registrazione degli elettori al conteggio delle schede elettorali, avviene ora in modo digitale e attraverso un mosaico di computer che rende tutti questi computer incapaci di parlare tra loro sembra, sempre più, poco pratico. È anche vero che molte persone coinvolte nella produzione del settore privato e nell’amministrazione pubblica delle elezioni vogliono connettività wireless per gli stessi motivi per cui la si desidera sul proprio iPhone e laptop: rende la vita molto più semplice. Immagina di affidarti alle connessioni wireless per amministrare un voto importante, in cui ritardi e intoppi del giorno delle elezioni potrebbero rendere il tuo distretto oggetto di umilianti titoli e disprezzo locale.

“Non abbiamo bisogno di guardare lontano per vedere esempi di ciò che accade quando una giurisdizione non segnala rapidamente”, ha avvertito Tammy Patrick. “Quando ci sono ritardi nei rapporti, può mettere a repentaglio la reputazione del funzionario elettorale, il loro ufficio, e mettere in discussione la legittimità delle elezioni stesse – anche quando i ritardi sono chiaramente documentati e compresi.” L’ex funzionario delle elezioni federali concordò, dicendo che la spinta a fornire per i primi risultati è potenzialmente pericolosa:

“A mio parere, la nostra nazione è eccessivamente preoccupata di ottenere i risultati nella notte delle elezioni. Gli amministratori delle elezioni si sono già impegnati in straordinari eccessivi per arrivare a elezioni generali più ampie. E ora devono rimanere e continuare a lavorare dopo 12-15 ore al giorno per presentare i risultati. Queste condizioni possono creare un ambiente in cui gli angoli sono talvolta tagliati e gli errori commessi – sebbene gli amministratori lavorino sodo per evitare che ciò accada “

I DISACCORDI SULLE APPARECCHIATURE elettorali SENZA FILI possono diventare brutti. Nell’oscura lista di e-mail gestita dal NIST, dove una folla eterogenea di accademici, dirigenti del settore privato e funzionari votanti stanno cercando di attuare linee guida sulla sicurezza delle elezioni volontarie, la questione wireless è in un vicolo cieco.

Nello scambio con Vora all’inizio di quest’anno, un dirigente di Votem, una società che vende software di voto per smartphone, si è fatto beffa della richiesta di un divieto generalizzato di wireless relativo alle elezioni come “pigro”, con particolare attenzione all’idea che qualcuno di noi in questa discussione possiamo forse sapere abbastanza sul futuro per dire con certezza che la tecnologia X dovrebbe essere vietata o meno. “(In un post sul blog Votem  pubblicato un mese prima , l’esecutivo, David Wallick, scrisse che la” più grande sfida “dell’azienda era “spingere la busta” per quanto riguarda le tecnologie che rendono il pubblico scomodo).

Attaccando, Bernie Hirsch, un dirigente della società di e-voting MicroVote, ha suggerito che proprio come il Wi-Fi, le tracce di carta per il voto elettronico potrebbero essere “hackerate” da qualche postino malvagio – quindi perché uno dovrebbe essere proibito mentre l’altro no? Duncan Buell, un professore di informatica presso l’Università della Carolina del Sud, non si è divertito affatto, definendo la risposta di Hirsch “al minimo estremamente faceta e nel peggiore dei casi da vero troll”.

“La corruzione elettorale di un sistema cartaceo implica la complicità degli attori umani sul posto che si occupano di oggetti fisici”, ha osservato Buell. “Come è noto a tutti noi, la corruzione / interruzione dei sistemi elettronici (ballottaggio o altro) può essere eseguita senza essere rilevata da quasi nessuno da quasi ovunque sul pianeta.”

Non sono solo i venditori, preoccupati che si vieti una funzionalità oggi che potrebbero essere in grado di commercializzare domani, che stanno spingendo per il wireless nonostante gli avvertimenti contrari. Gestire un’elezione è un’impresa enorme e ingrata e riuscire a trasmettere i dati attraverso l’aria significa compiere meno passaggi di persona. In una recente chiamata in conferenza tra membri dell’elenco e-mail NIST, un amministratore elettorale in Texas ha affermato che consentire connessioni wireless alle proprie macchine significava poterli accendere in remoto in viaggio verso il magazzino in cui sono archiviati, risparmiando a tutti il ​​tempo speso in giro e in attesa che i computer si avviino, in base ai partecipanti alla chiamata.

Sebbene sia possibile “rendere più solida” una connessione wireless contro un utente malintenzionato per applicazioni come questa, farlo “non è un gioco da ragazzi ed è il tipo di cosa che può essere facilmente configurato in modo errato”, ammoniva Joseph Lorenzo Hall, capo tecnico del Center for Democracy & Tecnologia e studioso di insicurezza elettorale. Come con qualsiasi tipo di sicurezza informatica, ci sono molte, molte opportunità per qualcuno di mettere a tacere. “Esistono protocolli wireless più potenti che potrebbero essere utilizzati”, ha aggiunto il crittografo Kenneth White, “ma sono molto più difficili da amministrare e mantenere.” Anche le migliori precauzioni di sicurezza sulla carta possono essere annullate istantaneamente da un singolo errore, ciò che White si riferisce a come “il problema del volontario nel seminterrato della chiesa”.

Il desiderio di trasmettere senza sforzo risultati elettorali non ufficiali “è sicuramente una vera pressione” nel dibattito sul wireless, concorda Hall. “Sia gli elettori che la stampa pensano che ci dovrebbe essere una risposta quasi immediata, quando in realtà la vera risposta richiede da 15 a 30 giorni in molti luoghi.” Patrick concorda, aggiungendo che “la pressione arriva da tutte le parti: media, candidati, partiti , gli elettori “e questo” nessuno è immune dal voler gratificazione istantanea e forse catarsi “.

Per White e molti dei suoi colleghi, c’è un semplice da punto da portare a casa: sbarazzarsi del maggior numero di opportunità farlocche. “Vogliamo assicurare l’integrità dei nostri voti o no? Se lo facciamo, e lo vogliamo su larga scala, allora i sistemi di votazione elettronica verificabili su carta [sono] la nostra migliore via da seguire “, ha affermato White. “Quanto meno complessi e connessi possiamo rendere questi sistemi, tanto maggiore è la fiducia che possiamo avere che l’espressione dei voti di ogni cittadino è ben registrata”.

Sam Biddle

Sam Biddle

Sam Biddle è un reporter con sede a Brooklyn, che si concentra sul malaffare e sull’uso improprio della tecnologia. Mentre lavorava a Gizmodo e Gawker, ha coperto storie che vanno da vaste violazioni dei dati aziendali e hacker famosi a modelli di webcam trafficati e privacy di Facebook. Come editore di Valleywag, ha fornito una visione critica e contraddittoria dell’economia di avvio e della cultura della Silicon Valley. Il suo lavoro è apparso anche in GQ, Vice e The Awl.