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Voto elettronico in Italia, tutte le fake news che distorcono il dibattito politico

Il dibattito sul voto elettronico in Italia, ora sostenuto anche dal M5S (con blockchain), è inquinato dalle fake news e distorto anche dallo spettro della speculazione finanziaria sulle criptovalute. Proviamo a separare i fatti dal rumore e fare chiarezza su quello che non può essere considerato un problema “tecnologico”

di Emmanuele Somma (Comitato dei Requisiti del Voto in Democrazia)
Pubblicato in Agenda Digitale il 21/01/2019

Quello del voto elettronico non è solo un problema tecnologico che si può pensare di risolvere a colpi di algoritmi. Ma ne va della democrazia stessa. Bisogna tenere in mente questi assunti, che si affermano a livello europeo, in questi giorni in cui il M5S spinge per provare il voto elettronico già alle prossime presidenziali.

Quando si parla di voto elettronico e blockchain, soprattutto, occorre saper separare la realtà dal rumore e sarebbe importante avere una forte competenza di procedure elettorali o di diritto costituzionale.

Eppure, i vertici e alcuni esponenti del M5s ignorano questo dato di fatto e sembrano determinati a portare a casa il risultato anche a costo di inquinare il dibattito propagando fake news. Smontiamo, dati alla mano, quelle più frequenti.

Voto elettronico: Lega e M5s su fronti divergenti

Partiamo da un’evidenza: l’entusiasmo del M5S sul tema del voto elettronico non è corrisposto dall’impegno dell’alleato di governo. Del resto, si tratta di un argomento che non trova spazio nel contratto di Governo. Eppure viene spesso evocato dai vertici del M5S. È recentissima una dichiarazione in tal senso del Vicepremier Luigi Di Maio.

Una recente interrogazione presentata dall’On. Mancina del M5S che chiede al Ministro dell’Interno di «adottare iniziative, anche normative, finalizzate all’introduzione, graduale e progressiva del sistema di voto elettronico, considerando in primis, a tale scopo, la tecnologia cosiddetta blockchain» ha ricevuto una risposta ai limiti della censura: dopo aver ricordato le tante sperimentazioni fatte fin dal 2001, e l’esperienza dello scrutinio elettronico del voto nel 2006 (il cui fallimento segnò una battuta d’arresto globale dell’introduzione dei computer nei seggi elettorali), il Ministro aggiunge: «L’esperienza maturata nel nostro Paese e i risultati non sempre positivi registrati in altri contesti europei, ci confermano nell’idea che una riforma di siffatta portata richieda una particolare riflessione, non solo sulle ricadute di ordine finanziario bensì, principalmente, sulla sicurezza dei sistemi hardware e software e delle reti di connettività, ciò per garantire al massimo livello il principio della segretezza del voto. A tal riguardo, potrebbe risultare utile ed opportuno, al fine di un eventuale intervento legislativo, approfondire tutti i vari aspetti del procedimento elettorale».

Dopodiché il ministro propone la costituzione di un ennesimo gruppo tecnico sull’argomento che finisca per «delineare un modello che contemperi le esigenze di modernizzazione e snellimento delle procedure elettorali con le garanzie costituzionali.» Se non è una porta sbattuta in faccia al M5S, manca poco.

Voto elettronico e informatizzazione della PA

Ad ascoltare le dichiarazioni, sembra che il M5S consideri l’assenza di un processo elettorale non informatizzato quasi come un vistoso foruncolo in un panorama idilliaco della Pubblica Amministrazione, come se questa fosse tutta già completamente informatizzata.

In realtà l’informatizzazione dei servizi pubblici affonda in un insieme di misure contraddittorie, inefficaci, spesso mal progettate e peggio realizzate, non raramente modellate per mantenere inalterate le aggregazioni di potere dei vari czar dei ministeri o delle società pubbliche. Invece di procedere a disboscare questa selva di mostruosità digitali e non solo, come aveva provato a fare il Commissario straordinario Diego Piacentini, e come si appresta a fare il suo neonominato successore Luca Attias si vuol metter mano ad altro, ballando su un terreno sdrucciolevole e controverso come quello del voto elettronico. Ci sarebbe ampio spazio di miglioramento nella PA, senza andare a scomodare il voto elettronico.

Non si tratta quindi di essere contrari all’uso delle nuove tecnologie per migliorare l’esperienza del cittadino nel campo delle procedure democratiche. Ben vengano, anzi. Ma bisogna farlo, come dice il Ministro dell’Interno, non rinunciando ad «una particolare riflessione, non solo sulle ricadute di ordine finanziario bensì, principalmente, sulla sicurezza dei sistemi».

Soprattutto innalzando, e non riducendo, le garanzie democratiche dei cittadini.

Voto elettronico: dibattito inquinato dalle fake news

Gli esponenti del M5S sono invece determinati a raggiungere i risultati della propria agenda a discapito di un corretto confronto, non raramente inquinando il dibattito con la propagazione di fake news. In una recente intervista di Lettera43 a Davide Casaleggio[1] il presidente sia della Casaleggio Associati che dell’Associazione Rousseau, che propone un proprio sistema di voto basato su blockchain, fa riferimento alla notizia che il Sierra Leone avrebbe usato questo sistema per le proprie elezioni. È la stessa notizia che il blog di Beppe Grillo aveva riportato a marzo[2] e da lì velocemente propagato sui media allineati al movimento[3] e altri organi di stampa meno attenti alla verifica delle fonti.[4]> Fin dalla metà di marzo, cioè solo qualche giorno dopo la sua prima apparizione, la notizia era stata nettamente smentita dalla Commissione elettorale nazionale del Sierra Leone e ridimensionata per quello che è veramente stato: una società privata aveva fatto, in autonomia e senza nessun collegamento con il sistema elettorale, una sorta di simulazione della votazione senza alcun valore. Quindi mai nessuna blockchain era stata usata nelle elezioni in Sierra Leone: perché continuare a propagandare, mesi dopo la smentita, questa notizia come vera per forzare un dibattito inquinato?[5] Perché, richiesta rettifica più volte, i gestori del blog di Beppe Grillo mantengono quella notizia falsa online?

Casaleggio e altri del suo partito, come l’onorevole Brescia in un’altra recente intervista a Motherboard, fanno riferimento ad altri casi di uso della blockchain nelle elezioni: nella città svizzera di Zugo, di quella giapponese di Tsukuba e del West Virginia.

Il caso di Zugo

Anche in questo caso i riferimenti sono inquinati, pur non essendo completamente fasulli come quelli del Sierra Leone. Il comune di Zugo in Svizzera (30.000 abitanti[6]), secondo CoinTelegraph «è diventato famoso meno per le sue vedute sulle montagne e la pittoresca architettura svizzera, più per la sua associazione con basse aliquote fiscali e criptovaluta. Il recente afflusso di gruppi di cripto che hanno stabilito basi nel cantone centrale ha portato alla sua soprannominazione di “CryptoValley”. Desiderosa di affermarsi come una capitale della blockchain, il comune consente il pagamento in Bitcoin per i servizi e ha recentemente completato un processo di successo del voto blockchain. Il voto su piccola scala ha coinvolto solo 72 dei 240 cittadini con accesso al sistema di voto online, che hanno partecipato al voto del processo non vincolante tra il 25 giugno e il primo luglio.»[7]/p>

Possibile che Davide Casaleggio pensi veramente che una votazione con 72 votanti sia un precedente significativo per introdurre le elezioni con voto elettronico basate su blockchain nelle elezioni politiche degli oltre 50 milioni di italiani? Possibile che non si sappia o non si voglia comprendere che molte news che circolano sono gonfiate ad arte solo per sostenere l’ampia speculazione finanziaria che è in atto sulle criptovalute?

Tsukuba e West Virginia

A Tsukuba[8] in Giappone, citata a più riprese dal M5S, il voto con blockchain si è svolto non per eleggere qualcuno ma per selezionare un vincitore in un concorso tra progetti finanziati della città. Si è trattato, in questo caso, di un voto palese in cui i votanti erano identificati da un proprio numero univoco. Anche Tsukuba può essere considerata una sorta di Crypto Valley giapponese. Possibile, anche qui, che Casaleggio creda che un voto palese possa essere un precedente adeguato a imporre al Governo la blockchain nel processo elettorale?

E infine cita le elezioni in West Virginia in cui 144 (centoquarantaquattro) militari oltremare hanno votato usando “senza problemi”, a dire del Segretario di Stato, una piattaforma privata non ispezionabile chiamata Voatz[9] (ma se la piattaforma avesse avuto problemi come possiamo essere sicuri che il Segretario di Stato l’avrebbe saputo?). Voatz viene considerato una “terribile, orribile, sbagliata, molto cattiva idea”[10]. Possono essere questi i riferimenti (gli unici peraltro) che guidano il governo italiano ad adottare la blockchain nel processo elettorale?

Insomma, oltre ad essere dimensionalmente irrilevanti, questi esempi dimostrerebbero proprio come non deve essere neppure immaginato un sistema elettorale pubblico per le elezioni nazionali.

Il gruppo di esperti sulla blockchain

Di recente nomina c’è anche un gruppo di esperti sulla blockchain allestito dal vicepremier Di Maio, per l’adozione di questa tecnologia nei processi della PA, in cui peraltro la presenza di esperti provenienti dal campo della finanza è non casualmente alta. Viste le dichiarazioni di Di Maio, Casaleggio e gli altri del M5S sul voto elettronico e blockchain è chiaro che su di loro cadrà l’incombenza di dare un giudizio su questo tema. Si dimostreranno in grado di separare la realtà dei fatti dal tanto interessato rumore sull’argomento? Li vedremo fare dichiarazioni secondo “scienza e coscienza” o come Grillo, Casaleggio, Di Maio, Brescia, Tofalo e gli altri propagare queste e altre fake news? Li aspettiamo al varco, come è giusto che sia.

Dal mio punto di vista posso solo notare che nessuno tra i membri del gruppo dichiara nelle proprie note curriculari alcun expertise in campo democratico, di procedure elettorali o di diritto costituzionale.[11]

Spero che sappiano confrontarsi con il difficile tema del voto elettronico evitando l’errore di considerarlo solo un problema tecnologico da risolvere a colpi di algoritmi.[12]

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  1. “Davide Casaleggio sulle potenzialità della Blockchain – Lettera43.” 21 nov. 2018, https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/11/21/davide-casaleggio-blockchain/226628/. Ultimo accesso: 29 nov. 2018.
  2. “In Sierra Leone la prima votazione al mondo con sistema Blockchain ….” 20 mar. 2018, http://www.beppegrillo.it/in-sierra-leone-la-prima-votazione-al-mondo-con-sistema-blockchain/. La notizia, senza alcuna smentita, appare ancora sul blog alla data del 29 nov. 2018.
  3. “Così la blockchain può cambiare il modo in cui votiamo – Lettera43.” 3 apr. 2018, https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/04/03/blockchain-elezioni-bitcoin/219101/. Ultimo accesso: 29 nov. 2018. Anche qui nessuna smentita.
  4. “Parla Davide Casaleggio: «Il cambiamento travolgerà il mondo dei ….” https://www.laverita.info/il-cambiamento-travolgera-il-mondo-dei-burocrati-e-i-baroni-dellintellighenzia-davide-casaleggio-lintervista-2588987694.html. Ultimo accesso: 29 nov. 2018. Idem.
  5. Grazie alla nostra lettera al Direttore, Lettera43 smentisce la questione de “La bufala della votazione con la Blockchain in Sierra Leone – Lettera43.” 3 dic. 2018, https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/12/03/blockchain-casaleggio-beppe-grillo-sierra-leone/226995/. Ultimo accesso: 3 dic. 2018.
  6. Molto interessante questa analisi su perché Zugo è Zugo (e perché votano con la blockchain anche) “ZUGO: IL “PARADISO FISCALE” DELLA SVIZZERA, DOVE IL ….” https://www.miglioverde.eu/zugo-il-paradiso-fiscale-piazzato-al-centro-della-svizzera/. Accessed 28 Nov. 2018.
  7. “Blockchain and Elections: The Japanese, Swiss and American ….” 6 set. 2018, https://cointelegraph.com/news/blockchain-and-elections-the-japanese-swiss-and-american-experience. Ultimo accesso: 30 nov. 2018.
  8. “Tsukuba, Ibaraki – Wikipedia.” https://en.wikipedia.org/wiki/Tsukuba,_Ibaraki. Accessed 28 Nov. 2018.
  9. “West Virginia Secretary of State Reports Successful Blockchain Voting ….” 17 Nov. 2018, https://cointelegraph.com/news/west-virginia-secretary-of-state-reports-successful-blockchain-voting-in-2018-midterm-elections. Accessed 28 Nov. 2018.
  10. “Voatz: a tale of a terrible, horrible, no-good, very bad idea | TechCrunch.” 12 ago. 2018, https://techcrunch.com/2018/08/11/voatz-a-tale-of-a-terrible-horrible-no-good-very-bad-idea/. Ultimo accesso: 30 nov. 2018.
  11. “Blockchain – Membri del Gruppo di esperti.” https://www.mise.gov.it/index.php/it/10-istituzionale/ministero/2039024-blockchain-membri-del-gruppo-di-esperti. Ultimo accesso: 20 gen. 2019.
  12. “Voto elettronico, l’errore è farne un problema tecnologico | Agenda ….” 9 ago. 2018, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/voto-elettronico-lerrore-e-farne-un-prblema-tecnologico/. Ultimo accesso: 20 gen. 2019.
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Blockchain e Elezioni: l’esperienza giapponese, svizzera e americana

Henry Linver su CoinTelegraph

Blockchain and Elections: l'esperienza giapponese, svizzera e americana

ANALISI

Le elezioni libere ed eque sono uno dei pilastri di democrazie in salute. Dagli Stati Uniti alla Sierra Leone, i sostenitori della blockchain credono che la tecnologia possa portare un nuovo livello di trasparenza, equità ed efficienza al processo elettorale. Nonostante l’entusiasmo della comunità blockchain – e il tentativo di supporto da parte di organismi politici – i tentativi di implementare la tecnologia hanno avuto un successo misto e hanno ricevuto critiche drastiche.

Blockchain del trial scientifico giapponese

Alla fine di agosto , la città giapponese di Tsukuba ha sperimentato l’uso della tecnologia blockchain nel suo sistema di voto. Tsukuba è una città già strettamente associata alla ricerca scientifica, e il recente uso della blockchain è l’ultima mossa della città per esplorare nuovi modi di innovare.

Gli elettori hanno potuto partecipare utilizzando il proprio My Number Card, un numero identificativo di 12 cifre rilasciato a tutti i cittadini del Giappone, introdotto nel 2015.

Una pubblicazione distribuita sul sito ufficiale della città ha dichiarato che gli elettori sono stati in grado di esprimere voti per l’attuazione di diversi programmi sociali. I partecipanti sono stati in grado di scegliere quali delle 13 iniziative ritenute più meritevoli di supporto finanziario, a partire dallo sviluppo di attrezzature per migliorare la diagnosi del cancro, fino a un programma di navigazione sonora nelle città e nuove attrezzature per attività all’aperto.

Come citato da Cointelegraph , il voto è stato condotto per stabilire se le proprietà democratiche e trasparenti della blockchain si prestassero bene alla minimizzazione del gioco scorretto nel processo di voto.

Sebbene inizialmente scettico sul potenziale della blockchain, il sindaco di Tsukuba, Tatsuo Ugarashi, ha detto :

“Avevo pensato che [blockchain] avrebbe comportato procedure più complicate, ma ho scoperto che è minimo e facile.”

Sebbene il recente voto giapponese con blockchain sia andato liscio, non tutti gli sforzi del governo per sfruttare le potenzialità della tecnologia hanno goduto della stessa accoglienza.

Sierra Leone: l’elezione blockchain che non lo era

Il 7 marzo 2018 è stato riferito che la Sierra Leone era diventata la prima nazione ad implementare la tecnologia blockchain nel processo elettorale.

Agora Technologies , una società svizzera, ha pubblicato una serie di tweet affermando di aver supervisionato la prima elezione con blockchain della Sierra Leone:

Proprio così, @AgoraBlockchain è stato presentato in @TechCrunch oggi. Leggi di più sulla nostra elezione #blockchain in Sierra Leone! https://t.co/e2fh1kzSzj

15 marzo 2018

La realtà si è rivelata un po ‘diversa. In realtà, Agora aveva effettivamente osservato il processo di votazione e condotto un processo di blockchain completamente separato insieme alle elezioni per illustrare come le future elezioni potrebbero essere svolte utilizzando la tecnologia.

La Commissione elettorale nazionale della Sierra Leone (NEC) è entrata in azione e ha pubblicato la propria dichiarazione via twitter, negando che durante le elezioni vi sia stato un qualche uso della tecnologia blockchain:


pic.twitter.com/8cLMVvQPkQ

, 19 marzo 2018

Il CEO di Agora, Leo Gammar, è stato costretto a rettificare le affermazioni apparentemente fuorvianti di Agora . Il fatto che il gruppo fosse accreditato per processare il proprio sistema di blockchain insieme alle elezioni indica che, nonostante la frenesia dei media, gli organismi governativi stanno aprendo la porta a nuovi modi per rendere più efficiente il processo elettorale – e blockchain è uno di questi .

Nonostante le apparentemente rosee relazioni con il NEC della Sierra Leone, l’accoglienza del coinvolgimento della compagnia nelle elezioni è stata mista. Morris Marah, fondatore del Sensi Tech Hub di Freetown , ha espresso le sue preoccupazioni a RFI :

“Quello che questi ragazzi [Agora] stanno dicendo è grandioso. Ma in realtà non l’hanno testato perché in pratica hanno preso una scheda cartacea dei risultati e l’hanno messa sul loro sistema. Questo è quello che fanno tutti gli altri, non è nuovo. “

La “Crypto Valley” della Svizzera prova il blockchain votante

Negli ultimi anni, la città svizzera di Zugo è diventata famosa meno per le sue vedute sulle montagne e la pittoresca architettura svizzera, ma più per la sua associazione con basse aliquote fiscali e la criptovaluta. Il recente afflusso di gruppi di cripto che hanno stabilito basi nel cantone centrale ha portato alla sua soprannominazione “CryptoValley”.

Desideroso di affermarsi come un capitale blockchain, il comune consente il pagamento in Bitcoin per i servizi e recentemente completato un processo di successo del voto blockchain.

Il voto su piccola scala ha coinvolto solo 72 dei 240 cittadini con accesso al sistema di voto online, che hanno partecipato al voto del processo non vincolante tra il 25 giugno e il 1 luglio. Il questionario del test ha chiesto ai cittadini di votare su entrambe le questioni municipali minori come anche se pensano che un sistema di identificazione elettronica basato su blockchain debba essere utilizzato per i referendum in futuro. L’agenzia di stampa svizzera scrive che tre persone hanno dichiarato che non è stato facile votare in digitale, 22 hanno risposto che avrebbero usato blockchain per dichiarazioni fiscali o sondaggi, 19 hanno risposto che avrebbero pagato le tasse di parcheggio con il loro ID digitale e tre hanno affermato che lo avrebbero usato per prendere in prestito libri della biblioteca. Il capo della comunicazione di Zug, Dieter Miller, ha definito il voto un successo.

West Virginia prova il blockchain di voto, ma le nuvole minacciano le fantasticherie

Il West Virginia consentirà ai cittadini che prestano servizio nelle forze armate – insieme ad altri cittadini che vivono all’estero – di votare via smartphone con un’app chiamata Voatz nel novembre 2018. Questa sarà la prima istanza di voto su uno smartphone in un’elezione federale.

Funzionari del West Virginia hanno pubblicato un PDF che illustra il processo:

“Tutto ciò che è necessario per esprimere il proprio voto è un dispositivo mobile Apple o Android compatibile e un ID statale o federale approvato e convalidato”.

L’idea per l’app è emersa per la prima volta in occasione di un vertice di hacking organizzato dal South by Southwest Technology Festival in Texas.

Il segretario di stato della West Virginia, Mac Warner, è rimasto colpito dal sistema di autenticazione biometrica dell’app e dagli elementi di sicurezza basati su blockchain. Sia Warner che la startup di Boston che ha creato Voatz affermano che il sistema è sicuro.

Lo stato ha portato a termine con successo un progetto pilota a maggio.

La recente fanfara sulla tecnologia blockchain nelle procedure di voto si gioca sullo sfondo di uno scandalo in una storia elettorale relativamente recente. Nel 2000 sono state riportate segnalazioni di un conteggio anomalo e, nel 2016, diverse persone sono state accusate di aver espresso voti in più di uno stato.

Un rapporto dell’istituto Brookings ha affermato che la Conferenza nazionale dei legislatori statali ha presentato una serie di considerazioni che devono essere affrontate per un’implementazione su larga scala del voto elettronico – come la sicurezza, la coercizione degli elettori, l’autenticazione e l’inconveniente per i funzionari locali. Sebbene sia positivo sul potenziale per la tecnologia blockchain di trasformare il processo di voto, il rapporto ha concluso che la blockchain deve essere testata in modo completo per tenere conto dei costi e delle dimensioni di un’implementazione più ampia.

Matt Blaze, un ricercatore di crittografia e sicurezza presso l’Università della Pennsylvania, ha espresso critiche alla relazione, affermando che la blockchain introduce punti deboli nel sistema. Blaze ha anche affermato che proteggere il sistema di voto “è più facile, semplice e sicuro fatto con altri approcci”.

Marian K. Schneider, presidente di Verified Voting , ha anche preso di mira l’app Voatz, affermando che si non è tanto un’app basata su blockchain quanto un’app mobile standard con una blockchain collegata. La preoccupazione principale è che, sebbene l’app crittografa i dati dell’elettore, il sistema attuale non può garantire che il telefono dell’abbonato e la rete di assistenza siano privi di vulnerabilità. Per quanto riguarda la protezione delle informazioni sensibili mentre viaggia su Internet dall’app, Schneider ha  dichiarato :

“Penso che abbiano fatto molte affermazioni che in realtà non giustificano alcuna maggiore fiducia in ciò che stanno facendo rispetto a qualsiasi altro sistema di voto su Internet”.

Voatz sostiene che le critiche contro di esso sono “falsa propaganda” e che “la maggior parte dei commenti nel thread sono errate o travisate”.

Tuttavia, le critiche alle capacità dell’app non sono del tutto infondate. Una sperimentazione in Utah ha portato la startup a non essere in grado di supportare un’alta concentrazione di download poco prima dell’apertura dei sondaggi. Voatz, tuttavia, è rimasto ottimista e ha descritto l’incidente come una “preziosa esperienza di apprendimento”.

Implementazione blockchain alle elezioni

I critici rimangono indifferenti

Mentre la maggior parte delle critiche per il voto online e mobile è stata mirata a difetti specifici nei programmi, ci sono molti critici di spicco che non concordano completamente con la nozione.

Bruce Schneier, un crittografo, informatico e autore di numerosi libri sulla crittografia e la sicurezza informatica, ha pubblicato un blog in opposizione all’uso delle blockchain nelle elezioni.

“L’unico modo per proteggere in modo affidabile le elezioni sia dalla malizia che dall’incidente è usare qualcosa che non sia hackerabile o inaffidabile su larga scala; il modo migliore per farlo è quello di eseguire il backup di tutto il sistema possibile con la carta. “

Schneier ritiene che gli sforzi passati per automatizzare il sistema di voto portino un messaggio sui potenziali pericoli di tale trasformazione. Nel 2007, gli stati della California e dell’Ohio hanno effettuato audit completi delle loro macchine per il voto elettronico. Il risultato era tutt’altro che positivo. La revisione ha rilevato che le vulnerabilità erano endemiche in quasi tutte le componenti:

“I ricercatori sono stati in grado di modificare in modo non corretto i voti dei voti, cancellare i registri di controllo e caricare malware nei sistemi. Alcuni dei loro attacchi potrebbero essere implementati da un singolo individuo senza un accesso maggiore di un normale operatore di sondaggio; altri potrebbero essere fatti da remoto. “

Questo non è l’unico caso in cui le macchine per il voto elettronico sono state compromesse. Nel 2017, la conferenza degli hacker di Defcon ha raccolto 25 pezzi di attrezzature e ha sfidato i partecipanti a comprometterli. Alla fine del weekend, i partecipanti avevano caricato software dannoso su dispositivi, conteggi di voti compromessi in modo anonimo e causato l’arresto anomalo dei dispositivi. “Questi erano hacker annoiati”, scrive Schneier, “senza esperienza con le macchine per il voto, che giocano tra una festa e l’altra un fine settimana”.

Per quanto riguarda la migliore soluzione, Schneier ha scritto:

“I ricercatori della sicurezza concordano sul fatto che il gold standard è un voto cartaceo verificato dagli elettori . Il modo più semplice (e meno costoso) per raggiungere questo obiettivo è il voto a scansione ottica. Gli elettori contrassegnano a mano le schede cartacee; vengono inseriti in una macchina e contati automaticamente. Quel ballottaggio cartaceo viene salvato e funge da record vero e proprio in un riconteggio in caso di problemi. Le macchine touch-screen che stampano un voto cartaceo da inserire in un’urna possono anche funzionare per gli elettori disabili, purché il voto sia facilmente leggibile e verificato dal voto. “

La critica più feroce per il concetto viene dal Centro per la democrazia e la tecnologia, Joseph Lorenzo Hall , che definisce l’intera cosa una “idea orribile”:

“È il voto in internet sui dispositivi orribilmente sicuri delle persone, sulle nostre orribili reti, sui server che sono molto difficili da proteggere senza una registrazione fisica dei voti”.

Tuttavia, questa raffica di critiche non sembra aver scoraggiato i governi dal cercare di implementare la tecnologia nel prossimo futuro. Ormai, possiamo parlare solo degli esperimenti municipali, non nazionali, ma dato che sono stati tenuti negli Stati Uniti, in Giappone e in Svizzera, non sarebbe esagerato riconoscere un certo interesse per la DLT dalle principali democrazie del mondo.

L’autore:  Henry Linver

Henry Linver è un giornalista freelance. È interessato a come la blockchain abbia il potenziale per cambiare radicalmente il mondo in cui viviamo e il potere di trasformazione della crittografia.


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FAQ sul voto elettronico (e sull’applicazione della blockchain)


a cura del Comitato sui Requisiti del Voto in Democrazia (https://crvd.org)

15 ottobre 2018 – versione 1.1 (ultimo aggiornamento 27 novembre 2018)

versione aggiornata

Si prende spunto da alcune interviste o articoli apparsi sulla stampa italiana per fare un po’ di chiarezza sulla situazione del voto elettronico e sull’applicazione della blockchain. Se avete altre domande o osservazioni da aggiungere scrivete a [email protected]

«I casi di sperimentazione del voto tramite sistema blockchain per ora sembrano dare riscontri positivi, anche se avvenuti in piccole realtà e non in consultazioni di grandi dimensioni.»

I casi di sperimentazione del voto tramite sistema blockchain semplicemente non ci sono. Se ne parla molto, poiché si la parola blockchain è l’hype del momento e molti ricercatori competono per i fondi di ricerca infilandola dappertutto o molte aziende tentano di mostrarsi innovative cavalcando l’ultima moda, ma alla prova dei fatti non esiste nessun sistema pubblico di una qualche rilevanza cha abbia messo insieme il voto elettronico in un sistema elettorale in democrazia con un valore sistemico (ovvero a livello di un governo, fosse anche solo regionale), che abbia quindi un minimo di rilevanza, e l’adozione della blockchain. I casi a cui probabilmente si riferisce sono probabilmente i tre più noti: il comune di Zugo in Svizzera (30.000 abitanti/clienti), che è un test senza rilevanza, la città giapponese di Tsukuba, in cui il voto con blockchain si è svolto non per eleggere qualcuno ma per selezionare un vincitore in un concorso tra progetti finanziati della città, e le elezioni in West Virginia, in cui 144 militari oltremare hanno votato usando senza problemi, a dire del Segretario di Stato, avrebbero votato “senza problemi” attraverso una piattaforma privata non ispezionabile chiama Voatz. Spesso si cita anche il caso  della Sierra Leone, sparato come notizia entusiasmante da parte dei sostenitori del voto elettronico. Semplicemente in Sierra Leone la blockchain non era stata utilizzata dalle istituzioni, ma una società privata  in modo indipendente da una azienda per “simulare” quello che era il vero voto, senza alcun tipo di legame con le autorità pubbliche. Chiunque faccia queste citazioni al più ha letto i titoli delle news, perché se si fosse spinto un po’ più in fondo nella lettura delle notizie forse avrebbe compreso che queste citazioni sono quantomeno controproducenti per sostenere la blockchain nelle elezioni democratiche di uno stato nazionale. Purtroppo sono questi gli esempi che alcuni hanno usati per spingere il Governo italiano ad impegnarsi su questo fronte usando i soldi dei contribuenti inutilmente.

Nel caso questa cosa dovesse andare avanti i primi al mondo ad usare la blockchain per falsare le elezioni politiche, eventualmente, saremmo noi italiani. Una innovazione adeguata al livello di salute della nostra democrazia si vede.

«La nostra proposta è diretta principalmente a consentire il voto a chi vive lontano dal luogo di residenza. Un inizio per una sperimentazione mirata e funzionale.»

Secondo alcuni la blockchain avrebbe un qualche valore per chi vive lontano dal luogo di residenza. Ci si riferisce ai cosiddetti «italiani all’estero», che però non sono quelli che si trovano temporaneamente in viaggio fuori dai confini nazionali (che comunque non possono votare se non rientrano presso la loro residenza), ma quelli che vivono stabilmente fuori dal nostro paese e, però, conservano il diritto di voto come sancito dalla Costituzione, pur non essendo più effettivamente residenti sul territorio nazionale ma iscritti a quella che viene chiamata AIRE, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero (anche se con una certa dose di involontario umorismo burocratico un iscritto all’AIRE risulta essere presente nelle liste elettorali del comune da cui è andato via quando ha lasciato l’Italia). Il voto di questi italiani oggi avviene attraverso un contorto sistema postale, introdotto negli anni 2000, che sembra pensato a bella posta per compiere brogli, compravendite di schede e voti e ogni altra forma di nefandezza elettorale, per non parlare delle condizioni infernali con cui tali voti vengono scrutinati, indegne di uno stato decente. Almeno l’incidenza di questo bailamme sulle istituzioni democratiche è abbastanza limitato, ma acquista molto valore quando le coalizioni in competizione hanno risultati molto vicini tra di loro. Questo processo relativo al voto estero deve essere migliorato, ma non introducendo qualcosa ancora più pericoloso e manipolabile.

Anche altri paesi a noi vicini, come Francia o Germania, permettono forme di voto per i cittadini fuori dai confini nazionali, ma mai con il lassismo del nostro sistema di voto postale, e proprio mentre noi pensiamo di impegnare il governo a sperimentare non “la tecnologia”, ma una ben determinata tecnologia, quei paesi che il voto elettronico l’hanno ampiamente studiato, sperimentato e talvolta usato attivamente per anni, lo stanno abbandonando o fortemente limitando, sostenendo che, qualsivoglia tecnologia si possa usare, non garantisce i requisiti di base di un voto democratico. Perché non prendere esempio dai migliori invece che inventare cose fantasiose e potenzialmente pericolose?

Il “voto da casa” non è previsto nel testo dell’atto approvato dalla Camera, dove anzi si fa riferimento al voto “da postazioni pubbliche”, mentre è previsto col voto per corrispondenza per gli italiani all’estero.

Questa frase contiene due affermazione di grande superficialità. La prima, abbastanza facile da percepire, riguarda il “voto da casa”. Non c’è da sperimentare nulla in questo campo, il “voto da casa” è un concreto pericolo che per la sua stessa natura non può essere ricondotto ad un corretto funzionamento almeno a Costituzione vigente. Ad esempio,  un gruppo di analisti indipendenti coordinati dal prof. J. Alex Halderman dell’University of Michigan  (uno di quelli che ha studiato questo tema molto a lungo) e da Jason Kitkat l’autore del software di voto elettronico open-source della Free Software Foundation chiamato GNU.Free (uno di quelli che ha fatto con le proprie mani un sistema di voto elettronico prima di decidere di dismetterlo dicendo che qualsiasi sistema di voto elettronico non avrebbe mai potuto le caratteristiche minime per poter essere usato) è stato invitato dal governo estone a supervisionare la loro implementazione reale del voto via Internet, hanno prodotto un dettagliato insieme di critiche profonde al sistema estone prima tra tutte la semplicità con cui era possibile iniettare malware nelle postazioni dell’utente per dargli l’impressione di aver votato in un certo modo, ma poi effettivamente registrare un voto completamente differente, senza che, per via dell’anonimato e della segretezza del voto, questi avesse alcun modo per dimostrare che il proprio voto fosse stato conteggiato correttamente.

Ancora peggiore è lo scenario posto dalla seconda affermazione, ovvero che il voto con blockchain sarebbe realizzato “da postazioni pubbliche”. Non c’è alcun modo per raggiungere il risultato di avere un voto elettronico su postazioni pubbliche e di usare la blockchain, se queste postazioni non sono connesse tra di loro a qualche forma di rete (una rete privata o pubblica). Ma una delle regole fondamentali, condivise anche nei paesi (democratici) che utilizzano il voto elettronico, è che le macchine di voto debbano essere completamente isolate da qualsiasi forma di connessione in modo da evitare la possibilità, da parte di un agente centrale, di modificare subdolamente l’intera votazione cambiando anche solo frazioni dei voti espressi in modo strategico nei vari seggi. Con le macchine connesse in rete la semplicità di broglio elettorale, già molto grande quando è presente una infrastruttura tecnologica che media l’espressione del voto, diviene enorme e proprio perché può permettere di incidere in quantità di voti statisticamente non significativi ancora più difficile da essere scoperta. Il delitto perfetto.

Il tema che va tenuto in considerazione è il livello di fiducia generato da ogni innovazione. Più è alta questa fiducia, più rendiamo possibile il consenso verso ogni cambiamento ed è più probabile determinarne il successo.

Questa affermazione è pienamente condivisibile, ma purtroppo è completamente in disaccordo con l’idea di introdurre uno strato opaco, cioè una scatola nera, costituita da una infrastruttura tecnologica impossibile da verificare ad occhio nudo dai votanti, dai componenti del tavolo elettorale e da un semplice cittadino. L’introduzione del voto elettronico abbassa molto, fino ad annullarlo, e non aumenta il livello di fiducia dei cittadini nella democrazia. Non è un’affermazione di qualcuno contrario al voto elettronico, è il risultato delle ricerche dei governi norvegese e olandese che dopo aver utilizzato per una decina di anni il voto elettronico, anche in relazione a questi risultati di ricerche sociali, lo hanno abolito. I cittadini si stavano disaffezionando agli strumenti democratici proprio perché incapaci di comprenderne il valore nascosto dalle macchine usate per il voto. Ed è esattamente questo il motivo per cui la Corte Costituzionale Tedesca, emettendo una sentenza esemplare che ha di fatto bloccato l’introduzione delle macchine elettroniche di voto in Germania, dice che nel momento in cui dovrebbe formarsi il consenso per il trasferimento della sovranità popolare dagli elettori agli eletti, cioè nel momento delle elezioni, quando il precedente parlamento è sciolto e il successivo non ancora eletto, e quindi la sovranità riposa completamente nelle mani dell’elettore, se ogni passaggio di questo trasferimento, e cioè del voto, non può essere effettivamente controllato, ad occhio nudo e senza particolari competenze, dal cittadino allora si strappa il contratto fiduciario tra eletto ed elettore, viene meno la struttura democratica su cui si poggia lo stato di diritto come è sancito nella parte inalienabile della Costituzione che costruisce la Repubblica. Un’elezione in cui al cittadino viene chiesto di fidarsi di altri che non dei propri occhi è una elezione non democratica, non è un problema tecnico, è un problema di Diritto: è incompatibile con la democrazia, lo stato di diritto e chiaramente con la Costituzione. La tecnologia quindi non c’entra nulla.

Pochi anni fa sarebbe stato impossibile effettuare in sicurezza un bonifico al di fuori della banca, mentre oggi è una operazione possibile e sicura, che ognuno può effettuare dal proprio telefono.

Se esiste un argomento banale e superficiale è questo paragone tra il voto e il sistema dei pagamenti. Chiunque proponga questa analisi, a meno che non lo faccia per motivi meramente propagandistici, mostra di non capire nulla né di democrazia né di sistemi dei pagamenti.

C’è qualcosa che rende estremamente più semplice fare un bonifico o una qualsiasi transazione monetaria online che esprimere un voto attraverso macchine elettroniche. Dicendo che è possibile fare “in sicurezza” un bonifico online, si dà l’idea che le transazioni economiche online siano “effettuate in sicurezza” grazie alle tecnologie dell’informazione, che non vi siano errori e che praticamente non vi siano costi per raggiungere quest’obiettivo. Eppure nulla di tutto questo è vero, non solo i sistemi di pagamento sono affetti da molti e frequenti errori, non solo le truffe sono all’ordine del giorno ma le perdite dovute al malfunzionamento dei sistemi o alle manipolazioni intenzionali o semplicemente alle cattive pratiche, sono questioni di tutti i giorni. La tecnologia non ha reso magicamente più sicure e oneste le transazioni economiche, semplicemente come cittadini e clienti siamo, il più delle volte, indenni da questi problemi perché le imprese ne assorbono i costi, e le imprese ne assorbono i costi, spesso senza discutere, perché sono assicurate o riescono a valutare con precisione quali sono i rischi residui nell’evitare una copertura assicurativa del rischio operativo. In tutto il circuito relativo ai pagamenti, che è comunque sostenuto da tecnologie adeguate ai rischi in gioco, tutto è esprimibile in quantità economiche, e come tale può essere oggetto di valutazioni assicurative che impattano sui costi dei servizi, che in ultima analisi pagano i clienti (sì, la sicurezza di quei bonifici la pagano i clienti). Dal punto di vista di un cliente, un bonifico online si può effettuare “in sicurezza” perché esistono tecnologie adeguate per farlo e, soprattutto, perché se si incappasse in quei casi in cui qualcosa va storto ci sarebbe un assicuratore in grado di sostenere il costo della perdita a favore del cliente.

Nel caso del voto in democrazia non esistono tecnologie adeguate a sostenere i requisiti minimi dello scenario applicativo, i trasferimenti dovuti al voto sono assolutamente monetari ma relativi alla fiducia dei cittadini nei loro rappresentati e sfido chiunque a trovare un assicuratore in grado di coprire il rischio di un broglio elettorale che potrebbe portare nelle mani di un particolare agente in competizione tutte le risorse economiche di un intero stato. Solo il giorno in cui i Lloyds di Londra fossero in grado di emettere una polizza a copertura di tale rischio si potrebbe avere un minimo incentivo a votare con il voto elettronico per il Governo del Paese.

Oggi i cittadini tendono a fidarsi — e dare per acquisito — il metodo tradizionale di voto, ma le cronache ci hanno consegnato molto spesso episodi di brogli. Schede già votate, presidenti di seggio non imparziali. Anche per questo la Camera ha recentemente approvato la proposta di legge, promossa dalla collega Nesci, per elezioni più trasparenti e sicure.

In democrazia nessuno chiede ai cittadini di fidarsi delle procedure elettorali (nessuno tranne i propugnatori di quel voto opaco che è il voto elettronico). Il sistema elettorale basato sulle schede cartacee è basato su una sfiducia costruttiva di ciascuna parte in gioco verso tutte le altre, per questo le parti in gioco sono molte e con interessi variegati: elettori, votanti, componenti del seggio elettorale, forze dell’ordine, uffici amministrativi periferici, uffici amministrativi centrali, stampa e informazione e magistratura. Tutti questi hanno infatti la possibilità, codificata nel processo elettorale, di dire la propria e farla mettere a verbale. Queste dichiarazioni sono atti amministrativi importanti e non è raro che forniscano la base per le successive verifiche ed inchieste della magistratura, con processi e condanne. Questo è possibile perché tutto il processo è visionabile ad occhio nudo. Nel voto elettronico tutte queste parti potrebbero anche essere presenti, ma solo in forma di mera rappresentazione. La loro attività sarebbe di fatto subordinata a quella dell’unica parte che avrebbe in mano le chiavi di tutto il sistema elettorale: i gestori della tecnologia. È vero che nel processo tradizionale di voto ci sono dei brogli, ma se sappiamo che ci sono è perché vengono scoperti e puniti, sempre con pene molto severe. In un sistema di votazione elettronica spesso l’esistenza di un broglio non è verificabile e quindi non è sanzionabile.

Non bisogna temere la decentralizzazione e anzi bisogna considerare che la blockchain permette l’immutabilità delle informazioni e quindi l’impossibilità di manipolarle. Anche per questo credo che questa tecnologia sia utile non solo nel cambiare le modalità di espressione del voto, ma possa dare un importante contributo alla dematerializzazione delle procedure, con la creazione di registri.

È chi sostiene il voto elettronico, ed in particolare la blockchain ad essere fautore di un centralismo assoluto. Propugna infatti l’eliminazione del controllo diffuso del processo elettorale a livello locale di singolo seggio elettorale per concentrarlo in un unico centro, cioè il “software”, che non è solo “centralizzato” ma è anche completamente non verificabile. Anche quando dovesse essere utilizzato un software completamente ispezionabile o addirittura open source (e molto raramente nella storia delle elezioni con macchine elettroniche è stata data questa possibilità ai cittadini), nessuno garantisce mai che questo software sia quello effettivamente usato sui singoli dispositivi e non un software che ne simuli il comportamento e che faccia ciò che uno si aspetta debba fare tranne quando deve operare per manipolare il voto. Il caso a cui si può fare riferimento è quello del software nello scandalo delle auto diesel Wolksvagen (il cosiddetto Dieselgate) che si accorgeva di essere nelle condizioni test e cambiava il proprio comportamento per rimanere all’interno dei parametri di emissione previsti, e poi su strada faceva esattamente come gli pareva. Ecco, il modello è quello. E, come dimostra il caso Wolksvagen, incredibilmente facile da fare e molto difficile da scoprire.

Inoltre la blockchain può garantire (a caro prezzo) che le informazioni in essa introdotte non siano manipolabili, ma non può garantire che non vengano introdotte informazioni già manipolate, o informazioni ulteriori, utili ad esempio, a conoscere le singole scelte dei cittadini e quindi a manipolarne le preferenze. Quel che è peggio è che se usata con sistemi crittografici avanzati una volta inserite le informazioni all’interno non è più possibile disfare le operazioni che hanno portato a quei risultati per verificare che siano state fatte correttamente. Se anche ci fosse una scheda cartacea come “prova” di un voto registrato nella blockchain non esiste alcun motivo per privilegiare l’informazione cartacea (manipolabile fisicamente) a quella della blockchain (manipolabile logicamente). Una eventuale prova lascerebbe la situazione in uno stato indecidibile. È quello che è successo in Brasile dove, alla fine, la Corte Costituzionale ha sentenziato abolendo la controprova cartacea al voto e considerando la registrazione informatica come l’unica valida, per quanto nessuno potesse garantirne la correttezza.

È chiaramente quello che ci si aspetta nel percorso di introduzione del voto elettronico: abbandonare le verifiche “ad occhio nudo”. Forse c’è un motivo, però, per cui gli stati più in alto negli indicatori delle democrazie, come Norvegia, Olanda e Germania stanno abbandonando il voto elettronico e quelle molto in basso come Venezuela, e molti stati africani che non hanno mai brillato stanno adottando il voto elettronico e possibilmente la blockchain. Quali sono i nostri modelli?

Le transazioni su blockchain sono verificabili ed anonime ed è impossibile collegare l’ID della transazione con chi l’ha eseguita.

Incrollabili certezze non sostenute da dati di fatto. Chi afferma che le transazioni su blockchain sono verificabili ed anonime e che è impossibile collegare l’ID della transazione con chi l’ha eseguita dice, dal punto di vista tecnico, una fandonia fantasiosa. Anche un programmatore alle prime armi adeguatamente istruito può costruire una blockchain in poche righe di un qualsiasi linguaggio di programmazione per fare una blockchain con transazioni non verificabili, non anonime e il cui ID sia collegatp a filo doppio a colui che esegue la transazione. La blockchain è una tecnologia e la si plasma come vuole il programmatore. Ma anche se ci si riferisce ad un particolare tipo di blockchain, quella di Bitcoin, che avrebbe la caratteristiche indicate è ben noto, nel mondo della ricerca e sicuramente in quello delle forze dell’ordine, che è possibile agevolmente superare tutte queste sono caratteristiche con un minimo sindacale di attività di intelligence. E se la blockchain del voto dovesse essere pubblica tutti possono farlo, ma se non fosse pubblica che blockchain sarebbe?

Se ci fossero dei profili di forte criticità su questo aspetto, questa tecnologia non sarebbe nemmeno considerata in campo sanitario e invece proprio questa settimana sono stati presentati dei progetti come quello promosso dall’Istituto Superiore di Sanità per lo studio delle terapie delle epatiti virali. Sperimentare non fa male. Il progresso è sempre andato avanti per tentativi ed errori.

In effetti invece ci sono profili di forte criticità su quest’aspetto, solo che l’ideologia di cui si fanno promotori i sostenitori del voto elettronico non vuole o non sa vederli. I profili di forte criticità sono molto chiaramente espressi dai principali esperti, tecnologi e scienziati, delle materie che  hanno a che fare con le tecnologie dell’informazione. Il fantasioso controesempio qui riportato con la presentazione di una ricerca in un campo che nulla ha a che vedere con il voto democratico è semplicemente inutile. È probabile che lo stesso ricercatore citato neppure lontanamente porterebbe il suo lavoro come sostegno alla tesi che la blockchain possa essere usato nel voto democratico.

Chi dice che adottante il voto elettronico stiamo mettendo a rischio la democrazia fa un’esagerazione soprattutto se, più in generale, si guarda all’esperienza ormai decennale dell’Estonia. Non bisogna aver paura di sperimentare. Gli esperimenti di voto tramite Blockchain fin qui fatti (penso a Tsukuba in Giappone, a Zugo in Svizzera o al West Virginia in America) non hanno riscontrato esiti negativi. Si tratta di piccole platee, ma è così che si inizia per garantire un sistema sempre più efficiente oltre che sicuro.

Il caso dell’Estonia, che è l’unico paese che ha fatto dell’e-voting una realtà, va letto all’interno di un più generale sistema di adozione avanzatissima di controllo della vita sociale dei cittadini attraverso tecnologie dell’informazione. Provenendo dalla precedente esperienza di repubblica sovietica, l’Estonia non fornisce ai propri cittadini lo stesso livello di garanzie di privacy e autonomia che sono previste solitamente dai paesi occidentali. All’interno di questo quadro, va anche sottolineato che alcune ricerche hanno verificato come l’adozione del voto elettronico in Estonia abbia fornito l’occasione per sostenere politiche di discriminazione attiva delle minoranze. Infine, come già riportato in precedenza, le analisi tecnologiche (e persino la cronaca recente) hanno stabilito che i livelli di sicurezza propagandati dal Governo siano tutt’altro che verificati alla prova dei fatti. L’Estonia, in cui il voto elettronico, anche online, coesiste con il voto cartaceo in uno schema per cui è sempre quest’ultimo ad essere privilegiato, è senza dubbio un caso, unico, di studio, ma considerarlo come modello di riferimento in luogo di paesi le cui democrazie sono più avanzate secondo gli standard condivisi è senza dubbio alquanto arrischiato.

Gli altri esperimenti di voto con l’uso della blockchain citati sono casi, come detto in precedenza, che non hanno alcuna rilevanza in relazione al voto di una intera nazione, o regione, o parti significative di essa per l’elezione di un corpo istituzionale. È evidente che chi propone questi come esempi di voto elettronico non ha approfondito la conoscenza oltre una news su qualche sito secondario ripostata all’infinito da tutto quell’ecosistema di siti pro-Bitcoin mantenuti il più delle volte dai rapaci truffatori che ti telefonano per indurre la gente ad investire su Bitcoin.  A quel punto sono molto più significative le tante sperimentazioni di voto elettronico fatte in Italia fin dagli anni 2000. Quello che è interessante è che le motivate obiezioni di tecnologi e scienziati sono un’esagerazione, e non lo sia la previsione di adottare di una tecnologia inabile a gestire neppure le votazioni di una organizzazione parrocchiale.

La fiducia aumenta se il cittadino percepisce un miglioramento della propria vita grazie alla tecnologia. Penso ad esempio alle possibili applicazioni della blockchain nella PA. Condivido con lei la necessità di aiutare la comprensione del cittadino comune di fronte a strumenti che rimangono aggiuntivi e non sostitutivi. E’ uno sforzo prima di tutto educativo e culturale su cui bisogna investire per dare possibilità di maggiore inclusione e partecipazione.

Al di là degli slogan alla Henry Ford divulgati da una scadente pubblicità televisiva non si capisce proprio perché invece di affrontare seriamente il problema dell’innovazione delle procedure amministrative della democrazia, anche con l’adozione di strumenti tecnologici, cioè invece di iniziare dalla testa, si pretenda di affrontare l’argomento dalla coda usando parole senza senso per non smuovere nulla con un’inutile macchina del vapore come la blockchain.

La blockchain ad oggi non ha risolto alcun problema, nemmeno quelli per cui era stata creata. Alla prova dei fatti si è visto che alle indubbie potenzialità teoriche non corrispondono pragmatiche ed efficaci implementazioni. La blockchain risulta essere più un problema che un vantaggio anche nell’unico caso che potrebbe considerarsi di successo, cioè Bitcoin, che comunque non ha mantenuto le proprie promesse e ha finito per essere lo strumento per la costruzione di un’intera economia della truffa, ed è diventato cosa molto differente da quelle che avrebbe dovuto essere (e le recenti evoluzioni dei fork della rete Bitcoin lo dimostrano).

L’introduzione della tecnologia nel processo democratico è cosa buona, purché la tecnologia migliori veramente la vita dei cittadini e non metta a repentaglio i loro diritti fondamentali, e purché la tecnologia serva a controllare il Potere e non ad essere ulteriormente controllati da esso.

Cosa si può fare per introdurre la tecnologia nel processo democratico?

Se qualcuno vuole cimentarsi con questi temi, senza che nessun tecnologo o scienziato gli sia contrario, potrebbe proporre una legge per l’introduzione di tutte le possibili forme di voto elettronico palese, quelle cioè in cui l’anonimato del votante è escluso alla fonte. Ad esempio la sottoscrizione delle liste elettorali, in modo da evitare le incresciose esperienze che hanno colpito un po’ tutti i partiti di raccolta di firme false, o quelle per la sottoscrizione delle leggi di iniziativa popolare o dei referendum. Cose facili da fare, con rischi sistemici limitati, che aumentano la potenziale democratica dei cittadini e li coinvolgono nel processo decisionale dello stato.

Cosa si può fare per gli italiani residenti all’estero?

Se qualcuno vuole cimentarsi con il tema del voto degli italiani all’estero potrebbe proporre un’analisi geolocalizzata degli appartenenti all’AIRE in modo da stabilire, come hanno fatto altri paesi, la più efficiente distribuzione di seggi elettorali esteri, presso consolati, ambasciate o altri presidi nazionali all’estero, come fanno francesi e tedeschi, limitando il voto postale solo a coloro che si iscrivono attivamente alle liste elettorali e che risultano essere troppo distanti dai seggi esteri. Perché il voto degli italiani all’estero è un diritto che nessuno vuole levargli, ma è ingiusto che godano di una disparità di trattamento rispetto agli italiani in patria, che gli permette di votare sul divano, o vendere liberamente e senza controindicazioni la propria scheda elettorale (o la password di un eventuale sito per il voto online), non lo è affatto.  Inoltre bisognerebbe limitare la possibilità di voto solo a quei cittadini che esprimono attivamente la volontà di votare nelle elezioni, in modo da sottrarre alle organizzazioni malavitose il controllo delle schede elettorali spedite in giro per il mondo che spesso, ad insaputa dello stesso elettore, finiscono nelle mani di queste organizzazioni (come più volte documentato).

Per altre informazioni sul tema del voto elettronico si veda

E-voting e il caso Estonia

UNA RISPOSTA

Buongiorno,
ho letto la sua analisi sul voto elettronico in Estonia ( in https://www.studiocataldi.it/articoli/33508-e-voting-e-il-caso-estonia.asp ) che si conclude affermando che «Il voto elettronico è quindi in grado di fornire risposte conformi alle esigenze costituzionali». Ciò perché il voto elettronico, come quello Estone, garantirebbe i «seguenti principi costituzionali»

  • suffragio universale
  • libertà di voto
  • segretezza.

È bello quando qualcuno esprime incrollabili certezze ed sempre un po’  brutto dover infrangere quelle altrui ma purtroppo è mio compito, come segretario del Comitato sui Requisit del Voto in Democrazia richiamarla ad alcune, piccole, questioni che non ha evidentemente considerato in questo suo motivato giudizio costituzionale.
La Corte Costituzionale italiana non è stata mai chiamata a deliberare in materia di voto elettronico, è speranza appunto del nostro comitato che lo sia. Affermare che il voto elettronico fornisca risposte alle esigenze costituzionali in Italia poiché adottato in una repubblica ex-sovietica forse è una tesi azzardata.

La Corte Costituzionale tedesca invece ha affrontato il problema del voto elettronico e pur non escludendolo in teoria ne ha chiaramente decretato la fine in Germania quando ha determinato che il voto elettronico risulta essere incompatibile con la Costituzione, con le fondamenta dello stato di diritto, della Repubblica e della democrazia stessa in quanto l’utilizzo di macchine per il voto, che registrano elettronicamente le scelte degli elettori e gestiscono l’aggregazione e la comunicazione del risultato elettorale, soddisferebbe i requisiti costituzionali solo se i passaggi essenziali del voto e della constatazione del risultato potessero essere esaminati in modo affidabile e senza alcuna conoscenza specialistica della materia da parte di qualsiasi cittadino.  Abbiamo integralmente tradotto la sentenza della Corte e pubblicata online qui:

https://crvd.org/sentenza-incostituzionalita-voto-elettronico/

Il sistema elettorale estone sarebbe assolutamente anticostituzionale in Germania.
Ma scendendo nel dettaglio dei principi elettorali che sarebbero garantiti, secondo lei, dal voto estone andrebbe detto che:

  • suffragio universale: il voto estone è stato criticato proprio perché ha distorto in maniera significativa il suffragio sottorappresentando le minoranze di etnia russa in quanto la sua adozione ha permesso alle elite estoni, spesso neppure presenti sul territorio nazionale, o comunque non personalmente identificabili di partecipare al voto online, dove l’identità personale era garantita solo dalla presenza di una carta di indentità elettronica e non da un riconoscimento d’autorità, come invece avviene nella stragrande maggioranza dei paesi di democrazia avanzata;
  • libertà di voto: ricerche indipendenti hanno verificato, attraverso la valutazione dei tempi di acquisizione dei voti, che le preferenze espresse online godevano di bassisima variabilità, confermando l’ipotesi di ricerca che i voti fossero coordinati a livello di nucleo familiare sotto il controllo di una singola decisione, difficile parlare di «libertà di voto» in questo caso;
  • segretezza il gruppo di esperti indipendenti invitati a supervisionare il voto estone ha trovato notevoli possibilità di manipolare il voto, che avveniva su terminali non controllati nelle case dei votanti, attraverso l’iniezione di virus e malware nella piattaforma che permettevano, nella migliore delle ipotesi la divulgazione del voto, nella peggiore l’effettiva manipolazione.

Può avere una prima idea delle questioni in quest’articolo del Guardian, ma sarò felice se vuole girarle la vasta letteratura che ho raccolto sull’argomento.

https://www.theguardian.com/technology/2014/may/12/estonian-e-voting-security-warning-european-elections-research

Lo stato ‘smart’ estone è un esempio di estrema invasione nella privacy del cittadino discendente dalla precedente situazione di controllo sociale sovietico che molto mal si accorda con la sensibilità verso la privacy individuale delle moderne democrazie occidentali. All’interno di questo modello, il voto elettronico non è che uno dei tasselli più critici.

Nella speranza di aver fatto cosa utile la invito a considerare la lettura del nostro blog e delle risorse sul sito dove stiamo tentando di fare chiarezza sulla questione del voto elettronico.

Grazie dell’attenzione,

Emmanuele Somma
segretario del Comitato dei Requisiti del Voto in Democrazia

La scheda online è sicura?

Voto elettronico – Il progetto di introdurre la partecipazione alle tornate elettorali via web si scontra con la preoccupazione di intrusioni esterne e di manipolazione dei risultati

/ 11.02.2019 
di Marzio Rigonalli su
https://www.azione.ch/attualita/dettaglio/articolo/la-scheda-online-e-sicura.html

Avremo presto la possibilità di votare tramite smartphone, tablet o computer? Il voto elettronico diventerà presto la terza possibilità di dichiarare la nostra volontà in caso di votazioni ed elezioni, accanto al voto che possiamo già esprimere per corrispondenza, o recandoci alle urne?

La questione è diventata d’attualità in seguito a due recenti fatti. Il primo risale a dicembre, quando il Consiglio federale ha mandato in consultazione un progetto di modifica della legge federale sui diritti politici. La modifica prevede l’introduzione dell’e-voting e la consultazione durerà fino alla fine del prossimo aprile. Il secondo fatto risale a gennaio ed è stato l’annuncio di un’iniziativa popolare che vuole contrastare il progetto e che chiede di proibire l’e-voting finché non sarà sicuro e protetto da possibili manipolazioni. L’iniziativa è denominata «Per una democrazia sicura ed affidabile» e prevede una moratoria di almeno cinque anni. La raccolta delle firme dovrebbe iniziare già questo mese. Il comitato promotore dell’iniziativa è presieduto dal consigliere nazionale lucernese Franz Grütter (UDC) e comprende politici di altri partiti, nonché professionisti attivi nel settore informatico.

Che cosa si è fatto finora per favorire il voto elettronico? Gli esperimenti sono iniziati nel 2004 ed hanno coinvolto una quindicina di cantoni, per più di trecento votazioni ed elezioni. Oggi dieci cantoni propongono l’e-voting ad una parte del loro elettorato. In cinque (FR, BS, SG, NE, GE) sono ammessi alle prove sia gli svizzeri all’estero che gli aventi diritto di voto domiciliati in Svizzera; in cinque cantoni (BE, LU, AG, TG, VD) possono votare per via elettronica soltanto i residenti all’estero. Alcuni cantoni hanno rinunciato a queste sperimentazioni, Uri e Soletta per esempio. L’ultimo in ordine di data è il canton Giura, il cui parlamento, pochi giorni prima di Natale, ha rifiutato d’introdurre questo nuovo strumento nella legge sui diritti politici.

La coordinazione di tutte le sperimentazioni è assunta dalla Cancelleria federale. Il cancelliere Walter Thurnherr ha investito molte energie nel progetto ed è determinato a portarlo a buon fine. Per questo vien chiamato anche «Mister e-voting». I cantoni, però, rimangono autonomi. Spetta a loro decidere se e quando vogliono testare l’e-voting e attraverso quale sistema intendono proporlo. Sono due quelli che vengono utilizzati dai cantoni: quello del canton Ginevra e quello della Posta svizzera, ma in realtà presto uno solo rimarrà attivo. Lo scorso novembre, per ragioni apparentemente soltanto finanziarie, Ginevra ha deciso di non sviluppare più il suo sistema e di rinunciare, a partire da febbraio del 2020, a gestire un sistema proprio. I costi per lo sviluppo e la gestione sono elevati ed i cantoni che avevano adottato il sistema di Ginevra non hanno accettato di parteciparvi finanziariamente. La rinuncia di Ginevra ha costretto alcuni cantoni ad orientarsi verso il sistema della Posta svizzera ed ha sicuramente inferto un duro colpo a tutto il progetto dell’e-voting.

Sulla base delle esperienze degli ultimi quindici anni, il Consiglio federale ha ritenuto che il voto elettronico abbia ormai raggiunto un livello di sicurezza tale da poter essere introdotto come terza possibilità di espressione della volontà popolare nelle votazioni e nelle elezioni, accanto al voto di persona ed al voto per corrispondenza. E come è ormai tradizione, ha messo il suo progetto in consultazione. Agendo così, il governo federale ha risposto ad un’esigenza legata allo sviluppo ed al divenire delle nuove tecnologie, nonché ad una storica rivendicazione degli svizzeri all’estero. Sono anni che la Quinta Svizzera, per ovviare ai non pochi ostacoli di distanza e di tempo legati al voto tradizionale, chiede di poter votare elettronicamente. È una rivendicazione legittima, anche se, in realtà, tocca poco più di alcune decine di migliaia di persone. Le statistiche indicano che su 750 mila svizzeri all’estero soltanto il 5 per cento partecipa regolarmente alle votazioni ed alle elezioni.

Le intenzioni del Consiglio federale si scontrano con un diffuso scetticismo nei confronti del voto elettronico. Partendo dalle notizie di attacchi informatici e di dati piratati, diffuse quasi quotidianamente, molti cittadini si chiedono se l’e-voting sia sufficientemente sicuro, ossia se l’espressione della volontà popolare venga protetta e garantita nello stesso modo come avviene con il voto tradizionale. Sono ancora ben presenti gli attacchi informatici subiti dal Dipartimento federale degli esteri e dalla Ruag, la società controllata dalla Confederazione e specializzata nell’industria delle armi. Tra i scettici, gli uni vorrebbero poter verificare le fasi principali del voto senza dover disporre di particolari competenze informatiche, e non sono certi di poterlo fare; gli altri sostengono che a contare i voti non saranno più i semplici cittadini come avviene ora, bensì un ristretto gruppo di esperti addetti alla conta, di cui ci dobbiamo fidare. I più pessimisti pensano che troppi sono i rischi che gravano sul voto elettronico, soprattutto per quanto riguarda l’affidabilità del risultato finale, e che pochi sono i vantaggi che ne deriverebbero. Ne approfitterebbe soltanto una minoranza di cittadini, soprattutto gli svizzeri residenti all’estero e le persone con disabilità. Infine, alla lista degli scettici conviene aggiungere anche chi sostiene che l’e-voting non aumenterebbe la partecipazione al voto e chi invita a guardare oltre le frontiere nazionali ed a ispirarsi a quei paesi, come per esempio la Francia e la Norvegia, che hanno sospeso i loro progetti o addirittura rinunciato al voto elettronico.

La certezza che i nostri clic non verranno hackerati è fondamentale prima di poter introdurre il voto elettronico. È in gioco l’attendibilità dei risultati delle votazioni e delle elezioni e, in fin dei conti, la credibilità della democrazia attraverso il voto popolare. Manipolazioni accertate, o soltanto sospettate, minerebbero la legittimità di una decisione popolare e porterebbero un grande pregiudizio all’esercizio democratico. Il lancio dell’iniziativa «per una democrazia sicura ed affidabile» è opportuno e potrebbe rivelarsi molto utile per la formazione della volontà popolare. Se verranno raccolte le firme necessarie, fautori e scettici dell’e-voting avranno la possibilità di dibattere, di affrontare i numerosi problemi insiti in questa tematica e di rispondere alle tante domande che oggi vengono poste. Le nuove tecnologie non vanno rifiutate a priori; presentano agevolazioni e vantaggi accertati ed indiscussi. Devono però tener conto delle esigenze del convivere democratico e vanno adeguate ai valori su cui si fonda questo convivere.

Allarme hacker sulle elezioni europee: il pericolo non è solo informatico

CYBER SECURITY

di Giancarlo Calzetta 27 gennaio 2019 Il Sole 24 Ore

In un mondo in cui siamo sempre connessi, sembra naturale pensare che prima o poi arriveremo a votare elettronicamente, ma il passo da compiere per lasciare le romantiche schede di carte e la matita permanente alle teche dei musei potrebbe essere molto più grande e complesso di quanto non si pensi.

GUARDA IL VIDEO / L’hacker olandese: buttate i computer per salvare la democrazia


Dopo quanto abbiamo visto accadere nel 2016, con i tentativi degli hacker informatici di influenzare le elezioni presidenziali statunitensi tramite furto di dati e spionaggio ai danni del candidato democratico, ogni trasformazione digitale applicata alla vita politica deve essere soppesata con un occhio diverso rispetto al passato.

L’antidoto olandese agli hacker russi: alle prossime elezioni solo conteggi manuali

«Le problematiche relative al voto elettronico – dice Stefano Zanero, professore associato del Politecnico di Milano da tempo attento ai temi del voto elettronico – sono molte e non tutte connesse con la parte più ‘tecnologica’ delle operazioni. Anzi, le più complesse sono proprio quelle di carattere diverso».
«Finora – continua Zanero – si sono trovate moltissime falle nei sistemi di voto elettronico, sia open source sia proprietari, ma non si è mai avuta notizia del fatto che siano state sfruttate per falsare una votazione». Questo significa che nessuno ha mai davvero provato ad arrivare fino “all’ultimo miglio” della compromissione delle elezioni, forse anche grazie al fatto che in Europa è rimasta solo l’Estonia a usare un sistema di voto elettronico esteso, ma se un giorno qualcuno dovesse decidere di farlo avrebbe grandi possibilità di trovare delle falle da sfruttare.

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Non è solo una questione tecnologica
Come se il pericolo “diretto” non bastasse, ci sono anche problemi che non dipendono direttamente dalla tecnologia. «Un altro grave problema del voto elettronico – continua Zanero – è che si pensa di usarlo per rendere possibile il voto ‘a distanza’. In questo caso, la semplice autenticazione con username e password non permetterebbe alcun controllo sulla vera identità di chi sta inserendo la preferenza, rendendo molto più semplici ampie operazioni di voto di scambio o di vero e proprio hacking delle votazioni se qualcuno riuscisse a mettere le mani sul database degli utenti».
Inoltre, c’è il problema degli archivi che andrebbero a raccogliere i voti connessi a Internet. «Le macchine su cui si vota – dice Zanero – non andrebbero mai collegate in rete, per evitare compromissioni di massa. Se qualcosa è connesso, diventa vulnerabile».

Non c’è quindi un modo per rendere sicure le macchine per il voto? «Dei sistemi tecnici ci sono, ma sono complessi. Per esempio, si dovrebbe fare in modo che le macchine che registrano i voti producano anche una prova fisica di quello che viene registrato nel loro database, in modo da poter fare delle verifiche a campione o in caso di dubbio. Ma ricordiamo che il problema più grande all’adozione del voto elettronico sta altrove».
Infatti, c’è un tema che non ha nulla a che fare con la soluzione tecnologica che si va a usare, ma resta nel campo del principio alla base della democrazia: la possibilità del controllo. «Quando ci sono delle votazioni – continua Zanero – chiunque può andare in un seggio e controllare che tutto si svolga secondo le norme, osservando i lavori dall’apertura dei seggi fino alla fine dello spoglio. Informatizzando tutto, questo non sarebbe più possibile. Solo i tecnici altamente specializzati potrebbero controllare e seguire tutto, tagliando fuori la stragrande maggioranza della popolazione e questo è incostituzionale in molti Paesi».

Del resto, questo è proprio il motivo per cui la Germania e l’Olanda hanno deciso di non procedere all’impianto di un sistema di voto elettronico.
Possiamo quindi star tranquilli e contare su elezioni al sicuro dagli hacker? 
Purtroppo, no. All’opera, infatti, ci sono stuoli di ‘hacker social’ che miscelano competenze informatiche e sociologiche per influenzare gli elettori, come si sospetta sia accaduto nelle presidenziali USA del 2016 e durante la campagna per il referendum sulla Brexit.Molti di questi hacker sembrano lavorare nell’azienda russa Sputnik, sono ormai all’opera da anni sul Vecchio Continente e hanno sviluppato tecniche estremamente sofisticate ed efficaci per indirizzare l’opinione pubblica verso ben determinati schieramenti politici.
Secondo un articolo apparso su Politico.eu, disegni ben precisi per influenzare l’opinione pubblica tramite l’utilizzo dei social network sono stati riscontrati durante i dibattiti che riguardavano l’indipendenza catalana, per suscitare in Olanda sentimenti negativi nei confronti dell’Ucraina, per aizzare il fermento dei gilet gialli francesi e gettare benzina sul fuoco delle vicende italiane riguardanti l’immigrazione clandestina e i flussi migratori.
Secondo un’analisi apparsa in un articolo di El Pais, sui social network del nostro Paese appariva chiaro come nelle argomentazioni portate da chi si diceva a favore di una politica di accoglienza si trovassero una moltitudine di fonti che spaziavano da Open Immigration a Famiglia Cristiana, passando per The Guardian e VICE. Per quello che riguardava le comunità antimmigrazione, invece, il numero di fonti si riduceva drasticamente, con Sputnik Italia che figurava al secondo posto tra le fonti più citate e con il 90.4% dei contenuti distribuiti da Sputnik Italia e Russia Today che circolavano proprio nelle comunità antimmigrazione.

Ma perché la Russia vuole influenzare le elezioni?
Innanzitutto, bisogna mettere in chiaro che il governo russo ha sempre smentito ogni suo coinvolgimento in queste operazioni. Ciononostante, i sospetti che ci sia un piano del Cremlino sono estremamente diffusi in moltissime agenzie di intelligence e l’obiettivo finale sarebbe quello di sgretolare la cultura di collaborazione e unificazione che stava facendo crescere molto rapidamente l’area NATO attorno ai confini russi. Ma forse non è tutto lì. Sputnik e Russia Today, infatti, operano praticamente sotto il Sole e il motivo è forse anche da ricercarsi nel fatto che alcune forze politiche sono ben contente di ricevere un aiuto, senza valutare o volutamente sottovalutando le conseguenze sul medio/lungo periodo.

Vo­to elet­tro­ni­co sot­to at­tac­co

Po­li­ti­ci e in­for­ma­ti­ci in­ten­do­no lan­cia­re un’ini­zia­ti­va al fi­ne di bloc­ca­re per al­me­no 5 an­ni l’e-vo­ting Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co il vo­to on­li­ne non è an­co­ra ab­ba­stan­za si­cu­ro e met­te­reb­be in pe­ri­co­lo la de­mo­cra­zia el­ve­ti­ca

laRegione / 26 Jan. 2019 / Ats/Ba­re

Bal­tha­sar Glät­tli (a de­stra) e Clau­dio Luck del Chaos Com­pu­ter Club

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Il vo­to elet­tro­ni­co non è si­cu­ro. E di con­se­guen­za non de­ve es­se­re adot­ta­to, per il mo­men­to, a li­vel­lo na­zio­na­le. Lo so­sten­go­no in­for­ma­ti­ci e po­li­ti­ci, sia di de­stra, sia di si­ni­stra, che ie­ri han­no pre­sen­ta­to un’ini­zia­ti­va po­po­la­re che mi­ra a in­tro­dur­re una mo­ra­to­ria sull’e-vo­ting. Se­con­do un co­mi­ta­to in­ter­par­ti­ti­co, pre­sie­du­to dal con­si­glie­re na­zio­na­le Franz Grü­ter (Udc/Lu), il vo­to elet­tro­ni­co è un pe­ri­co­lo per la de­mo­cra­zia. Per i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, che do­vreb­be es­se­re uf­fi­cial­men­te lan­cia­ta a me­tà feb­bra­io, l’e-vo­ting va quin­di proi­bi­to al­me­no per cin­que an­ni. Il Par­la­men­to po­trà in se­gui­to re­vo­ca­re il di­vie­to, ma so­lo quan­do il vo­to elet­tro­ni­co sa­rà pro­tet­to da ma­ni­po­la­zio­ni al­me­no tan­to quan­to quel­lo tra­di­zio­na­le al­le ur­ne. In par­ti­co­la­re, gli elet­to­ri de­vo­no po­ter ve­ri­fi­ca­re le fa­si prin­ci­pa­li del vo­to an­che sen­za di­spor­re di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze, de­ve es­se­re pos­si­bi­le de­ter­mi­na­re la ve­ra vo­lon­tà dei cit­ta­di­ni e in­fi­ne i con­teg­gi de­vo­no es­se­re af­fi­da­bi­li. At­tual­men­te que­ste con­di­zio­ni non so­no an­co­ra sod­di­sfat­te, ha di­chia­ra­to Grü­ter. A di­mo­stra­zio­ne di ciò, gli hac­ker di Chaos Com­pu­ter Club Swi­tzer­land (Ccc-Ch) han­no ci­ta­to l’esem­pio di Gi­ne­vra, do­ve so­no riu­sci­ti a vio­la­re il si­ste­ma di e-vo­ting. Lo scor­so no­vem­bre il Can­to­ne ave­va an­nun­cia­to che non avreb­be pro­se­gui­to con lo svi­lup­po del suo si­ste­ma, ma a cau­sa dei co­sti ele­va­ti e non dei pro­ble­mi di si­cu­rez­za emer­si. Per Grü­ter, pe­rò, que­sto ca­so di­mo­stra che il ri­schio di ma­ni­po­la­zio­ni in oc­ca­sio­ne di vo­ta­zio­ni o ele­zio­ne è al­to. Chia­ra­men­te è pos­si­bi­le im­bro­glia­re an­che vo­tan­do per cor­ri­spon­den­za, ha dal can­to suo af­fer­ma­to lo spe­cia­li­sta in­for­ma­ti­co non­ché con­si­glie­re na­zio­na­le Bal­tha­sar Glät­tli (Ver­di/Zh), ma nel vo­to elet­tro­ni­co è mol­to più fa­ci­le ef­fet­tua­re at­tac­chi su lar­ga sca­la. E que­sto mi­ne­reb­be la fon­da­men­ta­le fi­du­cia nel­la de­mo­cra­zia. Se­con­do l’ex con­si­glie­re na­zio­na­le so­cia­li­sta Jean Ch­ri­sto­phe Sch­waab (Vd), il vo­to elet­tro­ni­co por­te­reb­be an­che a un mi­nor con­trol­lo de­mo­cra­ti­co: a con­ta­re i vo­ti non sa­ran­no più sem­pli­ci cit­ta­di­ni co­me lui. Bi­so­gne­rà quin­di fi­dar­si cie­ca­men­te di po­chi esper­ti ad­det­ti al­la con­ta. Inol­tre, vi so­no azien­de pri­va­te che of­fro­no que­sti si­ste­mi e di con­se­guen­za sus­si­ste una mi­nac­cia di pri­va­tiz­za­zio­ne del pro­ces­so. Il fat­to che l’e-ban­king fun­zio­ni e sia mol­to dif­fu­so, non tran­quil­liz­za i pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va: in ca­so di at­tac­chi in­for­ma­ti­ci, la ban­ca ri­le­va del­le ano­ma­lie e i clien­ti con­sta­ta­no la man­can­za di sol­di sul con­to, ha so­ste­nu­to la gran­con­si­glie­ra zu­ri­ghe­se Pri­sca Kol­ler (Plr). In ca­so di ma­ni­po­la­zio­ni del vo­to elet­tro­ni­co nes­su­no si ac­cor­ge­reb­be del dan­no su­bi­to. Un at­tac­co hac­ker nuo­ce­reb­be quin­di all’in­te­ra so­cie­tà, e non so­lo al­la ban­ca o al suo clien­te, ha ag­giun­to. Stan­do ai pro­mo­to­ri dell’ini­zia­ti­va, di­ver­si Sta­ti eu­ro­pei han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te al lo­ro si­ste­ma di vo­to elet­tro­ni­co. Ol­tre al­la vul­ne­ra­bi­li­tà, è in­fat­ti emer­so che l’e-vo­ting non au­men­ta la par­te­ci­pa­zio­ne al vo­to, nep­pu­re quel­la dei gio­va­ni. Inol­tre, il vo­to non vie­ne sem­pli­fi­ca­to vi­sto che è an­co­ra ne­ces­sa­rio spe­di­re una bu­sta: l’in­te­ro pro­ces­so vie­ne co­mun­que ef­fet­tua­to su car­ta e i co­sti so­no ele­va­ti. In Sviz­ze­ra il vo­to elet­tro­ni­co è at­tual­men­te pos­si­bi­le in via spe­ri­men­ta­le in die­ci can­to­ni. Se­con­do la Can­cel­le­ria fe­de­ra­le, in ol­tre 300 vo­ta­zio­ni su un pe­rio­do di 15 an­ni, non so­no sta­ti ri­scon­tra­ti pro­ble­mi so­stan­zia­li. L’e-vo­ting è quin­di si­cu­ro (cfr. ar­ti­co­lo sot­to). In di­cem­bre il Con­si­glio fe­de­ra­le ha in­fat­ti av­via­to una pro­ce­du­ra di con­sul­ta­zio­ne per una mo­di­fi­ca del­la leg­ge fe­de­ra­le sui di­rit­ti po­li­ti­ci al­lo sco­po di of­fri­re a tut­ti i cit­ta­di­ni que­sta pos­si­bi­li­tà, che si ag­giun­ge­rà al vo­to al­le ur­ne e per cor­ri­spon­den­za. Tut­ti i ten­ta­ti­vi di fer­ma­re ta­le in­tro­du­zio­ne so­no fal­li­ti, per que­sto il co­mi­ta­to ha de­ci­so di lan­cia­re l’ini­zia­ti­va. I pro­mo­to­ri avreb­be­ro an­che po­tu­to at­ten­de­re i ri­sul­ta­ti del­la con­sul­ta­zio­ne e se ne­ces­sa­rio lan­cia­re il re­fe­ren­dum, ma que­sto non im­pe­di­reb­be gli at­tua­li te­st, han­no spie­ga­to. La rac­col­ta del­le fir­me ini­zie­rà non ap­pe­na 10’000 cit­ta­di­ni si sa­ran­no det­ti di­spo­sti a rac­co­glie­re cin­que fir­me cia­scu­no.

Richiesta di rettifica all’Agenzia Giornalistica Italia per un articolo sul voto elettronico

Gentile Direttore,

nell’articolo di Giovanni Lamberti «Il M5s vuole il voto elettronico per le prossime Politiche» del 20 gennaio 2019

https://www.agi.it/politica/voto_online_elettronico_m5s-4870759/news/2019-01-20/

sono presenti significative inesattezze che non possono non essere attribuite alla testata e al lavoro giornalistico svolto per la redazione dell’articolo per cui vi chiedo, in qualche forma, di porre rimedio, richiamando se possibile la rettifica nell’articolo originale in modo che i lettori possano farsi un’idea completa dell’argomento.

1. La Norvegia, citata molte volte in passaggi non intesi come citazione, ha abbandonato già nel 2014 il voto elettronico dopo test estesi e controllati.

https://www.regjeringen.no/en/aktuelt/Internet-voting-pilot-to-be-discontinued/id764300/

Anche le analisi preliminari ai test condotti  già nel 2011 verificarono che il voto norvegese fosse solo parzialmente compatibile con le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa sulle elezioni.

https://www.regjeringen.no/globalassets/upload/krd/prosjekter/e-valg/evaluering/topic7_assessment.pdf

Anche dal punto di vista della velocità e dell’efficienza il voto non dimostrò un miglioramento definitivo nelle operazioni di conteggio e di produzione dei risultati.

https://www.regjeringen.no/globalassets/upload/krd/prosjekter/e-valg/evaluering/topic4_assessment.pdf

In definitiva la Norvegia rappresenta piuttosto uno dei migliori controesempi all’applicazione del voto elettronico visto anche il fatto che negli indici di democrazia occupa uno dei posti più alti, se non il primo, al mondo.

Visto che la sua testata vuole connotarsi con una particolare attenzione alle fonti, forse dovrebbe consigliare al giornalista, al suo prossimo articolo sull’argomento che evidentemente non padroneggia, di fare un minimo di ricerca cone le chiavi di ricerca su Google: come «norway e-voting» e limitarsi a leggere anche i soli  due  primi risultati.

2. L’intera affermazione: «…per avvicinarsi a Paesi baltici e scandinavi come l’Estonia e la Norvegia che da tempo usano l’e-voting» risulta fasulla. Non volendo fare ricerche più approfondite, sarebbe bastata una ricerca sull’apposita pagina di Wikipedia per accorgersi che dei paesi baltici e scandinavi nessuno, oltre l’Estonia, adotta il voto elettronico. La pagina Wikipedia è:

https://en.wikipedia.org/wiki/Electronic_voting_by_country

Non fidandosi, come è opportuno per un giornalista, di Wikipedia, anche qui una semplice ricerca su Google con le chiavi, ad esempio: «Latvia e-voting» o «Lithuania e-voting» si sarebbe facilmente potuto arrivare a fonti primarie valide.

3. L’affermazione «In alcuni Paesi europei come la Germania si è deciso di non seguire questa strada proprio per i problemi legati alla sicurezza» è falsa in quanto la Germania, attraverso una nota sentenza della Corte Costituzionale che tralasciava completamente gli aspetti tecnologici o relativi alla sicurezza, ha determinato che il voto elettronico risulta essere incompatibile con la Costituzione, con le fondamenta dello stato di diritto, della Repubblica e della democrazi stessa in quanto l’utilizzo di macchine per il voto, che registrano elettronicamente le scelte degli elettori e gestiscono l’aggregazione e la comunicazione del risultato elettorale, soddisferebbe i requisiti costituzionali solo se i passaggi essenziali del voto e della constatazione del risultato potessero essere esaminati in modo affidabile e senza alcuna conoscenza specialistica della materia da parte di qualsiasi cittadino.  Abbiamo integralmente tradotto la sentenza della Corte e pubblicata online qui:

https://crvd.org/sentenza-incostituzionalita-voto-elettronico/

La sicurezza quindi con la Germania non c’entra nulla. In compenso altre nazioni, come i Paesi Bassi, dopo un esteso uso del voto elettronico, lo hanno abbandonato, ufficialmente, per l’incapacità di garantire un processo elettorale sicuro e ordinato e messo al riparo da interferenze di eventuali potenze estere interessate a destabilizzare il processo democratico.

4.  «Si tratterebbe di una platea – secondo quanto è stato stimato – di circa un milione di persone, quante più o meno votano a votare [sic!] in Estonia con l’e-voting.»

Anche qui sarebbe bastata, se non una pregressa conoscenza della geografia, una superficiale lettura di Wikipedia avrebbe potuto consigliare al giornalista di non sparale così grosse in quanto ‘Estonia è un paese complessivamente di poco più di un milione di abitanti, centenari e neonati compresi. Neppure mettendo assieme tutte le votazioni mai tenute elettronicamente dagli anni 2000 ad oggi si arriverebbe alla cifra di un milione di votanti con l’e-voting. Secondo i dati riportati da Wikipedia nelle scorse tre votazioni  (2014,2015, 2017) hanno stabilmente votato circa 170.000 persone.

Non apro il capitolo delle volute omissioni, come ad esempio il grosso problema con le carte di identità estoni, come gli studi che mostrano come il voto elettronico invece di ridurre aumenta l’astensionismo e porta i cittadini a disaffezionarsi al processo elettorale (considerazione che ha portato alcuni paesi a limitare i progetti di e-voting). Per non parlare, ma questa è una piaga a sé, l’assoluta inconcludenza del collegamento tra blockchain e voto democratico di cui.

Sono certo di usa sua attenzione per questi temi così importanti per la democrazia e la sua disponibilità a ripristinare la verità dei fatti, la ringrazio fin da ora per il suo opportuno intervento.

Grazie,
Emmanuele Somma
[email protected]
Segretario del Comitato per i Requisiti del Voto in Democrazia
http://crvd.org

L’articolo:

Il M5s vuole il voto elettronico per le prossime Politiche

Il Movimento 5 stelle accelera sul voto onine alle prossime elezioni: l’idea per ora è quella di affidarsi a seggi elettronici in strutture pubbliche controllate dall’autorità. Ovvero di ricalcare alle Politiche il modello del referendum in Lombardia organizzato dall’allora governatore Maroni. Il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Brescia, nei giorni scorsi ha incontrato la società che gestì il voto online sull’autonomia regionale.

I pentastellati puntano a legare il percorso sui referendum propositivi – da martedì l’Aula della Camera è chiamata ad esprimersi – al cambio di passo anche sull’utilizzo delle tecnologie. A fine febbraio ci saranno degli eventi per cominciare a discuterne, mentre si è formato un tavolo tecnico al Viminale con il garante della Privacy, il ministero della P.a., l’agenzia per l’Italia digitale. Una delle idee appunto è quella di sperimentare sui referendum il voto elettronico e di studiare le modalità per avvicinarsi a Paesi baltici e scandinavi come l’Estonia e la Norvegia che da tempo usano l’e-voting. L’obiettivo è quello di arrivare alle Politiche con una “modernizzazione delle procedure elettorali”.

Elemento cruciale del sistema estone è che il voto online è collegato alle carte di identità elettroniche di ultima generazione che hanno tutti i cittadini e residenti. Le carte di identità digitali permettono l’autenticazione online del titolare in sicurezza e consentono di abbinare una firma digitale con l’account (quelle piu’ recenti includono una copia elettronica delle impronte digitali del proprietario).

Perché la Blockchain

In alcuni Paesi europei come la Germania si è deciso di non seguire questa strada proprio per i problemi legati alla sicurezza. M5s sta valutando una serie di proposte – nei giorni scorsi ci sono stati incontri anche con diversi costituzionalisti – per superare tutti i dubbi sul tavolo, assicurando che il voto sia sempre libero e segreto. Come? Si punta ad usare la Blockchain per la trasmissione dei dati e gli archivi digitali, ovvero la piattaforma che a detta del Movimento 5 stelle può garantire la sicurezza del voto in quanto non è mai stata violata dagli hacker. Lo scopo dei pentastellati è quello di aprire il confronto in sede parlamentare. Anche con le forze dell’opposizione. 

 L’11 ottobre scorso è stata approvata alla Camera la proposta di legge “elezioni pulite” che prevedeva un meccanismo a sostegno dei fuori sede, consentendogli di votare, già alle Europee, in un comune diverso da quello di residenza. La legge Nesci (dal nome della pentastellata che l’ha proposta) è pero’ ferma al Senato. L’obiettivo del Movimento è quello innanzitutto di agganciarsi a quel testo: ovvero far votare online alle Politiche gli studenti e i lavoratori fuori sede ma anche gli italiani all’estero. Si tratterebbe di una platea – secondo quanto è stato stimato – di circa un milione di persone, quante più o meno votano a votare in Estonia con l’e-voting.

Lo scopo innanzitutto è quello di combattere l’astensionismo, garantire che non ci siano brogli e anche ridurre le spese. Il percorso è partito proprio con il lavoro sui referendum propositivi. Ad ottobre un gruppo di deputati M5s ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno per chiedere “anche in via graduale” l’introduzione “tout court” del sistema del voto elettronico. A febbraio M5s accelererà, lavorando proprio sull’identità digitale che tra l’altro verrà utilizzata anche per usufruire del reddito di cittadinanza.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a [email protected].

Giù le mani dalle nostre preziose schede cartacee

di Gabriele Nicoli su ILBLive (Università di Padova)

Web e società democratica. Un matrimonio difficile è un recente volume a cura di Ermanno Vitale e Fabrizio Cattaneo, edito da Accademia University Press (pp. 180). Raccoglie le rielaborazioni degli atti del seminario «Web e società democratica», parte di un progetto di ricerca sul tema del rapporto fra democrazia e Information and Communication Technology (ICT) realizzato presso l’università della Valle d’Aosta nel biennio 2016-2017. 

Il motivo conduttore del volume riguarda il rapporto tra web e democrazia, analizzato attraverso una prospettiva interdisciplinare che porta a riflettere su alcune questioni nevralgiche, quali voto elettronico, polarizzazione ideologica, fake news enuovi luoghi (virtuali e reali) della politica, trasformati dalla rete e dai social media. Le criticità si palesano innanzitutto nell’applicazione dello strumento principe della democrazia, il voto, in particolare nella sua dimensione di voto elettronico. A questo si sommano le difficoltà di governare l’informazione online, rendendola fruibile e assimilabile criticamente, e la difficoltà di creare un’opinione pubblica realmente capace di dialogo nella dimensione del web.

Il volume muove proprio dal contributo di Roberto Casati e Fabrizio Tonello su Voto elettronico e partecipazione democratica. Il saggio mette in rilievo i problemi legati all’applicazione del voto elettronico nelle elezioni. L’“ipotesi centrale”, a detta degli autori, riguarda l’“opacità teorica e pratica” del suffragio universale, che “tende a resistere e ad aumentare con l’introduzione di strumenti elettronici per il voto”. 

Casati e Tonello si chiedono se il voto elettronico possa costituire una soluzione ai problemi individuati nei sistemi elettorali: la loro analisi porta ad una risposta negativa, sia in termini di fattibilità tecnica, sia in termini di teoria della democrazia. Circa il limite tecnico, due sono gli aspetti legati alla questione: uno, di ordine matematico, che “riguarda gli algoritmi che determinano il risultato elettorale”; il secondo, invece, di natura fisico-tecnologica, che “riguarda la natura e la complessità dei dispositivi – oggetti e processi – che assicurano il diritto di voto”. Per quanto concerne la teoria, gli autori sottolineano che un sistema elettorale non si esaurisce nel determinare i collegi e la metodologia di assegnazione dei seggi: all’elettore va spiegato anche il meccanismo su cui si basa. Si pensi, ad esempio, alle modalità di funzionamento del sistema uninominale, ai confini delle circoscrizioni elettorali, ai premi di maggioranza, al doppio turno, eccetera: tutti ambiti per i quali “richieste precise riguardanti le condizioni di svolgimento dell’atto di votare” sono state storicamente subordinate alla “rivendicazione di un allargamento del suffragio”. Senza alcuna volontà di sminuire il percorso storico che ha portato alla conquista del suffragio universale, gli autori sottolineano le distorsioni che alcuni sistemi elettorali tradizionali possono produrre nel tentativo di essere rappresentativi del volere degli elettori. In altre parole, abbiamo conquistato il diritto di votare senza (voler) capire davvero come il nostro voto incida sul sistema democratico.  

Per Casati e Tonello, il voto elettronico sottrae all’elettore la possibilità di comprendere e verificare il processo elettorale. Nei sistemi di voto tradizionali, chiunque può capire cosa è necessario per mantenerne l’accuratezza e la segretezza: ognuno sa che il suo voto conterà perché ne conosce il meccanismo. Esiste la possibilità di brogli, ma il sistema consente controlli e riconteggi. Inoltre, è improbabile che avvengano in maniera massiccia. Col sistema elettronico, invece, bisogna essere esperti informatici per saper comprendere e analizzare tutti i passaggi “compiuti” dal voto elettronico. L’elettore comune non avrebbe possibilità di conoscere cosa succede dopo la sua espressione di voto a mezzo elettronico. Per quanto si possa dichiarare sicura una macchina, permane una fondamentale mancanza di trasparenza cognitiva del processo, aggravata dall’impossibilità di verifica tangibile. Per capirci, non si potrebbe consegnare all’elettore un certificato che gli confermi che il suo voto è stato recepito, altrimenti potrebbe mostrarlo a qualcuno, farne commercio, contravvenendo così ad uno dei principi cardine delle votazioni democratiche: la segretezza.

Rispetto al tema per cui il voto online potrebbe agevolare la partecipazione popolare al voto in un momento storico in cui le percentuali di astensionismo sono elevate, Casati e Tonello obiettano che l’assenza di una cabina in cui essere di fronte alle proprie scelte significhi la scomparsa della democrazia come la conosciamo oggi: “Votare dallo smartphone equivale a spostare la cabina elettorale in ogni casa e in ogni tasca”. Non tarderanno, tuttavia, a manifestarsi sacche di micropotere: “il marito torcerà il braccio alla moglie, il padre al figlio, il fidanzato alla fidanzata, il nipote alla nonna”, fino ad arrivare a riti collettivi in cui si rischia di votare per il bene dell’azienda o della famiglia (mafiosa?). 

Il voto elettronico non preserverebbe alcuno dei principi democratici fondanti il suffragio: l’universalità, ossia “la garanzia che tutti i cittadini aventi diritto possano effettivamente prendere parte alle elezioni senza sforzo”, la segretezza, ovvero “la possibilità di esprimere il proprio voto senza che alcuno possa chiederne conto” e l’integrità, cioè “che in primo luogo tutti i voti siano contati, in secondo luogo che i totali possono essere verificati e infine che il sistema sia immune da manipolazione esterne”. 

Sul tema della polarizzazione delle posizioni politiche all’interno dei social network e sulle conseguenze che si possono osservare sul governo democratico si concentra, invece, il contributo di Javier Martín Reyes. Dopo aver dimostrato che negli Stati Uniti, paese preso come caso di studio, si viva da qualche tempo un periodo di chiara polarizzazione delle posizioni politiche, Martín Reyes si chiede se questo fenomeno possa dipendere dall’uso dei social network e quale sia, dunque, la relazione tra essi e la polarizzazione politica. Contrariamente all’idea per cui i social permetterebbero di favorire il dialogo democratico e di ridurre la polarizzazione attraverso la creazione di una sfera pubblica alla quale tutti possano potenzialmente partecipare, Martín Reyes evidenzia come essi non si possano considerare di certo “un’agorà virtuale”. I social network, oltre ad accentuare la polarizzazione, la fomentano oltremodo in quanto mettono in relazione persone con posizioni ideologiche radicali, generando dunque una sorta di “cassa di risonanza” di tali idee, le quali, non essendo sottoposte ad un reale confronto, rimangono acritiche. La soluzione che prospetta Martín Reyes passa da un’opera d’informazione critica e di promozione della cultura del dialogo che può essere compiuta, ad esempio, a partire dalle Università: “I social network sono lontani dall’essere lo spazio in cui le norme di civiltà sono più frequentemente rispettate. Ma sarebbe un bene se in classe i docenti sottolineassero l’importanza di avere una discussione il più ordinata e plurale possibile”.

L’ultimo contributo che chiude il volume è un saggio a cavallo fra riflessione e testimonianza professionale. Laura Agostino, giornalista e direttrice della webtv “bobine.tv”, attraverso la testimonianza della sua vita professionale traccia una sintesi dello sviluppo delle modalità di informazione e spiega come siano cambiate con l’avvento del webAgostino sottolinea che a cambiare sono i tempi, gli spazi e i modi di diffusione, ma non la ricerca delle fonti e l’elaborazione dei contenuti. La nuova realtà comporta non pochi problemi per l’affidabilità e la qualità dell’informazione. La velocità con cui vengono veicolato le notizie, sconosciuta fino a qualche anno fa, comporta la difficoltà nella verifica dell’attendibilità delle fonti, ma anche la mediazione critica, sempre più problematica, della figura del giornalista. L’onere del controllo delle fonti e delle analisi delle notizie si sposta perlopiù in capo al fruitore del web, che può non possedere gli strumenti, anche concettuali, per adempiere a tale compito. Ecco dunque che si allarga il fenomeno della diffusione delle fake news, o nella migliore delle ipotesi di un’informazione continua ma completamente priva di approfondimento critico: “Il conseguente livello di sicurezza nella fruizione […] dipende dalla capacità di filtrare e distinguere l’informazione buona e attendibile da quella dubbiosa”. La soluzione, ancora prospettica, proposta dall’autrice è “un’alfabetizzazione informatica diffusa e la valorizzazione del ruolo del giornalista svincolata da una logica di marketing di sé e del proprio lavoro, tipica della realtà giornalistica attuale, soprattutto laddove l’informazione è veicolato attraverso i social media”.

Il web ha senz’altro influenza sulla società e sulla democrazia: agisce, al contempo, almeno su due aspetti della politica, la sfera del dibattito e quella della decisione. Oggi vige l’idea che internet sia la nuova “agorà”, dove i cittadini discutono liberamente ed esprimono il loro massimo potere democratico. Il web, tuttavia, veicola flussi spropositati di informazioni e, al contempo, alimenta la convinzione di possedere ogni verità a portata di mano, senza considerare la difficoltà di discernere informazioni attendibili da quelle volutamente false. Il webconsente sì uno scambio di opinioni, con immediatezza che somiglia a quella del dialogo, pur però non essendo un dialogo: distanza, anonimato, appiattimento delle opinioni, assenza di contraddittorio sono tipici aspetti delle discussioni da social

Sembra proprio che il limite oltre il quale il web degeneri da veicolo di conoscenza, libertà e promozione democratica a strumento di diffusione e amplificazione dell’anti-democrazia sia molto sottile.

Richiesta di rettifica al blog di Beppe Grillo per la bufala della votazione in blockchain in Sierra Leone

In relazione all’articolo

In Sierra Leone la prima votazione al mondo con sistema Blockchain

pubblicato il 20 marzo us, vi chiedo la pubblicazione di una rettifica in quanto il contenuto non risponde a verità ed era stato già smentito quando voi l’avete pubblicato

Probabilmente la presenza di quest’articolo contenente una nota fake news ampiamente smentita dalle autorità del Sierra Leone ha indotto in errore il giornalista e ancor di più Davide Casaleggio nella recente intervista pubblicata su Lettera43.

https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/11/21/davide-casaleggio-blockchain/226628/

La testata in esame ha dovuto verificare e pubblicare di conseguenza una smentita, anche grazie alla nostra segnalazione.


http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/12/03/blockchain-casaleggio-beppe-grillo-sierra-leone/226995/

Vista la diffusione del vostro sito sarebbe opportuno che anche voi facciate una rettifica, come appunto vi sto chiedendo.

Al direttore di Lettera43 in merito dichiarazioni di Casaleggio sul voto elettronico

Gentile Direttore,
questa nostra lettera solo per sottolineare che la sua. testata si sta facendo promotore della propagazione di ormai screditate fake news in merito all’uso della blockchain nell’ambito del voto elettronico. Il dibattito sull’introduzione del voto elettronico in Italia è ampiamente inquinato da parte di questa propaganda basata su notizie false o ampiamente travisate, di cui sembra, forse involontariamente, vi state facendo parte attiva.

Nell’intervista a Davide Casaleggio dello scorso 21 novembre il giornalista Eugenio Spagnolo riporta, come se questo rispondesse a verità, la notizia, ormai screditata da oltre sei mesi dell’utilizzo della blockchain nelle elezioni in Sierra Leone, probabilmente citando un post del blog di Beppe Grillo sull’argomento. Casaleggio poi risponde di conseguenza.

Purtroppo questo è falso. «Mohamed Conteh, presidente della National Electoral Commission (NEC) della Sierra Leone, l’organizzazione con mandato costituzionale che supervisiona la registrazione degli elettori e tutte le elezioni pubbliche nel paese, è uscita per rendere chiaro al pubblico che, nonostante i numerosi resoconti dei media al contrario , nessuna tecnologia di libro mastro distribuito è stata utilizzata durante le elezioni nazionali del 7 marzo. Ha affermato che “il NEC non ha usato e non sta usando la tecnologia blockchain in nessuna parte del processo elettorale”.» (<https://news.bitcoin.com/reports-of-blockchain-elections-in-sierra-leone-are-all-fake-news/). Può cercare su Internet ampia documentazione in merito, come forse avrebbe dovuto fare il suo giornalista per preparare correttamente la sua intervista.

Sarebbe opportuno se pubblicase, come doveroso, una rettifica.
Grazie,Emmanuele SommaSegretario del Comitato sui Requisiti del Voto in Democraziahttps://crvd.org
Per informazioni:
FAQ sul voto elettronico (e sull’applicazione della blockchain)http://blog.crvd.org/index.php/2018/11/28/faq-sul-voto-elettronico-e-sullapplicazione-della-blockchain/

«Guida Hermes al Voto Digitale» di Winston Smith  https://crvd.org/la-guida-hermes-al-voto-digitale/.

Diritto alla conoscenza nell’incostituzionalità del voto elettronico in Germania  https://crvd.org/diritto-alla-conoscenza-nella-non-costituzionalita-del-voto-elettronico-in-germania/

A seguito della nostra comunicazione Lettera43 ha pubblicato questo articolo

La bufala della votazione con la Blockchain in Sierra Leone

Nonostante il Paese abbia ufficialmente smentito l’uso del sistema in occasione delle elezioni di marzo 2018, la fake news continua a circolare. 

Il 7 marzo 2018 in Sierra Leone si sono tenute le elezioni nazionali. Tantissime testate hanno riportato la notizia che si fosse votato usando il sistema Blockchain. Ammetto che non essendo un informatico non so abbastanza del sistema per potermi esprimere in merito. Mi è stato spiegato più volte, non mi ha convinto, ma può essere che non mi abbia convinto proprio in quanto non sono un esperto informatico. Ma allora perché ne parliamo oggi? Il problema è che la storia che si sia usata la Blockchain in Sierra Leone è data come assodata, da tanti, colpa il fatto che a marzo tutti avevano riportato la cosa per certa, merito di una campagna marketing azzeccata. Ma le cose non stanno affatto come raccontato nei primissimi giorni dopo le elezioni. Tanto che la commissione elettorale della Sierra Leone il 19 marzo è stata costretta a emettere un annuncio specifico in merito.

blockchain-casaleggio-beppe-grillo-sierra-leone
Il comunicato ufficiale della Sierra Leone in cui viene smentito l’utilizzo della Blockchain.

Il testo è semplice:

La commissione elettorale nazionale utilizza un database interno per il controllo dei risultati elettorali. Questo database è stato originariamente sviluppato per le elezioni del 2012. È stato poi ampliato e aggiornato, prima delle elezioni del 2018. Il database è stato sviluppato in C ++ e funziona su MS SQL, nessuno dei quali è open source. E non usa Blockchain in alcun modo.

Ma allora come mai siti come il Blog di Beppe Grillo riportano ancora questa storia?

blockchain-casaleggio-beppe-grillo-sierra-leone
Lo screenshot del Blog di Grillo sull’uso della Blockchain nelle elezioni di marzo 2018.

Anzi, la domanda da farsi è come mai ne parlino il 20 marzo, quando la commissione elettorale aveva smentito la cosa il 19 marzo? La verifica dei fatti questa sconosciuta.

LA VERSIONE DI DAVIDE CASALEGGIO

Quello che dispiace è che come diceva un famoso detto: «Ripetete una bugia cento, mille un milione di volte diventerà una verità…» (e no, non si può attribuire a Goebbelsnon esistendo una fonte verificabile). Basti vedere come una domanda di un’intervista a Davide Casaleggio, apparsa proprio qui su Lettera43.it qualche giorno fa, contribuisca ad alimentare l’informazione errata.

Nell’intervista si parlava appunto di Blockchain, l’intervistatore (sbagliando) chiede:

Ma è stata adoperata anche nelle elezioni: in Sierra Leone hanno sperimentato il voto elettronico, usando una tecnologia basata sulla Blockchain. Potrebbe essere un passo verso la democrazia elettronica?

Al che Casaleggio, senza assolutamente smentire l’informazione errata, risponde:

Oltre che sulle certificazioni di filiera, il registro condiviso può essere applicato in molti contesti, anche nei sistemi di voto. La Sierra Leone è solo uno degli esempi. Ma ce ne sono diversi. Per esempio nel Comune di Zugo in Svizzera recentemente hanno sperimentato il sistema di voto basato sulla Blockchain. E anche in Olanda e Australia ci sono utilizzi per quanto riguarda il voto.

La Sierra Leone però, come abbiamo visto, non ha usato un sistema basato sulla Blockchain. Ma allora è tutta una bufala? Fino a un certo punto sì, ma c’è una spiegazione: Agora (l’azienda svizzera che ha sviluppato il sistema) ha agito comeosservatore internazionale nei territori occidentali della Sierra Leone. Nell’espletare il suo compito di osservatore ha testato la Blockchain come sistema di controllo indipendente. Non è stata usata per le votazioni in Sierra Leone, ma solo testata (dagli stessi sviluppatori) in una determinata zona. Sia chiaro, è vero ci sono Paesi che stanno testando eventuali potenzialità del sistema. E ripeto, ammetto la mia ignoranza, non sono in grado di darvi un parere spassionato sull’argomento. Ma quello che conta è fare chiarezza: in Sierra Leone non è stata usata la Blockchain per votare. In Italia esiste un Comitato per i requisiti del voto in democrazia. Una delle poche voci che muove critiche esplicite in maniera sufficientemente chiara. Per il resto sembra che tutti ne siano entusiasti, senza però averne chiaro il funzionamento.